di Ignazio Mazzoli (quello che segue è il testo degli appunti in base ai quali si è svolta la presentazione del libro “Una donna alla ricerca del diaframma”) – Non ricordo esattamente quando Fausta Dumano ha iniziato la sua collaborazione con il giornale unoetre.it. Due anni, poco più o poco meno sono passati. Poco importa. E’ una collaborazione che resiste, costante e assai impegnata per continuità e gran numero di scritti. Rammento che quando le chiesi come voleva che fossero firmati i suoi articoli mi disse che preferiva la seguente formula: Fausta L’Insognata Dumano. Mi colpì quella “elle con l’apostrofo” perché mi apparve, più che un soprannome, come la sottolineatura di una definizione condivisa e riconosciuta da molti, anzi da tanti al punto che hanno utilizzato questo nome per dedicarle una strada da Fausta valorizzata con l’arte e gli artisti, portandola dal dimenticatoio a nuova vita.
“La donna alla ricerca del diaframma” è il nuovo libro de L’Insognata finito di Stampare in questo novembre 2014 dalla Teseo Editore di Frosinone in vendita a 12 euro, impaginato da Lucia D’Esposito e con le bozza corrette da Annalaura Giannini la prima, dopo 22 correttrici che ha saputo cogliere i gusti e le sensibilità di Fausta.
La copertina è di Rocco Lancia notissimo e affermato pittore, grafico, scenografo. Uno dei mostri sacri del vivaio di artisti che operano in questo territorio frusinate.
Fausta è impegnata da tempo nello scrivere. Alcune opere di Fausta sono state premiate o selezionate dalla Scuola di Omero. Nella quarta di copertina di quest’ultimo libro ogni lettore troverà il puntuale promemoria che fra l’altro segnala come l’autrice riconosca a Cristina Tonelli di essere la sua vera maestra di “scrittura creativa”.
Cos’è questa scrittura? Scopriamolo insieme, io mi sono sentito come invitato a vivere anche una dimensione di “lettura creativa”. Non ironizzo, mi sono avvicinato a questo testo con la curiosità del neofita.
Il racconto occupa trenta pagine intense. Poche? Forse, ma non lo sono e si trova molto su cui pensare. Chi non conosce questa prosa può restare sorpreso o provare spaesamento nel leggere. Siamo abituati ai capoversi che in qualche misura ci guidano, insieme agli spazi. Qui no. Anche la punteggiatura è originale. Consideriamo l’interpunzione come regolata rigidamente. La virgola, il punto, i due punti ecc., anche questi segni si possono assoggettare alla volontà di chi scrive. Basta farsi capire.
Non sempre è esistita la punteggiatura, nella Grecia classica i testi erano scritti senza interruzioni o spazi tra le parole, ma non per questo erano del tutto assenti i segni d’interpunzione: per es., il tratto verticale e i tre punti, usati per separare unità di breve estensione, e la linea orizzontale posta all’inizio di rigo (parágraphos), impiegata per segnalare l’introduzione di un argomento nuovo. Anche Cicerone (I sec. A.C.), nel De oratore, esprime delle riserve circa l’utilità delle notae librariorum, i segni introdotti dai copisti come ausilio alla lettura.
E’ con la generale rivoluzione grafica e ortografica che si realizza in Occidente dopo l’invenzione della stampa, che per la prima volta è adottato un sistema interpuntivo di tipo moderno come lo conosciamo. Circa le sue funzioni si affermano due visioni contrapposte: una prima, ne ritiene l’impiego finalizzato alla chiarezza e alla tutela della «costruzione» e del «senso»; una seconda e più tradizionale, pone in primo piano il rapporto con il parlato, indicando sia le pause con valore respiratorio sia quelle semanticamente rilevanti.
La punteggiatura di Fausta merita attenzione e accortezza. Puntini sospensivi o allusivi, le virgole vicino alla parola già letta o attaccate a quella da leggere ancora. Provate, leggendo, a cogliere le diversità di tempo e di ritmo.
Vengo al racconto partendo da una sua definizione com’è contenuta nella postfazione di Alfonso Cardamone: “Curiosa storia la donna alla ricerca del diaframma, confermando la cifra di scrittrice funambolica, l’autrice qui ri-attesta e conferma, già a partire dal titolo, la propensione a dotare di un certo tasso di ambiguità la sua scrittura”.
Ricordiamoci questa espressione “tasso di ambiguità” mentre percorriamo la storia di …Carla.
