Una domenica in cui un titolo forzato del Fatto quotidiano di Marco Travaglio, “Ora faccio politica”, tra virgolette e sparato in prima pagina, si trasforma nell’occasione per prendere botte da destra e da sinistra, da Renzi e dalla Cgil. Il più duro è senza dubbio il premier che, intervistato da Lucia Annunziata a “In Mezz’ora”, attacca: “Non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini. Il progetto Marchionne sta partendo, la Fiat sta tornando a fare le macchine. La sconfitta sindacale pone Landini nel bisogno di cambiare pagina: il suo impegno in politica è scontato”. Una discesa in campo, dunque, secondo Renzi, come una sorta di ricerca di uno strapuntino dopo aver perso la madre di tutte le battaglie sindacali degli ultimi anni, quella contro l’ad di Fiat Marchionne, il manager che fa impazzire di ammirazione il premier rottamatore. Riportiamo qui di seguito prima l’intervista integrale rilasciata da Landini a Salvatore Cannavò de “Il Fatto Quotidiano” poi i commenti e le posizioni che nella giornata di ieri si sono confrontate sui giornale e nelle Tv
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di Salvatore Cannavò da ilfattoquotidiano – Per il segretario della Fiom “la maggior parte del Paese, quella che per vivere deve lavorare, non è rappresentata”. Il sindacato, quindi, “deve porsi il problema di una coalizione sociale”
“È cambiato tutto, siamo alla fine di un’epoca. È venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi”. Le parole di Maurizio Landini, il giorno dopo il varo del Jobs Act, sono molto chiare. Qualcosa sta per avvenire a sinistra e soprattutto nel rapporto tra il sindacato e la rappresentanza politica. Perché il segretario della Fiom ritiene che un limite storico sia stato valicato e ora occorra costruire una risposta adeguata.
Siamo dunque a un cambio d’epoca?
Non c’è dubbio. Non solo Renzi applica tutto quello che gli ha chiesto Confindustria, ma afferma il principio che pur di lavorare si debba accettare qualsiasi condizione. Non c’è più il concetto che il lavoro è un diritto e la persona deve avere tutti i diritti di cittadinanza. Inoltre, viene messo in discussione un diritto fondamentale: quello di potersi coalizzare e agire collettivamente per contrattare la prestazione lavorativa.
Lei vede in atto lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori?
Siamo a uno scardinamento sostanziale. Lo Statuto non solo tutelava le singole persone ma riconosceva la contrattazione collettiva e quindi la mediazione sociale come uno dei pilastri delle relazioni sindacali. Oggi questa logica viene messa in discussione. Non a caso Confindustria rilancia chiedendo di realizzare quanto fatto alla Fiat, oggi Fca: cancellare il contratto nazionale. E infatti alla Fca il salario minimo è più basso di quello nazionale.
Renzi, però, sostiene che la sua legge rottamerà la precarietà.
È una grossa bugia, perché il nuovo contratto non è a tutele progressive. Se si pensa che ogni anno circa il 9% dei lavoratori cambia lavoro, si capisce che nel giro di poco tempo la tutela contro il licenziamento illegittimo non esisterà più.
Eppure, si dice, sono stati aboliti i contratti precari.
Le forme fondamentali sono rimaste tutte, così come non sono state riviste le partite Iva. E gli ammortizzatori sociali non vengono realmente estesi. La cassa integrazione non lo è e la Naspi, che copre solo chi ha lavorato, sostituisce anche la mobilità. Solo che questa durava fino a tre anni mentre quella sarà portata a 18 mesi. Il demansionamento colpisce il lavoro così come eliminare il reintegro anche nei licenziamenti collettivi rappresenta un regalo alle imprese in un periodo in cui, nonostante si parli molto di ripresa, la crisi non è finita.
Sembra che non stia parlando di un governo di sinistra.
Renzi dice di essere il nuovo, ma non siamo di fronte alle idee geniali di un giovane rampante. Si tratta, invece, delle direttive impartite dalla Bce con la famosa lettera del 2011 e che il governo sta applicando fedelmente. Bisogna aver chiaro quello che sta succedendo.
Su questo terreno la Cgil si è mobilitata e, visto che parliamo di temi europei, abbiamo visto la vittoria di Tsipras in Grecia. Le risposte, finora, non sono state efficaci.
