Aula di Montecitorio 350 260

Aula di Montecitorio 350 260di Ivano Alteri – Nei nostri interventi abbiamo spesso utilizzato la parola Lavoro con la lettera maiuscola, per intendere non semplicemente l’attività lavorativa, bensì l’intera condizione di chi lavora; e, soprattutto, il ruolo politico assunto dai lavoratori organizzati dalla sinistra negli ultimi centocinquant’anni, in opposizione al Capitale. Non a caso, chi combatte alacremente le conquiste del Lavoro a favore del Capitale usa spesso, in sua vece, la parola “occupazione”, eliminando dal vocabolario politico anche la parola lavoro con la minuscola. Come del resto fa Renzi, ancor più radicalmente, che da esterofilo di provincia parla direttamente di jobs act, in inglese, che è ancora più distante e fa più moderno. E, dal loro punto di vista, non hanno tutti i torti.

{tab=La parola Lavoro}

Infatti, la presa di coscienza di appartenere alla medesima condizione “materiale”, riassumibile nella parola Lavoro, ha consentito ai lavoratori di riconoscersi, organizzarsi e combattere efficacemente la lotta politica in difesa dei propri diritti. Per dirla marxianamente, la trasformazione della “classe in sé” in “classe in sé e per sé”, sotto la guida di una classe “per sé” senza esserlo necessariamente “in sé” (quella degli intellettuali, per esempio), per la prima volta nella vicenda umana ha consentito a quelli che oggi chiamiamo lavoratori, e che ieri erano oppressi sotto altro nome, di fare la Storia. Per la nuova forma di oppressione capitalistica, perciò, questo passaggio ha significato avere improvvisamente un antagonista oculato e potente, come mai accaduto prima, di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Meglio perciò parlare di occupazione, o di job, parole concettualmente lontane dall’immagine di un conflitto strutturato, non evocative di antagonismi.

Oggi, anche attraverso tale alchimia linguistica, questa lunga battaglia sembra concludersi con la sconfitta del Lavoro e la baldanza apparentemente inarrestabile del Capitale; cioè con la sconfitta degli oppressi e la vittoria degli oppressori; con l’oppressione che si appresterebbe, altresì, a rendersi strutturale all’umanità. Ai fini della battaglia storica tra Capitale e Lavoro, quest’ultimo sembra essere stato ridotto, di nuovo, allo stato “liquido”; e, come i suoi predecessori, riportato ad essere “classe in sé” senza esserlo più “per sé”: inconsapevole. Il vecchio antagonismo sarebbe perciò esaurito o, come provò a dire Francis Fukuyama (ma ritrattò subito dopo, perché smentito dai fatti), saremmo arrivati a “La fine della Storia”. Ma a una tale lettura della realtà noi vorremmo opporre almeno due considerazioni.

La prima. Il Capitale, a nostro parere, non ha quell’egemonia culturale che alcuni vorrebbero attribuirgli; o almeno, non tutta quella di cui si dice. Essere egemoni vuol dire avere “informato” di sé il senso comune; vorrebbe dire, quindi, ricevere consenso spontaneo, nelle urne e sulle scelte. Ma guardandoci un po’ intorno ci accorgeremmo, invece, che in Italia esso governa attraverso Renzi, che è assurto alla presidenza del consiglio con un colpo di palazzo, senza essere stato nemmeno candidato al Parlamento, col sostegno degli avversari di destra, che usa nel “verso” opposto il consenso popolare conquistato da Bersani, e che non ne riceve alcuno per le sue cosiddette riforme (della scuola, del lavoro…); in Grecia, il Capitale è stato sconfitto democraticamente da Syriza, nonostante avesse tutti i partiti storici, di destra e di sinistra, o suoi complici o sotto il suo tallone; in Spagna i partiti storici, posti nelle medesime condizioni degli omologhi greci, sono costretti ad alleanze contro natura per fronteggiare Podemos, un partitucolo nato ieri, e ad esorcizzare la paura della assai probabile sconfitta elettorale agitando la minaccia del nemico esterno, il terrorismo islamico (con nemici così, gli amici non servono). Persino in Germania, il Capitale deve ricorrere all’inciucio tra i partiti storici di destra e di sinistra per imporre un potere altrimenti senza forza di convinzione, le cui tesi sono ben distanti dal senso comune. Domandiamo, quindi, a noi stessi e agli altri: dove sarebbe quest’egemonia culturale? Se il Capitale fosse davvero culturalmente egemone, avrebbe bisogno di usare così tanta forza, e ridurre interi popoli alla fame, per imporre le sue ricette? Davvero può considerarsi culturalmente egemone un potere costretto a violare le leggi, come accade in Italia a proposito dell’acqua, che dovrebbe essere pubblica per esplicita e formale decisione popolare, e invece resta privata per prepotenza? Ed è egemone un potere costretto a bastonare i propri concittadini che protestano animosamente per quel che fa? È egemone un potere costretto ai sotterfugi per cambiare la costituzione di un paese? Ricordiamo che i nostri padri costituenti la realizzarono a furor di popolo, forti della vera egemonia culturale.

