art18 350-260

art18 350-260di Ivano Alteri – Secondo i dati Istat disponibili in rete, riferiti al 2011, in Italia sono attive 4.450.937 imprese; di queste, 4.233.822 sono imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Stranamente, l’Istat non rende disponibile il dato relativo alle imprese da 10 a 15 dipendenti, aggregato invece, chissà perché, a quello relativo alle imprese da 10 a 19 addetti. In ogni caso è possibile affermare che già quelle al di sotto dei dieci dipendenti sono oltre il 95% del totale.

È in un tale contesto che a partire dal 2000 e ininterrottamente sino ad oggi, con un accanimento degno di miglior causa si è ripetutamente tornati a discettare dell’articolo 18 della legge 300 del 1970, passata alla storia come Statuto dei Lavoratori. Come ormai sanno anche i sassi, quell’articolo si applica alle imprese con più di 15 dipendenti, che sono molto meno del 5%. In poche parole, per quattordici anni filati ci hanno fatto discutere e accapigliare sugli interessi di una ristrettissima minoranza di imprenditori (che già di loro sono una ristrettissima minoranza dei cittadini), per altro spesso multinazionali straniere, ignorando pressoché totalmente l’interesse della stragrande maggioranza degli imprenditori italiani e di tutti gli altri cittadini che vivono di lavoro. Sembrerebbe che l’interesse dell’economia nazionale, di cui i piccoli imprenditori sono parte maggioritaria e fondamentale, per non parlare del ruolo dei lavoratori, non rientri negli interessi di chi ha scatenato la tempesta ideologica che sta spazzando il nostro paese e il mondo. Il suo furore è più interessato ad eliminare le tutele dei cittadini che lavorano e mettere il cappio finanziario al collo di chi il lavoro lo crea.

Probabilmente, la progressiva riduzione del costo del denaro da parte delle banche centrali in favore delle banche territoriali, che non si traduce in credito alle imprese, va interpretata in questo senso: il Grande Capitale, ormai finanziarizzato e lontanissimo dalla produzione reale, dopo aver ridotto le classi politiche nazionali a mera servitù di alto rango, si accinge a completare l’opera d’asservimento di tutti gli altri cittadini, siano essi piccoli datori di lavoro o lavoratori, strangolando i primi e togliendo diritti e pane ai secondi. E deve sentirsi assai forte, se anche il misero consiglio di amministrazione di una società finanziaria, la JP Morgan, ha avuto l’ardire di chiedere, urbi et orbi, la cancellazione delle costituzioni nazionali dei paesi mediterranei, Italia compresa, in quanto contenenti troppi “elementi di socialismo”. Niente di meno.

In quest’ottica è anche più facile comprendere come sia possibile che Berlusconi, prima, poi Monti, Letta ed ora Renzi, pur cambiando apparentemente colore politico, continuino in coro a ripetere la stessa solfa dell’articolo 18 che sarebbe diventato un totem per i suoi difensori, attribuendo loro una sorta di mania feticistica. Nessun feticismo, signori, nessun totem: l’articolo 18 è una norma di civiltà; chi lo combatte deve spiegare il perché del suo accanimento; chi lo difende, ha ragioni da vendere, ben evidenti e dicibili in pubblico.

A questo punto, si pone il problema di come reagire a quest’aggressione, di come cioè i cittadini debbano organizzarsi per affrontare questa deriva liberticida. Chiaramente, ci sarebbe bisogno della Grande Politica; quella che un tempo, nonostante le feroci differenze ideologiche esistenti tra i suoi protagonisti, nonostante le condizioni di vita disastrose cui il Paese era stato condotto dal fascismo, era riuscita a concepire e partorire una creatura come la Costituzione Italiana, uno scudo portentoso in difesa della libertà dei cittadini. Ci sarebbe bisogno di quei Grandi Partiti, genitori e figli di quella Costituzione, che conoscevano l’importanza della propria funzione, e perciò in essa avevano inoculato l’idea che i partiti fossero il tramite necessario tra cittadini e istituzioni, affinché la democrazia si compisse. Ma quella politica, oggi non ce l’abbiamo; oggi abbiamo la Piccola Politica, quella asservita al potere economico, che per esso si fa strumento contro le nostre libertà e le nostre stesse esistenze. E neanche quei partiti abbiamo più; oggi abbiamo i Piccoli Partiti, quelli “contendibili” dai sedicenti leader, ma non “fruibili” dai cittadini; quelli ridotti a comitati elettorali al servizio del capo; le cui regole sono alla mercé degli agguerriti capicorrente, in lotta per i ghiotti strapuntini forniti generosamente dal medesimo potere economico.

Ma senza partiti siamo ormai disarmati. E allora, come pensano quelli che non si arrendono neanche dopo l’ultima definitiva sconfitta, non resta che ricominciare d’accapo.

Frosinone 12 settembre 2014

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Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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