i nuovi italiani 350 260

i nuovi italiani 350-260di Valerio Ascenzi – Rispetto a molti colleghi, non credo di avere una lunghissima esperienza nel settore educativo. Ma credo che quella accumulata e uno spirito di osservazione spiccato, mi possano bastare per comprendere i cambiamenti in atto nella società nella quale vivo.
Rifletto in questi giorni sulle nuove generazioni. Sul tipo di approccio che hanno alla società e alla scuola, sul tipo di approccio al mondo e agli ambienti educativi che hanno le loro famiglie. Rifletto sul fatto che mentre il genitore italiano medio, continua a coccolare e riempire di attenzioni – giochi e tecnologia! – i propri figli, viene su un’altra generazione di giovani, della stessa età, trattati dai genitori in maniera diversa.

Sono i figli degli immigrati, nati qui, italiani a tutti gli effetti e legalmente a partire dal diciottesimo anno di età (speriamo nello Ius Soli). Vicino a questi ci sono anche ragazzi italiani, i cui genitori conservano ancora un po’ di buon senso. Quest’ultima è la generazione di coloro i quali si guadagneranno tutto, pezzo per pezzo, e probabilmente saranno la nuova classe dirigente italiana. Io li chiamo i “veri”. Mentre quelli descritti prima, li definirò la generazione del “piatto pronto” o della “strada spianata”.
Vorrebbero una scuola a loro uso e consumo, per l’educazione dei figli, abdicando al ruolo di educatore primario: sembrano non capirlo ma è la famiglia la prima agenzia educativa. Dimenticano i loro doveri, per poi criticare tutto quello che un insegnante fa per stimolare il senso critico nelle menti dei loro figli, per stimolare in loro un pensiero autonomo. A volte ti entrano a scuola, poi in classe senza neanche bussare, per venire a metter bocca nel tuo lavoro, quando va bene. Quando va male ti insultano, ti accusano di aver fatto cose assurde, sulla base dell’interpretazione distorta di quel che i figli riferiscono a casa. Si è passati dalla società in cui un docente era una figura da rispettare, alla società in cui il genitore si spolmona contro i docenti di suo figlio, dinanzi a suo figlio, delegittimando il ruolo dell’insegnante. Si dimentica, ma alcuni ignorano proprio, che ogni docente è un pubblico ufficiale.
Arroganza da parte delle famiglie, sempre più spiccata, che sfocia in atti come il pestaggio della vicepreside, da parte di alcuni genitori la cui figli era stata bocciata. Ai tempi di mio padre, per una eventuale bocciatura, il pestaggio lo avrebbe subito lui. Addirittura una sua cugina venne picchiata dalla madre, dopo aver letto sui quadri: “licenziata”, non sapendo che la “licenza media” era la promozione per il passaggi al livello superiore. Ai miei tempi un paio di sberle me le sarei beccate anche io. Venni rimandato in secondo superiore in Latino e Chimica. I miei mi tolsero il saluto, la parola, per un paio di settimane. Un tempo, non secoli fa, c’era rispetto per lo studio e per gli insegnanti. Ma in genere c’era rispetto per gli adulti: nessun genitore avrebbe dato ragione al proprio figlio, dinanzi ad un adulto, pur se questo era nel torto marcio. Una ventina di anni fa, nessuno si sarebbe potuto permettere comportamenti scorretti per strada: gli anziani lo avrebbero preso a ceffoni. Forse nel sud Italia accade ancora. Di sicuro in Giappone accade attualmente qualcosa del genere: li è la società stessa che impone anche ad un estraneo di rimproverare i giovani circa i comportamenti scorretti. E nessuno si permette di fare un fiato. Purtroppo viviamo in una società completamente amorale.

