StefanoGavioli 350-260

StefanoGavioli 350-260di Valerio Ascenzi – Stefano Gavioli e gli ex dipendenti Videcon hanno molto in comune. Lo scrittore, ex operaio mantovano, che ha percorso più di mille chilometri in bici per raggiungere Bruxelles, ha solidarizzato con gli operai della ex Videcon di Anagni, in una iniziativa organizzata da Unoetre.it, il quotidiano l’Altra Mantova e da L’Inchiesta. I vertici sindacali provinciali dei tre sindacati confederati, Cgil, Cisl e Uil hanno analizzato la situazione occupazionale del frusinate. Dagli ex dipendenti Videcon è arrivata l’idea di un movimento di cinquantenni, del nord, centro e sud Italia, per portare ad un livello superiore le loro istanze.
Stefano Gavioli, ex operaio cassintegrato e poi disoccupato, ha percorso più di mille chilometri, per dare visibilità a una categoria di lavoratori invisibili: i cinquantenni rimasti senza lavoro, troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per lavorare. Uno scrittore con due romanzi all’attivo, che a livello letterario si serve della precarietà, e dei sentimenti ad essa connessi, per fare narrativa.
«Non sono sempre stato un operaio – spiega Gavioli – sono entrato in fabbrica a 34 anni, venivo da una famiglia di commercianti ed ero stato nel commercio fino a qualche tempo prima di iniziare a lavorare in fabbrica; poi quando la mia azienda era in crisi, ho scelto la mobilità volontaria, sono stato incentivato con una liquidazione e con dei soldi, ho pensato di avviare una mia attività; avevo quasi tutto il denaro necessario e allora ho cercato di avere un finanziamento da più di qualche banca, ma nessuna di queste ha voluto ascoltarmi; morale della favola: volevo inventarmi un lavoro e non mi hanno permesso di farlo». Gavioli ha poi toccato un nervo scoperto di questo Paese: se perdi il lavoro non hai più neanche la possibilità di reinventarti qualcosa. «È come se tutti gli italiani – ha detto – avessero un Claudio Gentile che ci marca stretti come il calciatore marcava Maradona al mondiale 1982: quando cerchiamo una strada per lavorare, il nostro marcatore arriva e ci blocca». L’Italia è un Paese che ha dimenticato operai come Gavioli e come quelli della ex Videcon. E alla domanda sul fatto che ci possano essere speranze di ripresa, Gavioli ha risposto: «Io una speranza ce l’ho, ma non in Italia, probabilmente tra qualche mese andrò proprio in Belgio a cercare lavoro».
È la speranza che è morta in effetti, nelle menti e nei cuori dei lavoratori della ex Videcon e del Frusinate. È questo che accomuna gli ex dipendenti Videcon ad un uomo come Gavioli. A sentir loro, anche se ormai è voce popolare, è la classe politica dirigente che non ha impedito la chiusura della storica fabbrica di cinescopi a colori. Ma anche secondo qualche voce dei sindacati il problema della chiusura delle industrie è politico. La Marangoni, ad esempio, ha chiuso e non produceva cinescopi, considerati ormai una tecnologia desueta, ma pneumatici.
Si è parlato di riconversione dei dipendenti in mobilità. La denuncia arriva proprio da parte di questi, i quali affermano di essere stati messi nelle condizioni di frequentare corsi di aggiornamento professionale, ma si tratterebbe di corsi di potatura di olive, o di “ricostruzione unghie”. Sono stati investiti circa sei milioni di euro per far frequentare a molti di questi lavoratori, questi tipi di corsi. E i lavoratori li considerano soldi sprecati: sarebbe stato meglio darli in beneficienza, o darli proprio ai lavoratori stessi, magari avrebbero aperto una propria attività.
Ignazio Mazzoli, direttore di unoetre.it, ha definito questo periodo un “medioevo post moderno” in cui i cavalieri erranti (Gavioli in questo caso) non possono combattere da soli (magari pedalando per mille chilometri per andare a consegnare una petizione all’Ue), ma hanno bisogno di aiuto. Ma le iniziative devono comunque arrivare con idee provenienti dal basso – idea ormai fatta propria anche dalle organizzazioni sindacali – e con l’ausilio almeno delle organizzazioni sindacali. Dai lavoratori della ex Videcon, alcuni dei quali impegnati anche nei sindacati, arriva per questo la proposta di creare un movimento di cinquantenni, da nord a sud Italia, per portare ad un livello più alto le istanze di questa categoria di invisibili.
I cinquantenni, e over cinquanta, rimasti senza lavoro, esodati, cassintegrati, sono moltissimi in Italia. Ma a nostro avviso, nel caso della nascita di un movimento del genere, sarebbe il caso di allargare la partecipazione anche ai quarantenni, un’altra generazione dimenticata in serie difficoltà occupazionali.

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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