di Antonella Necci – (Poldino 23) Quegli ultimi quattro giorni erano volati ed erano stati tutto un susseguirsi di avvenimenti politici intensi. La sera al campo dei Ribelli le famiglie si riunivano ancora per ballare e cantare e divertirsi insieme, godendosi le ultime calde giornate di un ottobre che aveva ripagato tutti di un’estate fallimentare.
Anche Poldino si univa ai canti e ai cori, ma non alle danze, perché troppo goffo ed impettito per lasciarsi andare. Quando fingeva di godere della compagnia degli altri, si accorgeva che tutti nutrivano una profonda simpatia per lui, e gli sembrava che lo guardassero con una nota di compassione mista a tenerezza, come lo stesso Powder ormai lo fissava da giorni. “Se ne sono accorti tutti, tranne la diretta interessata. Meno male. Dover affrontare di nuovo quel lombrico non mi farebbe piacere, proprio ora, poi, che siamo ad un passo dal riconquistare Anagnon.”
Ma la diretta interessata aveva capito tutto e taceva, per il medesimo motivo. Mancava poco ormai a riprendersi Anagnon e la Provincia tutta, meglio non sciupare gli sforzi richiedendo un chiarimento a Poldino, che sembrava più sereno ora che era ritornato al campo.
Poverino, pensava, mi fa tanta tenerezza, ma cosa potrei fare per renderlo felice? Non posso certo lasciare Robert, che è tutta la mia vita. Arriverà il momento che anche lui troverà la compagna con cui condividere la propria futura esistenza, così come era accaduto a Powder. E guardò la pancia di Layla, sorridendole e accarezzandola.
Cani, gatti, animali domestici, giovani coppie con bambini gioiosi. Il Campo stava diventando una comunità in crescita e necessitava qualcuno che la guidasse e organizzasse scuole, case prefabbricate in legno, piccoli ospedali, biblioteche e luoghi chiusi dove continuare a divertirsi anche d’inverno con il gelo e magari anche la neve.
Ad un tratto fu un fulmine a ciel sereno. Come non averci pensato prima. Le venne da ridere, perché pensò che la soluzione era li, sotto i suoi occhi, e aveva evitato di pensarci. Il parroco di Anagnon era sempre stato uno spirito libero e bizzarro. Assomigliava un po’ al Fra Tuck di Robin Hood: amava bere, mangiare e stare in compagnia. Predicava strane idee quali la chiesa in mano ai poveri, tutti uniti sotto lo stesso tetto, aiutiamo il prossimo come se questo fosse Gesù Cristo.
Ma dove si erano mai sentite simili parole? Anche ora che la Chiesa aveva cambiato rotta, dirigendosi verso il rinnovamento, continuava la sua ingerenza nelle questioni politiche, tanto da ergersi a difensore dei poveri, degli umili e degli afflitti. Adesso. Perché queste categorie erano sempre esistite, ma la carità cristiana era come la corda dello YO-YO. Una volta si stringeva e si arrotolava tutta, una volta si srotolava, ma subito pronta a riarrotolarsi di nuovo.
Così i poveri malcapitati restavano fregati una volta dalla Chiesa e una volta dallo Stato. Ma padre Andrew era diverso, e aveva avuto qualche problema con i suoi superiori proprio per la generosità del suo carattere. Di lui si fidavano tutti, sia perché aveva un aspetto paternalista, da buon democristiano, pensava sempre Marinelle, sia perché era buono di natura e mai avrebbe fatto soffrire qualsiasi essere sulla faccia della terra.
Padre Andrew avrebbe agito da eminenza grigia per limare i difficili rapporti tra Geppò e Poldino, e lei avrebbe potuto organizzare la sua piccola città immersa nella foresta. Magari avrebbe chiesto aiuto a Beçillè, che aveva creato scompiglio tra i candidati e i grandi elettori, ma che restava sempre un traffichino di prima categoria. Nel giro di una settimana la città di Marinelle sarebbe nata, organizzata, gestita da lei, Beçillè, Giuseppon il suo fido scudiero e Aurelion la sua guardia del corpo.
Intanto davanti al Palazzo della Provincia cominciavano ad affluire i Grandi Elettori, inviperiti perché nessuno dei candidati li rappresentava degnamente. Picchio Mantillion, il grande favorito, viveva in un paesino a gestione familiare e pensava che la Grande Provincia si dovesse gestire allo stesso modo.
Illuso. La Grande Provincia gli avrebbe fatto perdere gli ultimi capelli rimasti sul suo capo, e lo avrebbe lasciato solo, privo di alleati politici, a risolvere problemi molto più grandi di lui e del suo paesino messi insieme. L’altro avversario, Poppea Leon, che nonostante il nome era di sesso maschile, pensava che i suoi modi sornioni e accattivanti, il suo menefreghismo nei confronti dei problemi lo avrebbero portato molto in alto, e non aveva tutti i torti. Ora, però, non si sentiva favorito, perché i Grandi Elettori, che in quanto a strategie politiche la sapevano lunga, sapevano anche che votare per Poppea Leon era come gettare il proprio voto al vento. Dopo di lui il vuoto.
Tutto sarebbe rimasto tale e quale, con un’impostazione mentale gattopardesca da far spavento.
Insomma si preannunciava una battaglia senza esclusione di colpi, e guarda caso, Beçillè era li,davanti al Palazzo della Provincia, ad incitare gli animi a votare scheda bianca e a decidere di nuovo per un candidato sicuro: Fausto Poldino. Sembrava di stare alle corse dei cavalli e Fausto Poldino sembrava l’unico cavallo sul quale puntare tutta la posta.
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