di Valerio Ascenzi – Dopo l’appuntamento promosso dal Sindaco Fausto Bassetta con gli ex operai Videocon, in attesa di veder all’opera l’ “unità di crisi” nata in quell’occasione il 24 novembre, unoetre.it ha voluto ricostruire la vicenda conversando con uno dei leader della lotta operaia, Gino Rossi che è stato anche protagonista dell’incontro della “Sala della Ragione”.
Gino Rossi, cinquantaquattrenne ex operaio prima Videcolor, poi Videcon, entrato nell’azienda a ventisei anni; da quanti anni si lotta e secondo voi operai, di chi sono le responsabilità di questa grave situazione?
Le responsabilità maggiori sono del Ministero dello sviluppo economico e della politica: non hanno saputo vigilare sull’operato del gruppo indiano che rilevò lo stabilimento Thomson. Gli indiani avevano già fatto fallire la Necchi di Pavia, dopo averla assorbita. Si doveva vigilare sul piano industriale presentato: avevano promesso reintegro dei vecchi dipendenti e creazione di nuove prospettive occupazionali, ma non è stato così. Lo stato ha elargito troppo facilmente denaro pubblico e ha dato troppa libertà agli indiani. Subito si è capito che qualcosa non andava: per un periodo, ad esempio, ufficialmente assemblavano semilavorati, ma in verità ad Anagni arrivavano elettrodomestici finiti ai quali veniva cambiata l’etichetta con la scritta Made in Italy. La Finanza bloccò circa seicento container di questi elettrodomestici nel porto di Napoli, ma non ci furono ulteriori sviluppi. Tutto suonava come un campanello d’allarme, che nessuno ascoltava. Dar la colpa ai sindacati, a mio avviso è fin troppo facile: il sindacato spesso tutela i lavoratori, ma di fronte a certe decisioni prese dalle aziende in totale libertà, c’è poco da fare.
Cosa è più urgente oggi per fronteggiare la crisi in provincia di Frosinone?
Urge una reindustrializzazione dell’area. Sul caso Videocon serve che Stato e Regione trovino imprenditori disposti a venire ad installare nuove linee produttive nel sito oggi completamente vuoto. Scordiamoci tecnologie il cinescopio o tecnologie affini: le linee come tutti sanno, sono state smantellate e portate altrove. Proprio per questo però la struttura può essere riutilizzata per una nuova industria. Oggi l’Asi la può riacquisire a costo zero, ma non lo fa per non accollarsi le spese (come l’Imu) di uno stabile così grande, lo farebbe nel caso ci fosse chi è pronto a investire. C’è da comprendere che non possiamo pretendere di reintegrare tutti i dipendenti attualmente in mobilità.
Lei ha detto ad Aanagni che l’Accordo di Programma ha deluso. Perchè?
Siamo stati noi a lanciare la proposta: in alcune regioni italiane era già stato fatto qualcosa. Dapprima in Regione ci hanno risposto come se fossimo alieni, poi hanno iniziato a capire. In pratica una parte dei finanziamenti arriverebbe da soldi pubblici, il resto dovrebbe arrivare da investimenti privati.
… E perché non si attua?
Ce lo chiediamo quotidianamente. Ci sono i soldi, ci sono i siti industriali da riconvertire. Ma non si capisce che cosa stia accadendo: di quattro progetti presentati, due sono stati scartati dal Ministero dello sviluppo economico e da Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa). Quel che ci lascia pensare è il fatto che si siano presentati poi i gruppi farmaceutici già presenti poi sul territorio, con due progetti.
Quali sono le perplessità su questi progetti?
Sembra che queste due aziende intendano fare solo ampliamento dell’attività produttiva. Abbiamo chiesto un incontro alla Regione, per avere i dettagli dei piani industriali: stando a quel che trapela, questa operazione porterebbe solo duecentottanta posti di lavoro. La clausola dell’accordo di programma, prevede che nel caso di un nuova industrializzazione il 25% dei posti di lavoro dovrebbero essere assegnati ai lavoratori in mobilità. Il 25% di duecentottanta non è niente.
E’ possibile pensare ad un adeguamento dell’Accordo di Programma che veda la messa in rete di piccole e medie imprese?
L’idea c’era e la proposta venne fuori proprio in un incontro di Federlazio, dove sollevarono la necessità di una rete di piccole e medie imprese, che mettendo insieme capitali da investire avrebbero potuto raggiungere la quota minima dei trenta milioni di euro, per la realizzazione di un piano industriale. Credo sarebbe una proposta ancora attuabile, ma non se ne è parlato più. All’epoca qualcuno protestò perché la cifra di trenta milioni di euro esclude dal bando proprio le aziende piccole, dando l’accesso solo ai grandi gruppi.
Lei ha fiducia nella ripresa occupazionale in questa provincia?
I dubbi sono sempre molti. I politici in questo momento devono evitare di alimentare false speranze nei lavoratori, soprattutto evitare di impegnarsi pubblicamente per il loro reintegro. Non solo è ingiusto ma offende la dignità e l’intelligenza delle persone. Noi siamo realisti e sappiamo che non tutti i lavoratori verranno reimpiegati e che non verranno chissà quali multinazionali a soccorrerci. In qualche incontro pubblico, mi sono anche alterato poiché qualche politico continua a dirci le stesse cose di dieci anni fa. Se la politica vuole darci una mano, può fare solo due cose: sollecitare il Governo per trovare misure straordinarie per mandare in pensione chi è vicino all’età minima (circa quattrocento lavoratori); lavorare per una proposta concreta, magari la rete di aziende. Sappiamo che la Regione ha preparato anche un altro bando e che circa cinquanta aziende sarebbero pronte a recuperare il sito industriale della Videocon per altro genere di produzioni. Noi vogliamo sapere quali sono queste aziende e che progetti ha la Regione Lazio.
3 dicembre 2014
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