Come è nello stile di Fausta, che si trova anche nelle cronache e nei commenti giornalistici, si entra subito a contatto con donne e uomini delle sue storie. Te li presenta mentre si va avanti nel leggere dandoli per scontati come se il lettore già li conoscesse.
Così è anche per Carla, nome di donna dei suoi scritti, mitico per Fausta (è una sua frequente espressione). Le sue donne sono tutte Carla. In omaggio a Carla Maini, principessa indiscussa del pianeta donna, come lei stessa la definisce.
Carla è una bimba che non parla. Vive con una nonna che con i suoi racconti rappresenta lo imprinting della sua infanzia. La scrittura è la prima scoperta, ma anche il suo primo amore. La scrittura resterà sempre con lei. La scrivere è la più pubblica delle forme di comunicazione perché può raggiungere tantissimi che anche sono lontani, ma è anche la più segreta delle nostre possibilità di relazioni. Può essere e
restare solo per noi stessi, come i nostri pensieri.
Nella prima pagina, la otto, c’è già tutto: il sogno di diventare scrittrice, la vita da precaria. La precarietà “compagna inseparabile della sua vita” e la complessità delle donne che racchiude in lei. Perennemente innamorata dell’idea dell’amore, più che degli uomini, attribuisce a quell’idea un’atmosfera e uno spazio che sono molto adolescenziali, proprio di chi sogna ancora. Quest’atmosfera si coglie subito con grande forza nell’espressiva copertina di Rocco Lancia.
Leggendo mi colpiscono i simboli. Ne individuo subito due che mi sembrano importanti: il Diaframma e la Parola anarchica, ma non saranno i soli.
La donna alla ricerca del diaframma. ???? I diaframmi sono molti. Già perché tale è
un tramezzo, una porta, un argine, ma è anche un prezioso muscolo. Pure nel libro sono molti, lo specchio, le paure, il dentro e il fuori di sé. Meglio andare con un po’ di ordine.
Carla è Carla, ma anche tutte le donne? Forse sì. Che strano in lei i fantasmi non sono del passato, ma dei sogni in cui ha immaginato le altre vite che avrebbe potuto “fare”, scrive Fausta. Ancora la copertina di Rocco Lancia è molto eloquente: i più volti rappresentati in primo e secondo piano sono di questi fantasmi? Penso di sì.
La donna allo specchio è lei. Una e tante altre. Qui è l’ambiguità? Tutti, allora, siamo ambigui, pensiamo ai “fantasmi” di ciò che sogniamo di voler essere. Ambigui è il termine esatto? Non si è caricato di significati anche negativi? Mi viene da pensare che soprattutto si tratti di una grande ricchezza di possibilità diverse che abbiamo tutti davanti, in molti momenti della vita.
Nel racconto l’autrice mi fa trovare una storia d’amore, che innanzitutto è voglia di amare la vita. C’è un inno alla vita che vale la pena di essere vissuta. Si badi bene “nonostante tutto”, scrive l’autrice.
Che cos’è questo “nonostante tutto”? Tante cose, ma una principalmente. La violenza che subiscono le donne. Un tema permanente in Fausta Dumano. La spina dorsale della sua lotta politica che combatte anche contro le ingiustizie in generale. Si coglie un volto delle paure: sono collettive, di tutto il genere femminile. Infatti, come non avere certezza che sarà introiettata nei geni delle donne la tragica incomprensione di uno Stato e della sua legislazione maschilista che infligge un’atroce ingiustizia a Reyhaneh Jabbari condannata all’impiccagione per essersi difesa da chi la voleva stuprare?
Nadeia De Gasperis, su unoetre.it, così la descrive: «giovanissima donna iraniana, commette l’ultimo estremo atto di altruismo, depositando la sua volontà di rinascere in ogni parte di se a una nuova vita, come un albero dopo il passaggio del fuoco. Questo è il coraggio, questo è il riscatto dal male, lasciare che da ogni parte di noi, ogni pezzetto offeso a morte, nasca la speranza di una nuova vita. Così ci moltiplichiamo, lasciando tracce di noi negli altri, non solo dando alla luce nuova vita, ma restituendo alla luce chi vive nell’ombra di un destino che sembrava ineluttabile».
Nadeia in questo brano interpreta bene il “nonostante tutto” de L’Insognata. 
Carla è la donna dall’intricata ragnatela (altro simbolo).
Il lettore a pagina ventotto trova una variante. Una nuova Fausta, nella forma e nel contenuto. Non in alternativa al già letto, ma semplicemente altro, anche rispetto a precedenti scritti, come “la passione in due vagoni”, per citarne uno.