La situazione è complicata e difficile, questo è sotto gli occhi di tutti. Credo che ci sia bisogno di un coinvolgimento straordinario di tutti anche fuori dai luoghi di lavoro e una grande consapevolezza di quello che sta avvenendo. Non era mai avvenuto nella storia d’Italia che con leggi si cancellasse il diritto del lavoro. Cambiano radicalmente i rapporti di forza e le relazioni sindacali.
Serve dunque una risposta politica?
Occorre avere consapevolezza della situazione. Noi abbiamo innanzitutto bisogno di riconquistare un vero Statuto dei lavoratori di tutti, davvero tutti, i lavoratori. Per questo la Cgil ha avviato una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare senza escludere la possibilità di un referendum.
Si farà?
Io penso di sì. Il direttivo ha indicato un percorso scegliendo una consultazione di tutti gli iscritti, che sono oltre 5 milioni. Ma la definizione del nuovo Statuto è un percorso che deve coinvolgere anche i non iscritti, perché parliamo della dignità delle persone. Renzi ha preso il programma di Confindustria e lo sta applicando senza che nessun italiano abbia potuto votarlo. Ma su questi temi non ha il consenso della maggioranza della popolazione. Vorrei sfidare Renzi a una verifica democratica.
Sta dicendo che è pronto a una sfida politica?
Il problema è che la maggior parte del Paese, quella che per vivere deve lavorare, non è rappresentata. C’è un fatto nuovo nel rapporto tra politica e organizzazione sindacale.
Sta quindi pensando a un partito?
No, sarebbe una semplificazione.
A cosa, allora?
Occorre la rappresentanza di quegli interessi. Apriamo questa discussione esplicitamente. Per quello che riguarda la Fiom dobbiamo rivolgerci a tutto ciò che è rappresentanza sociale, non solo i lavoratori. C’è tutto un mondo che si deve porre il problema di come affrontare questo nuovo quadro.
È l’idea della coalizione sociale?
Sì. È un tema che come Fiom abbiamo già posto a settembre nella nostra assemblea dei delegati. Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica. Quando un Parlamento cancella lo Statuto dei lavoratori con un colpo di spugna a essere rappresentato è solo l’interesse di uno, del più forte.
La sfida democratica a Renzi passa anche da qui?
Penso assolutamente di sì.
Da il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2015
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da ilfattoquotidiano.it – Renzi: “Landini sceglie la politica perché ha perso con Marchionne”. Il presidente del Consiglio durante il programma “In mezz’ora” ha attaccato il leader della Fiom, che in una nota ha corretto il tiro di quanto dichiarato a Il Fatto Quotidiano. Tweet della Cgil: “Se Maurizio vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato è altra cosa”
Maurizio Landini sceglie la politica. Anzi no. Ma Renzi e la Cgil criticano ugualmente il contenuto della sua intervista al Fatto Quotidiano, nonostante il leader Fiom abbia tentato di correggere il tiro. Senza risultato. “Non è Landini che abbandona il sindacato, ma è il sindacato che ha abbandonato Landini”. Parola di Matteo Renzi, che ha risposto così alla domanda di Lucia Annunziata sul Jobs act (definito “la più grossa ferita per sindacato, Sel e pezzi del Partito democratico”) e, soprattutto, sulla presa di posizione del segretario della Fiom, che in un’intervista a Il Fatto Quotidiano ha spiegato che “è arrivato il momento di sfidare il leader del Pd”. “Chi oggi non ha avuto tutele le avrà” ha annunciato il premier, prima di mettere in correlazione gli effetti della riforma del lavoro con le mosse politiche di Maurizio Landini. Il punto di incontro? La Fiat. Per il capo del governo non ci sono dubbi: “Il progetto Marchionne sta partendo. Al netto delle simpatie e antipatie – ha detto – la Fiat sta cominciando ad assumere e a portare gente in fabbrica. Il dato di fatto è che Landini e la sinistra radicale quella partita la stanno perdendo”. Da qui, a sentire Renzi, la discesa del sindacalista nell’agone politico. Lo stesso Landini, come detto, nel pomeriggio ha precisato di non aver mai pronunciato la frase “ora faccio politica”.
