DanteAlighieri

DanteAlighieridi Fausto Pellecchia – A beneficio dei lettori di Unoetre, sospendendo ogni remora di prudenza, provo a riassumere, nella forma di un’autorecensione, le principali istanze etico-politiche che mi hanno indotto a rileggere il canto XI del Paradiso, dedicato alla figura di Francesco d’Assisi, per il ciclo delle “Profanazioni dantesche”. Cercherò, pertanto, di mettere in chiaro, nel caso specifico del francescanesimo, il senso che, programmaticamente, definisce il movimento circolare di ogni “profanazione” in quanto tentativo di lasciar “emergere nel dettato della Commedia la remota sorgente di questioni ancora urgenti nel nostro presente, mettendo in rilievo, al tempo stesso, motivi e moventi, che dall’attualità ci rimandano alla lettura dei versi danteschi”. L’evento che segna il punto d’innesco del circolo ermeneutico che ruota intorno alla figura del santo di Assisi, è costituito innanzitutto dalla scelta di Jorge Mario Bergoglio, primo gesuita eletto al soglio di Pietro, di assumere, per la prima volta nella storia della Chiesa, il nome di Francesco. Una doppia primalità, carica di implicazioni. I Gesuiti, infatti, sono un ordine religioso nato al tempo della Riforma e della prima globalizzazione, che portò spagnoli e portoghesi, soldati e preti, a colonizzare i paesi dell’ America centromeridionale e dell’ Asia. Un ordine di missionari, intellettuali, di straordinari organizzatori, perfettamente a loro agio nel mondo della modernità. Alla loro discendenza appartiene la migliore teologia cattolica dell’ultimo secolo : Henri de Lubac, Karl Rahner, Bernard Lonergan e Hans Urs von Balthasar. Un ordine che ha pagato caro l’audacia dei suoi intellettuali (ridotti spesso al silenzio), l’attività sociale dei suoi preti (martiri in ogni continente) e la capacità di penetrazione che hanno esercitato sulle classi dirigenti europee e asiatiche.
Ma c’è di più. Bergoglio è un gesuita che viene dall’America latina (dai “confini del mondo” come ebbe a dire nel suo primo discorso) . La sua gente è soprattutto composta da poveri. Il nome di Francesco suona perciò come denuncia delle condizioni storiche del continente sudamericano, la cui miseria e la cui precarietà politica non è semplicemente riconducibile ad un immenso problema sociale, ma costituisce una sfida permanente alla visione spirituale della Chiesa e alla cultura dell’Occidente capitalistico, oltre che un’inesauribile fonte d’ispirazione teologica (basti qui ricordare la “teologia del pueblo” di Juan Carlos Scannone, nata da una costola della “teologia della liberazione” di padre Gutierrez) Questa situazione epocale segnata dall’ascesa al pontificato di un membro della Compagnia di Gesù, cioè di un Ordine che ha rappresentato la fucina della più alta intellighenzia cattolica, e l’assunzione programmatica del nome di Francesco, nel quale si rende esplicita la volontà di riforma della Chiesa nel segno dell’umiltà evangelica, presenta indubbie analogie con il contesto dell’elogio del santo di Assisi pronunciato da Tommaso d’Aquino nel Paradiso dantesco, come figura esemplare di riferimento di una profonda riforma della Chiesa. Nel complesso gioco di specchi che si sviluppa durante l’incontro di Dante con gli spiriti sapienti del cielo del Sole, la trama delle simmetrie e delle tensioni paradossali, che si sviluppano nel trittico dei canti X, XI e XII, è infatti innescata dalla decisione di Dante di presentare la figura del Santo indoctus et parvulus attraverso le parole del domenicano più illustre, Tommaso d’Aquino, il celeberrimo ‘professore’ parigino, maestro di metafisica e di teologia che Dante stesso scelse come sua suprema guida intellettuale.

La domanda che prepotentemente sale dall’analogia di questa doppia congiuntura storica è la seguente: qual è l’idea di povertà che sta nel cuore della forma di vita voluta da Francesco? E soprattutto: quanto e come quest’idea si allontana dalla nozione corrente di povertà, fino a confliggere con essa? Una prima indicazione va forse individuata nella visione teologico-politica di Papa Francesco, secondo la quale si è chiusa l’epoca delle ideologie che hanno alimentato, da opposte prospettive, un confronto antagonistico con la povertà, come “lotta” contro la miseria sociale: il ciclo delle utopie (liberali o socialiste) che promettevano l’espansione progressiva del benessere e l’emancipazione dall’indigenza e dal sottosviluppo appare ormai esaurito. Ad esse subentra, con la fine forzosa del consumismo prodotta dall’attuale crisi economica, non l’età dell’accettazione rassegnata della miseria – una tentazione regressiva, che è sempre in agguato nell’ideologia dei tempi di austerity ; quanto piuttosto l’idea di una paradossale “cultura della povertà. La domanda va allora declinata in termini diversi. Si può scegliere la povertà senza subirla? Questione delicata, soprattutto per noi moderni, abituati a vedere nella ricchezza uno dei prepotenti obiettivi della nostra esistenza. Eppure la storia convoca esempi in cui la povertà è un gesto che nasce da una decisione piuttosto che da un´imposizione che ci condanna a una rassegnata e indesiderata condizione di indigenza. È facile nascere o diventare poveri, ma esserlo, con tutte le implicazioni profonde di una tale condizione, può aprire scenari giuridici, etici e politici per noi impensabili.
Sul terreno delle teorie politiche e delle pratiche governamentali odierne, lungi dal rassegnarsi alla spoliazione e allo sfruttamento operato dalle potenze anonime e globali del neocapitalismo finanziario, si tratta piuttosto di “coltivare” la povertà, inscritta nella previsione dei comuni orizzonti planetari, dalla scarsità delle risorse e dagli effetti perversi del nostro modo di produzione sull’ecosistema: una diversa “cultura” economica e politica che punta, pur tuttavia, all’autentico benessere collettivo. A questa prospettiva accenna l’ apparente ossimoro della decrescita felice, che il movimento politico omonimo ha adottato come proprio emblema, richiamandosi alle teorie economiche di Serge Latouche, Jean Paul Fitoussi e Joseph Stigliz che hanno provveduto a infrangere il dogma corrente di una correlazione immediata tra incremento del PIL e aumento della qualità della vita. Questo Movimento trova, peraltro, un’autorevole discendenza dal pensiero filosofico del secondo ‘900, a partire da alcuni spunti notevoli dell’opera di Heidegger (si veda ad esempio, «Abitare costruire pensare» e «Poeticamente abita l’uomo» in Saggi e discorsi, Mursia, Torino, 1976, pp.96-108; 125-140). Per Cornelius Castoriadis, ad esempio, l’emergenza eco-ambientale implica la necessità di abbandonare una visione politica nella quale l’economia è il valore centrale e, di fatto unico. In essa, infatti, «non c’è soltanto la dilapidazione irreversibile dell’ambiente e delle risorse non sostituibili. C’è anche la distruzione antropologica degli esseri umani, trasformati in bestie produttrici e consumatrici, in abbrutiti zapping-dipendenti.» (Istituzione immaginaria della società, Feltrinelli, Milano, p.176) Sulla stessa lunghezza d’onda, si è sviluppata in Italia la riflessione “corsara” di Pier Paolo Pasolini. Più recentemente, il noto teorico delle società liquide, Zigmunt Baumann, in una intervista su La Stampa del 7 agosto 2011, ha provato a spiegare il concetto di “decrescita felice” con un esempio che non sarebbe dispiaciuto al Santo di Assisi:
«[…] se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo.»

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