Seconda considerazione. Il Lavoro è soltanto l’ultima manifestazione storica di una condizione di oppressione che era già in essere, sotto altre forme, da qualche migliaio di anni. Le sue lotte, quindi, scaturivano dalle stratificazioni millenarie di sofferenze e riflessioni, esperienze empiriche e costruzioni ideologiche, che alla fine avevano, effettivamente, condotto i membri di quella tale classe a determinare almeno in parte le condizioni storiche della propria esistenza. Con la presa di coscienza e ciò che ne è seguito, la storia del mondo era dunque cambiata, per sempre. Anche dopo una sconfitta dolorosa, perciò, quella conquista resterebbe di valore inestimabile, da custodire con estrema cura. E incancellabile, anche; poiché da quell’esperienza gli oppressi hanno imparato la consapevolezza; da questa hanno imparato l’organizzazione; dall’organizzazione, l’efficacia politica; dall’efficacia politica hanno imparato che la volontà dei più può davvero realizzarsi. Nessun antico oppresso avrebbe mai potuto sperare tanto. Nessun antico oppressore avrebbe mai immaginato un avversario tanto potente quanto il Lavoro e avuto così tanta paura come di lui.

{tab=Il degrado della sinistra}

Tutto questo, ci fa apparire l’attuale condizione di degrado della sinistra più simile ad una rinuncia che ad una sconfitta. La classe dirigente della sinistra italiana ha dato troppo spesso l’impressione (molto più di un’impressione, per la verità) di aver rinunciato ai frutti delle antiche “semine”, che le sono apparsi come un impaccio, piuttosto che il meritato risultato di un duro e buon lavoro. Ma anche di aver ceduto alle ragioni di chi, tra il seme buono, ha seminato zizzania. Quel che ha fatto la sinistra per l’Italia risiede innanzitutto nell’aver intriso il senso comune della sua concezione alta della politica, non riducibile alla ipocrita gestione dell’esistente; della concezione alta delle istituzioni, che non sono luoghi dati in appalto a partiti deviati, ma lo strumento indispensabile all’effettivo esercizio democratico; della concezione alta del ruolo dei partiti, intesi non come comitati d’affari ma come “mezzo” di congiunzione fra i cittadini e istituzioni, al fine di concorrere a determinare la politica nazionale; della concezione alta dei beni comuni, che non sono “di nessuno”, ma “di tutti”; della concezione alta del “mestiere” del politico, che deve assumere la guida della comunità e non può soltanto essere onesto, ma anche sembrarlo; della concezione alta del ruolo dei cittadini, che non sono spettatori passivi ma attivi protagonisti, e non per il semplice gusto dell’esercizio democratico, ma per indirizzare le scelte politiche verso l’interesse dei più, piuttosto che verso quello di pochi e pochissimi. Oggi, che nel senso comune tutte queste alte concezioni sembrano entrate in buona parte, la dirigenza della sinistra italiana sembra sorprendentemente disconoscerle e allontanarle da sé, quasi fossero un imbarazzo o un frutto amaro; anziché gioirne, come fa invece chi riceve in dote un ottimo raccolto. Tutto questo, in nome di un realismo spesso incomprensibile, a volte offensivo, che la induce a rivolgersi alle persone di sinistra (coriacee e inamovibili!) con tono paternalistico, come fossero tanti bambini scemi.

In conclusione. Noi riteniamo che il Lavoro, contrariamente al parere di molti (interessato o disinteressato che sia), non abbia affatto subito quella sconfitta definitiva che piacerebbe a qualcuno, e non abbia affatto finito di svolgere il suo indispensabile ruolo antagonistico (indispensabile per tutti, non solo per la sinistra o i lavoratori, ma quest’altro aspetto ci porterebbe troppo lontano) e che possa tornare a svolgere, ad un livello superiore, la sua funzione di fonte di aggregazione ed autocoscienza, oltre che di simbolo stesso dell’aggregazione. Ma in ogni caso, vorremmo dire a chi guida la sinistra oggi, ovunque si trovi, il Lavoro, presunto liquefatto e degradato all’iniziale minuscola, era solo l’ultima espressione storica di una condizione di oppressione che incombe da millenni e costantemente sulla maggior parte dei cittadini (ma potremmo dire dell’umanità). Sarebbe pertanto opportuno operare per ricreare urgentemente una nuova consapevolezza d’appartenenza, fondata su omogeneità materiali non impossibili da rintracciare, indispensabile a fare ogni cosa; e rendersi conto del ruolo storico che incombe su tutti noi, uomini e donne della sinistra contemporanei, responsabili, come nessuno prima, di quanto accadrà ai nostri posteri, prossimi e remoti. Il quale ruolo dovrebbe indurci non solo a difendere meglio i frutti del duro e proficuo lavoro svolto dai nostri avi con loro semina, ma, innanzitutto e soprattutto, a preservare con cura lo stesso seme, nell’unico modo sicuro che conosciamo: continuare anche noi a seminare.

Frosinone 24 marzo 2015

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Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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