Landini corregge il tiro, la Cgil lo critica ugualmente
Quale, allora, il senso delle sue parole? A leggere la nota, per la Fiom la sfida a Renzi sta tutta “nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare e rappresentare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”. La precisazione del sindacalista, tuttavia, non ha evitato la reazione di Renzi e, soprattutto della Cgil. Il sindacato confederato, infatti, dopo pranzo ha pubblicato un tweet dal contenuto emblematico: “Se Maurizio vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato @fiomnet è altra cosa” sono i 140 caratteri postati da Massimo Gibelli, portavoce del segretario Susanna Camusso.
Landini in politica? “Scontato. Fiat ora assume”
Ma se la risposta della Cgil è stata orientata alla diplomazia, ben più diretta la presa di posizione del presidente del Consiglio. “Non è il primo sindacalista che si impegna in politica” ha detto Renzi, che poi ha sottolineato come “sul Jobs act ognuno può avere l’opinione che vuole, ma se la si butta in politica è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche alla entrata in politica”. Chiaro il riferimento alle ultime proteste organizzate dalla Fiom. Perché – è il parere di Renzi – “la sconfitta sindacale pone Landini” nel bisogno di cambiare pagina al suo impegno. Forse anche per questo l’atteggiamento della Fiom “a volte è ostile a prescindere”. “C’è larga parte del sindacato, Cgil, Cisl, Uil e non solo, che talvolta ha voglia di confrontarsi nel merito e dare una mano – ha spiegato il premier – Se abbiamo salvato Alitalia, Electrolux, Piombino, Terni è perché abbiamo lavorato col sindacato”. Le critiche della Boldrini sul Jobs act? “Un problema suo, non nostro – ha risposto Renzi – Noi mandiamo avanti il programma di governo su cui abbiamo chiesto la fiducia. La Boldrini è la presidente della Camera – ha aggiunto – è l’arbitro dei giochi parlamentari e la lascio fuori dalla discussione”.
{tab=La polemica in Cgil}
di Andrea Carugati da L’Huffington Post – Maurizio Landini in politica, anche la Cgil dopo Renzi contro il leader Fiom. Ma lui smentisce: “Mai detto di voler fare un partito”.
Una giornata nera per Maurizio Landini. Una domenica in cui un titolo forzato del Fatto quotidiano di Marco Travaglio, “Ora faccio politica”, tra virgolette e sparato in prima pagina, si trasforma nell’occasione per prendere botte da destra e da sinistra, da Renzi e dalla Cgil. Il più duro è senza dubbio il premier che, intervistato da Lucia Annunziata a “In Mezz’ora”, attacca: “Non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini. Il progetto Marchionne sta partendo, la Fiat sta tornando a fare le macchine. La sconfitta sindacale pone Landini nel bisogno di cambiare pagina: il suo impegno in politica è scontato”. Una discesa in campo, dunque, secondo Renzi, come una sorta di ricerca di uno strapuntino dopo aver perso la madre di tutte le battaglie sindacali degli ultimi anni, quella contro l’ad di Fiat Marchionne, il manager che fa impazzire di ammirazione il premier rottamatore.
L’accusa del leader Pd è molto dura, e dalla Cgil non arrivano parole di sostegno. Anzi. Il portavoce di Susanna Camusso, Massimo Gibelli, su twitter prende le distanze da Landini: “Se vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato, la Fiom, è un’altra cosa”. Durissima la replica, sempre via social network, della portavoce di Landini Giorgia Fattinnanzi: “Troppo pigro per leggere più del titolo in prima o solo malafede??”.
Il clima pessimo tra i due portavoce segnala come l’unità di tutta la Cgil in piazza San Giovanni sia ormai un ricordo del passato. La battaglia sul Jobs Act, questa sì è davvero persa, e ora a sinistra i cocci diventano oggetti contundenti da lanciare uno contro l’altro. In casa Fiom, la prima preoccupazione del pomeriggio è quella di smentire il titolo del Fatto. Solo che fino alle 18 non arriva nessuna smentita ufficiale, solo una lettera indirizzata a Travaglio per il numero del Fatto di lunedì 23. Una missiva in cui Landini spiega che “la vostra prima pagina di domenica 22 febbraio 2015 mi attribuisce un’affermazione non pronunciata e perlomeno forzata, ‘Adesso faccio politica’, con tanto di virgolette che la rendono fuorviante. Perché rimanda più esplicitamente all’impegno di tipo partitico o elettorale, che come si può correttamente leggere nell’intervista non è proprio presente. Anzi è un modo per banalizzare il cambio d’epoca che secondo il mio punto di vista richiede la ridefinizione di nuove strategie sindacali e politiche”. Nella lettera a Travaglio il leader Fiom torna dunque su posizioni note, spiegando che per il sindacato la “sfida a Renzi, oltre alla normale azione contrattuale, consiste nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare e rappresentare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”. “È questo che ho sempre inteso e continuo ad intendere per impegno politico”, dice Landini, “ed è un punto di vista che nel suo vero significato spero diventi oggetto di un’ampia discussione e non ridotto ad un titolo ad effetto”.
