di Valerio Ascenzi – Abbassare il livello della cultura per allargare il consenso. Un popolo di idioti è sempre più manovrabile di un popolo di persone istruite. La cultura in Italia è già ai minimi storici, pensate cosa si potrebbe fare se fosse ancor più bassa. Questa non è una riforma di tipo educativo, bensì una riforma politica, che prevede l’eliminazione di ogni strumento democratico dalla scuola. La scuola è l’unico settore in cui c’è ancora un minimo di meritocrazia ma, soprattutto, molta partecipazione e democrazia. Il bischero di Firenze però vuole una scuola ad immagine e somiglianza della sua concezione di governo: una scuola piramidale con un solo uomo al comando (in questo caso il preside), una riforma in grado di svilire ogni ruolo nella scuola e di dare un bel calcione al personale Ata (personale delle segreterie e collaboratori scolastici) e ai docenti della scuola dell’Infanzia.
Quel che si apprestano a fare è anticostituzionale – che novità! – ma soprattutto mira all’abbattimento della democrazia e della partecipazione, nonché alla libertà di insegnamento. Basti pensare che si prevede a tal proposito che possano entrare degli sponsor dall’esterno e che i genitori possano valutare i docenti, in periodo di prova, e fare in modo che questi possano essere anche licenziati se la valutazione non è di gradimento del Consiglio d’Istituto. L’oarganismo che fino ad oggi ha deliberato sulla didattica è il Collegio dei Docenti, dove sono ovviamente solo i docenti, ma al presidente – non eletto – del Consiglio, questo non piace. Egli sa che l’opinione pubblica, disinformata, è tutta contro il settore scuola, quindi cerca anche di far leva sulle aspettative di chi, tra i genitori più accaniti, aspira a diventare protagonista. Il problema è che abbassando la cultura, i figli di questi “aspiranti protagonisti del nulla” saranno sempre meno istruiti, sempre più ignoranti rispetto ai loro coetanei europei. E quando si imbatteranno con i problemi della vita reale, dipenderanno sempre di più da qualcuno. Dipendere significherà non avere strumenti propri per andare avanti, quindi significherà anche essere ricattabili.
Riforma significa altro
Ci hanno provato con un decreto legge, ma Mattarella ha tuonato: no ai decreti legge per la scuola. Ora hanno fatto un disegno di legge per la “buona scuola”. La scuola del mulino bianco, che questi studentelli – per ventenni fuori corso – vorrebbero creare, sottintenderebbe che attualmente abbiamo una cattiva scuola. Ma dei lavoratori che tutti i giorni si recano in classe, nelle segreterie e nei corridoio nessuno parla. Perché quella attuale sarebbe una cattiva scuola? Perché ci hanno messo le mani la Moratti e la Gelmini? Ma il danno che l’attuale ministro si prepara a fare è anche peggiore. Ci vuole coraggio per spacciare quest’accozzaglia di idee malsane, per una riforma. Una vera riforma sarebbe quella di restituire il mal tolto – soprattutto dai tagli della Gelmini – alla scuola pubblica.
Sarà una scuola priva di meritocrazia, sia per i docenti ma anche per gli alunni, che si ricollega al job’s act, soprattutto perché trasformerebbe la scuola in un incubatore d’impresa sfruttando l’alternanza lavoro in maniera impropria.
Precarizzare tutti, anche chi è di ruolo
Chi pensa, tra i lavoratori della scuola, di essere al sicuro dalle conseguenze di questa oscenità spacciata per riforma, può anche smettere di dormire sonni tranquilli.
Il bischero fiorentino ricatta tutti i docenti, soprattutto i precari, dicendo che se passa questo disegno di legge, assumerà i precari. È una fandonia spaziale: l’Ue ha multato l’Italia a condannato il Governo ad assumere i precari che per anni ha sfruttato, soprattutto nel pubblico impiego e nella scuola. Ma questo il signorino non lo dice: anzi, usa l’obbligato ad assumere un vasto contingente di insegnanti come merce di scambio per far passare il suo decreto, che darebbe il colpo di grazia alla scuola pubblica. Del resto è degno figlio del suo padre putativo: le spara talmente grosse che non dice che gli insegnanti li deve stabilizzare con un apposito decreto.