i nuovi italiani 350-260Nella società malata odierna, di quella che Piero Pelù definisce ironicamente la “Grande Nazione”, manca il rispetto. E questa mancanza si evidenzia nel luogo in cui il rispetto e le regole sono alla base di tutto: la scuola. Non è una mancanza da parte di chi lavora nella scuola, ma di chi ne fruisce. Mancando il rispetto, per paura di avere a che fare con chicchessia – non si sa mai chi ci incontra! – abbiamo innescato un processo in base al quale i docenti devono adottare una comunicazione estremamente diplomatica. Forse troppo, ai livelli dello smielato. Ma come si fa a dire ad un genitore che il figlio va male o si comporta male, se non con queste parole? È li che vedi i colleghi inventarsi dei voli pindarici tali, che quando uno non ce la fa a non dire le cose come stanno, diventa stronzo. Si concedetemelo… Tra genitori c’è chi comprende il messaggio, capisce che deve intervenire sul comportamento del figlio. C’è chi lo comprende ma non lo accetta e inizia a dare in escandescenza, criticando tutto quel che gli viene in mente. Poi ci sono quelli che vengono a dirti che la didattica utilizzata è inadeguata, che non sai insegnare, che devi cambiare metodo.
Di fronte a certe manifestazioni, quel che ti passa per la testa in quanto Homo Sapiens, è indescrivibile. Il buon senso ti tiene incollate le labbra e permette al diaframma di non fa uscire fuori tutta d’un fiato una parola, breve, concisa, volgare. Sei comunque un docente, una persona in vista, un pubblico ufficiale, anche se loro, quando ti insultano, lo dimenticano o lo ignorano. Tutte quelle strane sensazioni che ti pervadono, che ti solcano dalla testa ai piedi, svaniscono al solo pensare a quella che definisco la generazione dei “veri”. Pensate a tutti quei ragazzi e ragazze, interessati alla scuola come ambiente di formazione e confronto democratico. Pensate a tutti i figli degli immigrati che tirano fuori il massimo dal minimo indispensabile, studiando senza possedere libri, copiandoli anche a mano. Pensate a quei giovani di famiglie sia italiane che straniere, che si pagano gli studi lavorando il week end in pizzeria, servendo pizza e bibite ai figli della generazione della “strada spianata”.
Li vedo, a scuola, fuori, negli ambienti di socializzazione al di fuori del mio lavoro. Li vedo. E li immagino tra dieci o vent’anni. Immagino il loro sorpasso nei confronti di chi oggi ha tutto pronto, senza problemi. Io spero di avere dei figli così: ragazzi ai quali non è stata spianata la strada, ma sono stati forniti gli strumenti per spianarsela verso la vita.

Ragazzi che hanno pochissimo, ma se lo fanno bastare. Giovani che sanno cosa significa la parola “sacrificio” fin da ragazzini, che ottengono risultati scolastici impressionanti. Giovani che apprezzano il valore del denaro, perché sanno da dove viene. Ragazzi che ricordano quello che eravamo noi più di vent’anni fa. Avevamo poco, ed era già molto rispetto a quel che avevano avuto i nostri genitori. Eravamo quelli a cui piaceva seguire i nonni in campagna, più che stare incollati ad un monitor con la playstation. La didattica delle competenze non ci serviva a scuola, perché la vivevamo tutti i giorni fuori a contatto con i nostri padri e madri, i nostri nonni e nonne. Nessun insegnante si sarebbe sognato di chiederci “da quale animale deriva il prosciutto?”. Nessuno di noi avrebbe risposto: dal pollo, dal cavallo o dalla mucca, come è capitato circa cinque anni fa a me in una classe di quarta elementare.
Dinanzi al pressapochismo con il quale la classe dirigente degli over quaranta al governo, approccia alla politica e ai problemi di questo Paese, spero sempre che questa nuova generazione, quella dei “veri” venga fuori al più presto. Che prenda le redini di questa nazione che finora nazione non è. Parlando con molti ventenni di recente, mi son dovuto ricredere. La percentuale di ragazzi che è completamente disinteressata alla politica, è elevata. Ma è altrettanto elevato il livello culturale e di preparazione politica di quei ventenni che si interessano della cosa pubblica, di politica e dei problemi di questo Paese. Molti di questi, sono i nuovi italiani. Sono giustamente ambiziosi e spero che arrivino dove vogliono. Non italiani da chissà quante generazioni, ma sono molto più coscienti delle potenzialità di questa nazione di molti altri. D’altra parte, chi pensa che l’Italia sia il risultato di una sola etnia, non conosce la storia del Mediterraneo. Ai nostalgici del ventennio, che inneggiano all’antica Roma, vorrei ricordare che anche durante l’Impero romano, la cittadinanza romana veniva data anche a popoli diversi, di lingua non latina, che poi fondevano i loro usi e costumi con la cultura latina.
I nuovi italiani conoscono le leggi di questo Paese meglio del loro coetaneo medio. Tutto ciò mi fa ben sperare. E fremo nell’attesa di vederli alla guida di questo Paese, perché forse così riusciremo a fare questa benedetta Italia.

La riproduzione di quest’articolo è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l’autore

Creative Commons License
unoetre.it by giornale on line is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

unoetre.it è un giornale on line con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per fare una donazione tramite il sito, cliccare qui sotto. Il tuo contributo ci perverrà sicuro attraverso PayPal. Grazie

Io sostengo 1e3.it

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.