E cosa cambia? S’interrompe la pagina piena e fitta di periodi uno dietro l’altro. C’è uno spazio, un titolo “Noi due soli” e poi ancora un altro spazio.
La narrazione di vita comune e affettuosa e sentimentalmente partecipata fra il maestro e Carla, fra Carla e il maestro. Fra Carla e la sua “curiosità” di imparare a parlare perché sa che in quel voler sapere e scoprire è racchiusa la possibilità di sopravvivenza.
C’è uno scambio continuo, la sua attenzione non è solo insegnamento, anche se si coglie che in alcuni momenti a questo ricorre per testimoniare il suo interesse per lei. Pur abusando in pedanteria. Carla ricambia con una sua intimità sempre in grande fermento e subbuglio.
Gli insegnamenti, le ricerca del superamento del mutismo s’intrecciano fra la curiosità del nuovo che può scoprire e l’attrazione per l’uomo che ha innescato questa scoperta di sé. Il diaframma? Eccolo! E’ quel muscolo che la fa parlare. Non divide, ma unisce movimento e aria creando il suono.
Amore e autonomia albeggiano in Carla come certezza di sé. E’ bello questo sentire, comune, diffuso nelle donne e negli uomini. Ogni volta che impariamo qualcosa, vorremmo metterla alla prova. Perché spaventarsi?
Ogni volta che Carla prova questa sensazione, questa emozione va alla ricerca della “sua parola anarchica”. Cos’è? La voglia di definirsi senza usare termini che si considerano abusati e quindi inadatti e inadeguati ai suoi sentimenti.
In questo c’è amore che vorrebbe esprimersi al meglio. A volte non ci si riesce, ma l’amore e lì e non è l’assenza di parola che lo cancella. Anzi si potrebbe dire che in quel silenzio per quell’occasione c’è la sua presenza e la sua dichiarazione.
Il dubbio, certo, viene: Il “ti amo” come può essere oggi percepito? Sempre più spesso viene associato alle cronache della violenza e del femminicidio. Si va stratificando, nella memoria diffusa, associato alla morte che “ti do perché ti amo, per la passione che provo per te”. Un bestialità e basta. Bisogna riscattarlo questo verbo meraviglioso, prima di rilanciarlo. La parola, la dichiarazione verbale è irrinunciabile perché suggella l’azione, così come gli atti traducono in concretezza le parole.
Fausta riproduce quest’atmosfera a pagina ventinove: «Il linguaggio dei gesti, le mani. Il maestro non può correggerle gli accenti, Carla ha attraversato la fase dello spaesamento, si è sentita come una straniera, un’analfabeta e adesso è tornata muta come da bambina. Non la spaventa essere muta. Il suo analista è perplesso, non comprende la felicità di una donna, che sta cercando una parola che al normale circuito dei sentimenti….»
Come chiamare questo stato emozionale? Voglia di unicità, che è altro dal possesso egoistico (e qui non lo è) perché esprime e testimonia un desiderio d’identità rispettata.
La voglia di unicità in amore è importantissimo. Non è nuova in una comunicazione artistica. In un messaggio. Ricorda un film bellissimo degli anni ’80: “Figli di un dio minore” con Marlee Matlin e William Hurt. La Matlin vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista. James Leeds (William Hurt) insegna il linguaggio dei gesti ai muti e Sarah Norman (Marlee Matlin) dovrebbe apprenderlo. Ella però non cerca la pietà, vuole essere capita per quello che può valere, mentre teme sempre, nell’intimo, di non farcela in nulla. A un certo momento Norman fugge presso la madre che l’accoglie e conforta, ma il richiamo di Leeds che ha bisogno di lei è troppo forte. E Leeds stesso capirà che, anche con l’amore più grande, gli occorrono umiltà e pazienza e che dovrà rispettare quella persona straordinaria, alla quale in fondo basta
il silenzio per amare e per proteggere una fierezza innata.
Ecco come questa voglia di unicità Fausta descrive, anzi disegna in felici attimi di amore.
E…ripropone “Maestro dammi il tempo, non riesco a dire ti voglio bene con la stessa intensità, non perché dipende dall’impostazione della voce (critica alla pedanteria degli accenti), ma dalla storia dei generi, dai codici della forma di comunicazione”.
Quanto c’è in queste tre righe.
