Marangoni Videocon 350 262

Marangoni Videocon 350-262di Ignazio Mazzoli – “L’Inchiesta”, con un articolo di Rita Cacciami martedì 4 novembre è stato il quotidiano della provincia a dare la più diffusa ed esauriente informazione della condanna del Tribunale di Frosinone a 170 ex lavoratori della ex Videocon. Hanno ricevuto come pena una detenzione compresa far 30 e 40 giorni per aver occupato, nell’anno 2009, parte della sede stradale dell’A1 come clamorosa protesta promossa dall’assemblea permanente indetta dinanzi al loro stabilimento.
Non è quindi di questi aspetti che qui si vuole parlare, ma di interrogativi e dubbi strettamente derivanti da questa condanna e in particolare dalle ragioni che l’hanno determinata.
C’è un’espressione che colpisce in queste cronache: “Decisione assurda e iniqua”.
Come già è stata ricordata la protesta nacque nel periodo di crisi della fabbrica, dove inizialmente si producevano cinescopi per televisori. Con l’avvento di nuove tecnologie fu rilevata da un’impresa indiana di Mumbai-Maharashtra che nelle sue pubblicità magnifica i “Videocon LED che producono perché avrebbero le caratteristiche più avanzate e le tecnologie che esaltano il piacere di osservazione con la magia delle immagini cristalline, grande chiarezza del suono e molto altro ancora”. Tuttavia non investi un euro per innovare una grande azienda con un ricchissimo patrimonio di professionalità ed esperienza nel settore da mettere a frutto, finendo con il mandare sul lastrico 1300-1400 operai inizialmente messi in mobilità. Soldi dei contribuenti italiani nelle tasche della società indiana, lavoratori italiani disoccupati, istituzioni incapaci che producono provvedimenti come l’Accordo di Programma Anagni-Frosinone che poi resta colpevolmente solo sulla carta.
Questi lavoratori che hanno alle spalle altrettante famiglie che avrebbero dovuto fare? Oggi si può argomentare in vario modo, dicendo che le pene sono lievi e con la condizionale nessuno finirà in prigione, che cinque anni 2009-2014 per sei o sette udienze forse racchiudevano il tentativo di far maturare il tempo della prescrizione che nel frattempo però è passata da cinque a sette anni e mezzo. Manco un po’ di quella fortuna che aiuta tanti manigoldi. Resta il fatto che sono stati condannati perché difendevano democraticamente i propri diritti ed hanno fatto bene a non accettare di commutare la condanna in pena pecuniaria.
“E’ una sentenza completamente astratta dalla realtà e una vergogna per l’intero Paese”, ha dichiarato il segretario provinciale dell’Ugl chimici di Frosinone, Enzo Valente.Operai Videocon su A1
Certo pensiamo sia da condividere questo giudizio. Una vicenda sviluppata intorno al diritto-dovere di difendere il proprio lavoro senza il quale non si sopravvive non può esser trattata alla stessa stregua di un delitto. Fra gli operai il giudizio è preciso: “Siamo allibiti…c’è grande amarezza perché quello che abbiamo fatto, dovevamo farlo per difendere il nostro lavoro”. “E lo abbiamo fatto – è stata la conclusione – nella più assoluta indifferenza da parte di tutti”. Quanto è importante e indicativa questa frase?! Quando si esorcizza la lotta democratica, isolandola, quando s’invoca il quieto vivere, che in realtà non esiste, c’è un punto di rottura perché l’ingiustizia non si tiene e non si deve far imbrigliare. Altro che manganelli. Perché punire la protesta quando invece bisogna ascoltarla e insieme con essa trovare le risposte.
“Precari a cinquanta anni è una ferita della vita, che segna, che marca l’esistenza di chi è colpito e delle loro famiglie, impone di rinunciare al futuro, impone la logica del se, l’indicativo, il tempo della certezza è abolito, il futuro, un tempo dimenticato”. L’indifferenza non si cambia, devi scuoterla e provocarla. La lotta per i propri diritti è insostituibile e insopprimibile.

Si prova dello choc nel vedere le proteste? “Lo choc più grande è l’anestesia mentale di una società indifferente al dramma altrui. Se bisogna ricorrere a proteste choc significa che il sonno della ragione ha generato il mostro dell’indifferenza…”
Chi spacca il Paese? Chi difende il proprio lavoro con i suoi diritti o chi li colpisce? Lo sappia bene il Presidente del Consiglio, maestro del non ascolto, quando apostrofa gli operai, i giovani e i vecchi, gli italiani e gli stranieri, donne e uomini, che da piazza San Giovanni in poi hanno acceso la fiammella di una protesta democratica e di massa che si diffonde nel Paese.
Intanto questi lavoratori condannati e i loro compagni disoccupati sono già diventati simbolo della gravità della crisi italiana e della desertificazione industriale ed è inaccettabile diventino anche vittime di una palese ingiustizia.

In una società dove siamo controllati, per legge, minuto per minuto dall’ingresso all’uscita dell’autostrada, dal prelievo dei soldi al bancomat alla nostra possibilità di spesa, si è condannati se qualcuno vuol far conoscere quanto è in difficoltà a vivere e quanto è a rischio il suo futuro. Il diritto di far conoscere i propri diritti offesi è condannato come un delitto. Che società è questa che non comprende, fra l’altro, che se quelli senza lavoro non lo esigono sempre meno saranno coloro che potranno pagare autostrade, carte di credito ecc.. ecc..? (im)

5 novembre 2014

 

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