reddito di cittadinanza del m5s 350 260L’articolo “Reddito di cittadinanza si, reddito di cittadinanza no” a firma di Valerio Ascenzi, pubblicato su questo giornale domenica 8 marzo ’15, ha aperto un confronto. Mirko Ferrari del M5S ha postato su Facebook le sue osservazioni all’articolo di Ascenzi, che qui apre con lui un dialogo. Un dialogo fatto di argomenti, alla pari e assai rispettoso delle posizioni in campo.

Mirko FerrariSinceramente non sono d’accordo col punto di vista dell’articolo. Spesso si dimentica di dire 2 cose: la prima è che il reddito di cittadinanza contiene una riforma del collocamento e la seconda è che gli attuali ammortizzatori sociali sono ben più assistenzialisti e inefficaci del reddito di cittadinanza. Nell’articolo si dice che sarebbe umanamente ingiusto ricevere dei soldi per non fare niente, ma perché i disoccupati normalmente che fanno? E i cassintegrati? E perché se Lula tagliava gli armamenti in favore di politiche sociali si lodavano i Brics e in Italia invece sarebbe populismo? La flexsecurity non sembra un modello tanto lontano dal jobs act, parte dallo stesso presupposto (sbagliato in questo momento storico), che gli imprenditori non assumono per la troppa rigidità. Gli imprenditori non assumono perché non producono, e non producono perché non si consuma e non si consuma perché c’è troppa disoccupazione. Se invece di dare 80€ in più a chi già lavora si desse un sostegno per massimo 3 anni a chi un lavoro non ce l’ha i consumi ripartirebbero e il motore si rimetterebbe in moto. È chiaro che si tratta del mio punto di vista e le misure da abbinarvi sarebbero anche altre (seria riforma del fisco).

Valerio Ascenzi – I socialnetwork ci restituiscono un livello di democrazia tale che anche chi non scrive su un giornale o su un blog, possa esprimere le sue opinioni. Un commento sulla nostra pagina Facebook, da parte di Mirko Ferrari, sull’articolo in merito al reddito di cittadinanza, sta a dimostrare che il dibattito su questo tema è molto sentito. Raccolgo il commento con interesse, riportandone alcuni tratti, senza sconvolgerne il significato, e rispondo punto per punto secondo quella che è la mia visione.
La crisi in Italia è reale, tangibile. Chi dice che c’è ripresa usa i media per fare propaganda come faceva qualche anno fa Berlusconi. Non è cambiato molto. Il dibattito sul reddito di cittadinanza mostra che la popolazione non ce la fa più, ma ciò che bisogna fare è intervenire sulla causa principale del malessere: la mancanza del lavoro, creando lavoro. Quando parlo di libertà, di dignità collegate al concetto di lavoro lo faccio in base a principi costituzionali, rintracciabili anche nella filosofia orientale. Un proverbio cinese dice: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». Se fornisci gli strumenti per vivere a uomini e donne, li rendi liberi. Non è attraverso un sussidio che si possono rendere libere le persone.

Mirko Ferrari spiega di non essere d’accordo con la mia visione, perché: «Spesso si dimentica dire due cose: la prima è che il reddito di cittadinanza contiene una riforma del collocamento e la seconda è che gli attuali ammortizzatori sociali sono ben più assistenzialisti e inefficaci del reddito di cittadinanza». Sul fatto che gli ammortizzatori sociali esistenti siano inefficaci si dovrebbe entrare in un settore non di competenza dello scritto. Però se si tratta di metodi più assistenzialisti di quelli proposti, come fanno ad essere allo stesso tempo inefficaci? Sta di fatto che lo Stato italiano è uno stato assistenzialista e concede, ammortizzatori sociali secondo quelle che sono le norme previste. Andrebbero, come espresso nell’articolo, cambiate alcune norme. E si tratta di norme costituzionali: queste sarebbero ad esempio alcune norme costituzionali da cambiare, non quelle che fanno comodo ai nostri politici. Per esempio l’articolo 38 della carta è chiaro: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale».

Qui si parla di disoccupazione involontaria. Se si guarda a quel che ha fatto la Grecia in passato, a ciò che fa la Svezia attualmente e si pensa di poter solo sognare sussidi del genere, forse va rivista la percezione che si ha di questo Paese. La Grecia ha provato a dare dei sussidi a chi non percepiva reddito: anche a coloro i quali, se pur abili al lavoro, non ne trovavano neanche l’ombra.

Nessuno in Grecia si azzarderebbe a dire che questa non è una concausa del default. In Svezia gli studenti ricevono dallo stato un sussidio mensile, a patto che riportino determinati risultati, fino al giorno in cui troveranno un impiego. Stiamo parlando però di uno Stato che è in grado di garantire livelli di welfare che in Italia non possiamo permetterci, per un motivo di fondo: le tasse, che pochi in Italia continuano a pagare, vengono utilizzate tutte in servizi e assistenza. Si dimentica di dire, riguardo la proposta sul reddito di cittadinanza, che il Movimento cinque stelle la intende come: «L’insieme delle misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà […] al fine di garantire la pari dignità sociale e la partecipazione al progresso della nazione».

