di Nadeia De Gasperis – Mentre la gente celebrava il rito solenne del “mercoledì delle ceneri”, si consumava l’ennesima carnescialata, dove il governo banchettava alla festa dionisiaca che scioglie dagli obblighi sociali. In osservanza della tradizione in molte case mancava la carne sulla tavola, ma anche ogni altro alimento di sussistenza, come nel prologo di una Quaresima che non vedrà alcuna “resurrezione”.
Molte famiglie già alle porte del 2015 scivolavano sotto la soglia della povertà ma la soglia percettiva dei saltimbanchi non registrava neppure lo stimolo minimo discriminabile.
Dovremmo aupsicare un ritorno alla culla della civiltà e celebrare una nuova nascita in un carnevale della Mesopotamia, dove si deponeva e umiliava il re o come nei saturnali, dove il padrone serviva gli schiavi.
Così abbiamo celebrato il nostro personale carnevale, giorno di magro, che ci vede reinventarci vestendo abiti adatti a ogni stagione, maschere di smarrimento e paura.
Il venditore ambulante che bussa alla mia porta vende fantasmini e mi liquida il fantasma del lavoro nella sua personale storia, che è una storia corale, dove un uomo di 50 anni, laureato in fisica, perde il suo lavoro di ricercatore. Un insegnate di geografia, davanti a un ipermercato, distribuisce le mappe per arrivare a McDonald’s.
Intanto dalla mia finestra osservo la ressa al cassonetto, ancora si rispettano due file, una per immigrati e senza tetto, una per i nuovi poveri. Speriamo che non si sovverta l’ordine, in una guerra all’ultimo scarto. C’è ogni giorno un volto nuovo ma anche volti conosciuti che prima frequentavano luoghi meno comuni e meno feroci.
Il venditore ambulante mi ricorda Kalhid, amico di famiglia, venuto dalla tunisia con una laurea in fisica, la conoscenza di tre lingue. Le sue tre bambine, italiane, nate in ciociaria, cresciute con il suo lavoro di operaio in una fabbrica ciociara. Ricordo la rabbia all’idea del suo talento sprecato e quela frustrazione assume nuovi connotati oggi, una frustrazione dai tratti somatici come i miei, come i vostri.
Poco più in là una fabbrica ciociara stava rischiando la chiusura, un operaio si incatenava ai cancelli. Raggiunto dal vescovo gli chiedova di fare qualcosa ma il vescovo lamentava di non avere voce in capitolo. “Monsignore ha provato con Dio?”. “ah è vero, Dio”. Ma neppure le trattative con il governo dei cieli ha funzionato.
Mancava il lavoro, ora il lavoro viene a mancare e non abbiamo neppure avuto modo di accantonare qualche soldo per celebrare il rito funebre. Così il nostro lavoro lo diamo alla terra, nei lavori che “nessuno voleva più fare”. I caporali, ora, avanzano a “nuovi condottieri delle guerre tra poveri”, mentre la classe operaia scongiura di non andare all’inferno.
Il paese è al collasso , lo respiriamo di bocca in bocca ma non lo rianimiamo.
Mi distoglie da questa immagine un din din din, è il nuovo rumore della speranza, il suono delle slot machine nella pizzeria sotto casa, frequentato assiduamente dalle intere famiglie, come un luogo sacro alla domenica.
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