
di Maria Luigia Pietrobono* – “Amo gli animali, come è noto, orsi e lupi ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di un orango”.
Così Roberto Calderoli, nel Luglio 2013, nei confronti di una Ministra della Repubblica italiana. Un anno e mezzo dopo (i tempi in Parlamento sono veramente lunghi), la Commissione del Senato sulle immunità esaminato il caso ,non da l’autorizzazione a procedere; ma la cosa che più sconcerta sono le dichiarazioni di Moscardelli e Cucca: il primo dice che “le accuse di incitazione all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore” il secondo precisa che” le parole pronunciate dal Senatore Calderoli vanno valutate nello ambito di un particolare contesto di critica politica”.
Proprio questo è il punto: fino dove possiamo spingerci con gli insulti quando parliamo con o di una persona?
Essere paragonati ad un orango cioè ad un animale, a mio parere, è una grave offesa perché colpisce la persona nel suo aspetto fisico.
Come ci indignammo tutte perché qualcuno a proposito delle Ministre del governo Renzi disse che erano più belle che brave, allo stesso modo e ancora di più dovremmo indignarci oggi.
Se sottovalutassimo la gravità del fatto come potremmo rimproverare quei giovani che nella scuola non accettano il diverso per fattezze fisiche o colore della pelle o quei cittadini che, a prescindere da qualsiasi considerazione, si oppongono anche con manifestazioni violente agli immigrati?
E poi è mai accaduto che si sia paragonato un uomo presente nelle Istituzioni o privato cittadino ad un animale senza che questo fosse intenzionalmente un insulto?
Qui ci troviamo di fronte allo stesso annoso problema che si presenta ogni qual volta si parla di donne.
La donna non viene mai giudicata in base alle sue capacità e conoscenze; non si nota se si esprime in una forma italiana corretta; se conosce qualche lingua straniera; non si sottolinea il suo corso di studi ma in primis si mettono in risalto le fattezze fisiche, l’eleganza, le frequentazioni argomenti abbondantemente trattati nelle riviste di gossip.
Questo stato di cose dovrebbe, in quanto donne, massimamente indignarci: è mai possibile che nel panorama politico perfino Berlusconi abbia la velleità di passare alla storia come uno statista e non ci sia nessuna donna, nel giudizio di alcuni, che possa aspirare a tal titolo?
Eppure ne abbiamo avute di donne che nelle Istituzioni hanno lavorato con grande efficacia!
Quella di ieri mi è sembrata una giornata veramente molto triste non solo perché non si sono riconosciute le condizioni per sanzionare il comportamento di un Senatore della Repubblica, ma soprattutto perché è definitivamente morto e sepolto quel rapporto di solidarieta’ che legava strettamente tra loro in primo luogo le donne e poi gli appartenenti ad uno stesso partito nella tanto deprecata prima Repubblica.
Ho fiducia che prima o poi si leverà forte la voce di tutti e che in aula verrà ribaltata la decisione della Commissione(naturalmente saranno tutti presenti e nessuno si smarchera’ dal gruppo).
È questo il momento di agire, di dare il buon esempio perché non basta parlare di rispetto delle donne e di pari opportunità, non basta ballare in piazza e festeggiare l’8 Marzo, è tempo di azioni concrete.
*Maria Luigia Pietrobono Conferenza nazionale delle donne del Pd
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