Stando a quanto scritto qui, questo reddito verrebbe esteso anche ai cittadini stranieri residenti in Italia: non si parla di cittadini italiani, ma residenti. Inoltre faccio fatica a pensare che un cittadino che, se abile al lavoro, percepisce un reddito senza far nulla, possa contribuire al progresso dello Stato. Ecco perché nell’altro articolo ho lanciato, per quando possa valere, l’idea di un intervento da parte dello Stato, finalizzato a investire su aziende in declino, non tanto per far guadagnare qualcosa allo stato stesso, ma per andarci in pari.
Intendo difendere la mia posizione, quanto mai obiettiva: la condizione imprescindibile per fare in modo che questo Paese risollevi la testa è la creazione dei posti di lavoro. Di un lavoro libero, in grado di dare dignità ai lavoratori e alle proprie famiglie. Ferrari obietta sul mio articolo di qualche giorno fa: «Nell’articolo si dice che sarebbe umanamente ingiusto ricevere dei soldi per non fare niente, ma perché i disoccupati normalmente che fanno? E i cassintegrati?».
Mi sembra di aver già spiegato anche qui la posizione espressa: chi ha perso il lavoro, chi va in cassaintegrazione ha versato comunque dei contributi ed ha il sacrosanto diritto di ricevere assistenza. Anzi: chi ha chiuso la propria attività, chi ha chiuso la partita iva, e ha versato regolarmente i contributi, dovrebbe avere le stesse tipologie di assistenza: ecco cosa andrebbe cambiato. Chi non trova lavoro perché l’Italia è la nazione della meritocrazia inversa, dovrebbe essere tutelato (ecco un’altra questione), ma non credo affatto che un ricercatore con lauree e dottorati accetti di stare in Italia a prendersi un sussidio.

Considero una cosa: in questo Paese, una piccolissima percentuale di lavoratori, svolge mansioni per le quali ha studiato. Questi sono quelli che amano il loro mestiere. Alcuni meno fortunati, ma sempre graziati dalla sorte, fanno un lavoro per cui non hanno studiato e si dividono in due categorie: quelli raccomandati e che occupano mansioni che non avrebbero mai svolto in un paese civile, quelli che pur avendo fatto altri percorsi si ritrovano a lavorare in altri ambiti ma si impegnano costantemente, portandosi il lavoro a casa. Poi ci sono quelli che non lavorano, ma hanno qualifiche tali da fare invidia al presidente degli Usa. Solo i cosiddetti raccomandati, secondo noi, avrebbero la faccia di considerarsi felici percependo un sussidio, senza fare nulla. Gli altri andrebbero alla ricerca di un lavoro gratificante.
Riguardo al ridurre il costo degli armamenti, Ferrari fa notare che lo ha fatto anche Lula, ma in Brasile non è stato visto come populismo. Populismo è quando semplicemente si fa una ipotesi di soluzione, senza ragionare. Si, a dir il vero sarebbe giusto ridurre il costo per gli armamenti in Italia. Però forse non possiamo farlo, per chissà quali accordi che non ci è dato sapere con la Nato. Ma, ridurre il costo degli armamenti e non pensare neanche minimamente di recuperare i soldi dal sommerso e dall’evasione fiscale (a livelli mostruosi in Italia) sarebbe una soluzione ideale. Ma questo, ne movimentisti ne piddini ci vogliono pensare, o almeno non lo dichiarano sui media mainstream.
Ferrari poi afferma: «La flexsecurity non sembra un modello tanto lontano dal jobs act, parte dallo stesso presupposto (sbagliato in questo momento storico), che gli imprenditori non assumono per la troppa rigidità. Gli imprenditori non assumono perché non producono, e non producono perché non si consuma e non si consuma perché c’è troppa disoccupazione». Prendo l’affermazione sulla flaxsecurity come opinione personale del nostro lettore, anche se ritengo che non abbia nulla a che fare con il job acts. Punto nevralgico di questo nuova norma varata da Renzi, ma anche punto critico, è la possibilità di licenziare in maniera sommaria i lavoratori. Il punto critico è che non è stata prevista la contrattazione collettiva nazionale per i lavoratori: questo sarebbe stato l’unico modo per tutelare le categorie. Quando una delle parti, nel caso specifico il datore di lavoro, è in grado di rescindere il contratto come e quando vuole, il lavoratore è automaticamente uno schiavo. La flaxsecurity invece è una forma di tutela che permette il reintegro dei lavoratori che sono rimasti disoccupati in maniera involontaria: prevede corsi di formazione e riqualificazione professionale, mentre viene erogato un sussidio economico e la possibilità di essere reintegrati in un posto di lavoro simile a quello svolto precedentemente, se durante la riqualificazione si rende disponibile un posto in un’altra azienda.

Non frequentare il corso di formazione, non accettare un nuovo impiego una volta creatasi l’occasione, il lavoratore perde anche il sussidio.
Ferrari conclude: «Se invece di dare 80 euro in più a chi già lavora, si desse un sostegno per massimo tre anni a chi un lavoro non ce l’ha i consumi ripartirebbero e il motore si rimetterebbe in moto. È chiaro che si tratta del mio punto di vista e le misure da abbinarvi sarebbero anche altre (seria riforma del fisco)».
La mossa degli 80 euro è stata una trovata che ancora mi sto chiedendo a cosa sia servita: alcuni lavoratori che li percepiscono, li dovranno restituire con i conguagli fiscali. Ma dare ammortizzatori per tre anni a chi non lavora, non basterebbe a risollevare, a mio avviso le sorti di questo Paese. Sono soldi che devono uscire sempre dalle casse dello Stato, che non rientrerebbero. Quindi l’ipotesi di creare lavoro, creare produttività e far si che questo Paese torni ad essere produttivo, non è da sottovalutare. Siamo sempre dell’avviso che un sussidio a chi, è abile per un certo tipo di lavoro, senza che questi possa accedere ad un percorso per la ricerca – magari anche agevolata – del posto di lavoro, non è concepibile oggi in Italia. Dare un contributo a chi non lavoro, cercando i soldi e la copertura economica rosicchiando qua e la, avrebbe lo stesso valore della trovata deli 80 euro. Con conseguenti ripercussioni sulle prossime tornate elettorali: se Renzi dovesse varare una manovra del genere, sararebbe anche in grado di prendersene il merito.

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Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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