Quel che il premier – venditore di fuffa – vorrebbe è la precarizzazione di tutti i docenti, attraverso un albo territoriale, rinnovabile triennalmente, in cui gli insegnanti vengono chiamati dai presidi. I presidi, oggi dirigenti scolastici, verrebbero nuovamente declassati ma gli verrebbero conferiti pieni poteri. Potrebbero attingere dagli albi territoriali e chiamare insegnanti anche senza titolo di abilitazione. Ad esempio: un insegnante ha una laurea in lingue e l’abilitazione per il francese, e una laurea in matematica ma senza abilitazione. Il preside potrà chiamarlo a fare supplenze di matematica, cambiando anche momentaneamente il contratto di quel docente. È roba da matti. È roba da creatività schizofrenica patologica.
Chi entrerebbe nell’albo? I neo assunti di sicuro, ma anche i perdenti posto di ruolo. A forza di tagliare, saranno in molti a perdere le cattedre però.
Ai presidi poi verrebbe data la “premialità”, ovvero la possibilità di assegnare premi ai docenti, ma a discrezione del preside stesso. Pensate cosa succederebbe in Italia, con questa morale per nulla corrotta. Lavorerebbero solo gli amici degli amici.
L’attacco al contratto collettivo nazionale
Il governo, purtroppo, dovrebbe discutere di molte di queste materie con le parti sindacali. Il comparto scuola ha un contratto vecchio, da rinnovare, ma ancora valido per molti aspetti. Potrebbe essere migliorato ma non può essere sostituito da un decreto o da un disegno di legge che regolamenta la funzione docente.
Il fatto è che c’è anche chi, tra i presidi, dopo aver letto il disegno di legge o la bozza di decreto, ha iniziato a fare corsi di formazione su la “buona scuola”, senza che fosse stata varata alcuna norma. Ci sono dirigenti che, non aspettano altro che avere questi pieni poteri, per poter mettere in atto quello che finora gli è stato impedito dalle regole e dal Collegio dei Docenti.
Molti argomenti, secondo il governo, non devono essere toccati, non devono essere discussi poi, soprattutto, con i sindacati. Questo perché non si vuole fare un rinnovo del contratto, unico strumento per la gestione di un comparto lavorativo. Unico perché contiene criteri oggettivi per tutti. Ma la meritocrazia basata sull’oggettività, non è il progetto del Mr Bean di Firenze.
Aderire allo sciopero è fondamentale, ma forse c’è altro da fare.
Aderire allo sciopero del 5 maggio 2015 è importantissimo. Non dovrebbero aderire solo i lavoratori del comparto scuola e ricerca, ma anche i genitori e i figli. La scuola pubblica è un bene comune, è di tutti e deve dare le stesse possibilità a tutti quelli che la frequentano. Non possiamo permettere lo smantellamento di una scuola che ha formato migliaia di cervelli, per svoltare in maniera degradante verso la privatizzazione.
Un altro fattore che potrebbe aiutarci nella lotta allo smantellamento della cultura e della scuola italiana è la competizione elettorale per il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Un organismo che negli anni scorsi era stato congelato, per il quale non erano più state indette le elezioni per il rinnovo delle cariche. Il sindacato che ha lottato di più per rinnovare l’organismo è stato la FLC Cgil. I trentuno membri di questo dovrebbero sedere alla pari in un tavolo composto da governo e parti sindacali. Finora le norme sulla scuola non sono mai state discusse con questo organismo. Ma chi vincerà e verrà eletto lo pretenderà.
Se le cose dovessero andare male comunque, i sindacati stanno pensando ad azioni ancor più forti. Per la paura di veder fallire le prove Invalsi il Ministero dell’Università Ricerca e Istruzione, ha fatto slittare le date delle prove. Per anni i cobas hanno fatto sciopero, nessuno ha mai pensato di cambiare data. Poi visto che, secondo le previsioni, lo sciopero del 5 maggio prossimo, vedrà una larghissima partecipazione, allora il Miur ha pensato bene di spostare le prove. Ma in queste ore, tramite i social network, le famiglie si stanno organizzando per non portare a scuola i propri figli il giorno delle prove.
Azioni estreme, secondo i sindacati, potrebbero servire in seguito. Il segretario nazionale Flc – Cgil , Domenico Pantaleo, è arrivato a minacciare anche il blocco degli scrutini.