Nell’intervista al Fatto, in effetti, Landini sviluppa alcuni dei concetti che da tempo sono in cima alla sua agenda. Di fronte allo “scardinamento sostanziale” dello Statuto dei lavoratori, il leader Fiom non vede attualmente presente una rappresentanza politica per “la maggior parte del Paese, quella che per vivere deve lavorare”. Serve quindi uno strumento per “sfidare Renzi a una verifica democratica”, visto che Landini è convinto che sui temi del lavoro il premier “non ha il consenso della maggioranza della popolazione”. Uno strumento che non sarà “un nuovo partito, che sarebbe una semplificazione”, ma una “coalizione sociale”. “Il sindacato di deve porre il problema di una coalizione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica. La sfida democratica a Renzi passa anche da qui”. Parole che non indicano una strategia precisa, e neppure l’embrione di una nuova casa comune per Sel e le minoranze Pd. Semmai, la ricerca di una piattaforma comune con una serie di realtà sociali come Libera e Emergency.
In casa Fiom ha fatto particolarmente male l’accusa del premier di aver perso la battaglia sindacale contro Fiat. Un tema su cui Landini risponderà lunedì a Otto e mezzo. Partendo da un dato: “Come Fiom siamo stati riammessi in Fiat da una sentenza della Corte costituzionale. Difficile dire che siamo stati sconfitti…”.
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Nella domenica dell’attacco di Renzi, colpisce però la solitudine di Landini. Dalla sinistra Pd arriva una difesa solo da Alfredo D’Attorre: “Possono essere interessanti battaglie comuni tra forze politiche, forze sociali, pezzi della società che insieme cercano di contrastare l’applicazione in Italia di quel modello di politica economica fondato su flessibilità spinta, deflazione salariale, riduzione del ruolo e taglio della spesa sociale. Un modello che viene imposto a diversi Paesi europei e di cui il Jobs act è l’esempio più eclatante per quanto riguarda l’Italia”. Quanto alle parole di Renzi su Landini, il deputato bersaniano commenta: “Francamente non mi pare una mossa utile quella di delegittimare un interlocutore sindacale provando ad attribuire un significato politico alle sue mosse. Di solito quando si passa alla delegittimazione personale è perché si è in difficoltà sugli argomenti”. Sulla stessa lunghezza d’onda il capogruppo alla Camera di Sel Arturo Scotto: “È singolare che un premier elogi in questo modo un manager che ha trasferito la sede fiscale in Gran Bretagna, mentre attacca in questo modo un leader sindacale che rappresenta milioni di lavoratori”.
Polemiche a sinistra anche sull’intervento di sabato di Laura Boldrini, che aveva criticato il governo per avere ignorato i pareri del Parlamento sul Jobs Act e parlato con preoccupazione di “un uomo solo al comando”. “Mi sembra un eccesso rispetto alla sua posizione di garanzia”, attacca il vicesegretario del Pd Debora Serracchiani. “Boldrini ha preso un ruolo politico di fronte a certe affermazioni, bisogna chiedere a lei il perché. Dire che c’è un uomo solo al comando non è giusto, il lavoro del Pd è fatto di tante donne e uomini. Non c’è un uomo solo ma un partito che rappresenta una base larga degli italiani e che dice che devono essere fatte certe cose. Renzi non decide da solo ma decide di andare fino in fondo sulla base di quello che viene portato dal partito”. Renzi invece si tira fuori dalla polemica: “Le critiche della Boldrini sul Jobs act? Un problema suo, non nostro. Noi mandiamo avanti il programma di governo su cui abbiamo chiesto la fiducia e come dobbiamo fare. La Boldrini è la presidente della Camera, è l’arbitro dei giochi parlamentari e la lascio fuori dalla discussione”. Alla presidente della Camera arriva la solidarietà della minoranza Pd e anche del Mattinale di Renato Brunetta: “Da lei un soprassalto di dignità”.
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