Maschietto (l’Insognata ti mette un’armatura chiamandoti “maestro”) la tua mission e i tuoi sentimenti non sono la stessa cosa, disaccoppiali, sta lì tua unicità che devi donare alla tua Carla. Nella tua mission ti senti forte, ma tu non devi proteggerti da lei, devi andarle incontro senza armature e donarle quello che sai.
La scelta, la selezione è un conflitto, l’unico che può concludersi senza vinti e vincitori. Comunque un conflitto. Rammento sempre a me stesso una lettura di un libro di scienze. Fra gli insetti imenotteri la femmina vola in alto, sempre più in alto e quando trova quello che più le sta dietro sa che è il suo lui. Non siamo imenotteri, ma le scelte le persone le fanno.
A questo incontro così dialettico con quali armi bisogna andare? Con l’intelligenza per comprendere. Prima di tutto. Senza chiusure e con la certezza che diversi si è e tali si resta e così bisogna accettarsi.
L’uomo fin a ora individuato è il maestro, ma non è la sola figura maschile. Due uomini risaltano anche se con pesi diversi. Guglielmo e il maestro.
Perché no Guglielmo, il giovane bello che Carla sempre dolcemente respinge? Il maestro merita il suo amore quasi sicuramente perché le apre un nuovo orizzonte. (Fausta ne contiene il potenziale sottolineando la ripetitività del suo ruolo di pigmalione. Infatti, non è bello in un amore che deve essere alla pari)
Nella vulgata corrente, oggi spesso si dice: addomesticare per ridurre l’aggressività o la presunzione di superiorità. Sta per rendere mansueto. In realtà significa portare nella propria casa alle proprie regole. Questo è assoggettare. Difendere se stessi e i propri diritti è altra cosa. Nell’addomesticare non c’è parità. E’ sempre la stessa regola del sopraffattore: mi sostituisco a te, invece ciò che occorre è cambiare metodo e tipo di relazioni. Quanti ostacoli ha di fronte l’affermazione della propria unicità! Il cammino è lungo ma desinato a compiersi.
C’è ancora un simbolo che mi pare di dover cogliere. Il capodanno insieme. Un inizio? Al lettore il giudizio. A me pare di doverlo legare a un altro messaggio dell’autrice.
Fausta fa una grande operazione verso la conclusione della storia. Non parla né scrive di memoria. Semplicemente testimonia un’operazione di memoria. Non si tratta di ricordare. Ricordo un particolare, un colore, una casa, una strada.
La Memoria è consapevolezza. E’ attualità. E’ ricostruire il come, il quando, il perché, cosa provavo e con chi?
Darsi la memoria è costruire un rapporto fra persone, fra generazioni, fra strati sociali. Costruire la memoria è consolidare le proprie scelte.
Forse sarà proprio per portare un attacco al grande patrimonio di cultura democratica ricevuto dalla seconda metà del 1900, che oggi c’è un gran lavorio per cancellarla?
L’ambiguità c’è? Meglio, sono messi in evidenza dei dualismi. Si quell’ambiguità si può chiamare in altri modi visti i significati non positivi che la parola ha acquisito nell’uso. Nella nostra vita abbiamo tutti una pluralità di occasioni. Siamo aperti a ogni valutazione e potremmo essere disponibili a ogni scelta, ma la continuità di ciò che vogliamo fare e delle conseguenti azioni è figlia solo della nostra volontà.
Si tutte le storie sono aperte a sbocchi diversi, ma non per il Caso, solo se noi lo vogliamo. L’operazione memoria di Carla, in parte chiude la porta al caso almeno così sembra a me.
L’ultimo dualismo. La solitudine presente in forme diverse e descritto in più pagine. Chi è Solo è libero: Un’interpretazione che premia la possibilità di decidere velocemente e come si preferisce. Solo, però, è anche chi vive in competizione con e contro tutti. Affermarsi come individuo è desiderio legittimo. coltivare l’individualismo è un limite. Se vince il secondo perde la solidarietà.
Basta guardare a cosa succede nelle periferie. Gli ultimi contro i penultimi. Questo è il futuro che avevamo sognato? C’è ancora un estremo: la 3° intifada, dopo quella dei sassi e quella organizzata che erano espressione di una voglia di liberazione e di autonomia della loro patria Palestinese oggi è tragicamente ridotta ad un disperato corpo a corpo di singoli senza organizzazione, armati esclusivamente della propria dolorosa rabbia per il tentativo di cancellarli e sono destinati ad andare incontro alla morte.
Quante idee, quanti pensieri fai affluire al cuore e all’intelletto! Grazie Fausta
16 novembre 2014 – Frosinone, ElleTi largo Norberto Turriziani
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