di Valerio Ascenzi – Rispetto a molti colleghi, non credo di avere una lunghissima esperienza nel settore educativo. Ma credo che quella accumulata e uno spirito di osservazione spiccato, mi possano bastare per comprendere i cambiamenti in atto nella società nella quale vivo.
Rifletto in questi giorni sulle nuove generazioni. Sul tipo di approccio che hanno alla società e alla scuola, sul tipo di approccio al mondo e agli ambienti educativi che hanno le loro famiglie. Rifletto sul fatto che mentre il genitore italiano medio, continua a coccolare e riempire di attenzioni – giochi e tecnologia! – i propri figli, viene su un’altra generazione di giovani, della stessa età, trattati dai genitori in maniera diversa.
Sono i figli degli immigrati, nati qui, italiani a tutti gli effetti e legalmente a partire dal diciottesimo anno di età (speriamo nello Ius Soli). Vicino a questi ci sono anche ragazzi italiani, i cui genitori conservano ancora un po’ di buon senso. Quest’ultima è la generazione di coloro i quali si guadagneranno tutto, pezzo per pezzo, e probabilmente saranno la nuova classe dirigente italiana. Io li chiamo i “veri”. Mentre quelli descritti prima, li definirò la generazione del “piatto pronto” o della “strada spianata”.
Vorrebbero una scuola a loro uso e consumo, per l’educazione dei figli, abdicando al ruolo di educatore primario: sembrano non capirlo ma è la famiglia la prima agenzia educativa. Dimenticano i loro doveri, per poi criticare tutto quello che un insegnante fa per stimolare il senso critico nelle menti dei loro figli, per stimolare in loro un pensiero autonomo. A volte ti entrano a scuola, poi in classe senza neanche bussare, per venire a metter bocca nel tuo lavoro, quando va bene. Quando va male ti insultano, ti accusano di aver fatto cose assurde, sulla base dell’interpretazione distorta di quel che i figli riferiscono a casa. Si è passati dalla società in cui un docente era una figura da rispettare, alla società in cui il genitore si spolmona contro i docenti di suo figlio, dinanzi a suo figlio, delegittimando il ruolo dell’insegnante. Si dimentica, ma alcuni ignorano proprio, che ogni docente è un pubblico ufficiale.
Arroganza da parte delle famiglie, sempre più spiccata, che sfocia in atti come il pestaggio della vicepreside, da parte di alcuni genitori la cui figli era stata bocciata. Ai tempi di mio padre, per una eventuale bocciatura, il pestaggio lo avrebbe subito lui. Addirittura una sua cugina venne picchiata dalla madre, dopo aver letto sui quadri: “licenziata”, non sapendo che la “licenza media” era la promozione per il passaggi al livello superiore. Ai miei tempi un paio di sberle me le sarei beccate anche io. Venni rimandato in secondo superiore in Latino e Chimica. I miei mi tolsero il saluto, la parola, per un paio di settimane. Un tempo, non secoli fa, c’era rispetto per lo studio e per gli insegnanti. Ma in genere c’era rispetto per gli adulti: nessun genitore avrebbe dato ragione al proprio figlio, dinanzi ad un adulto, pur se questo era nel torto marcio. Una ventina di anni fa, nessuno si sarebbe potuto permettere comportamenti scorretti per strada: gli anziani lo avrebbero preso a ceffoni. Forse nel sud Italia accade ancora. Di sicuro in Giappone accade attualmente qualcosa del genere: li è la società stessa che impone anche ad un estraneo di rimproverare i giovani circa i comportamenti scorretti. E nessuno si permette di fare un fiato. Purtroppo viviamo in una società completamente amorale.
Nella società malata odierna, di quella che Piero Pelù definisce ironicamente la “Grande Nazione”, manca il rispetto. E questa mancanza si evidenzia nel luogo in cui il rispetto e le regole sono alla base di tutto: la scuola. Non è una mancanza da parte di chi lavora nella scuola, ma di chi ne fruisce. Mancando il rispetto, per paura di avere a che fare con chicchessia – non si sa mai chi ci incontra! – abbiamo innescato un processo in base al quale i docenti devono adottare una comunicazione estremamente diplomatica. Forse troppo, ai livelli dello smielato. Ma come si fa a dire ad un genitore che il figlio va male o si comporta male, se non con queste parole? È li che vedi i colleghi inventarsi dei voli pindarici tali, che quando uno non ce la fa a non dire le cose come stanno, diventa stronzo. Si concedetemelo… Tra genitori c’è chi comprende il messaggio, capisce che deve intervenire sul comportamento del figlio. C’è chi lo comprende ma non lo accetta e inizia a dare in escandescenza, criticando tutto quel che gli viene in mente. Poi ci sono quelli che vengono a dirti che la didattica utilizzata è inadeguata, che non sai insegnare, che devi cambiare metodo.
Di fronte a certe manifestazioni, quel che ti passa per la testa in quanto Homo Sapiens, è indescrivibile. Il buon senso ti tiene incollate le labbra e permette al diaframma di non fa uscire fuori tutta d’un fiato una parola, breve, concisa, volgare. Sei comunque un docente, una persona in vista, un pubblico ufficiale, anche se loro, quando ti insultano, lo dimenticano o lo ignorano. Tutte quelle strane sensazioni che ti pervadono, che ti solcano dalla testa ai piedi, svaniscono al solo pensare a quella che definisco la generazione dei “veri”. Pensate a tutti quei ragazzi e ragazze, interessati alla scuola come ambiente di formazione e confronto democratico. Pensate a tutti i figli degli immigrati che tirano fuori il massimo dal minimo indispensabile, studiando senza possedere libri, copiandoli anche a mano. Pensate a quei giovani di famiglie sia italiane che straniere, che si pagano gli studi lavorando il week end in pizzeria, servendo pizza e bibite ai figli della generazione della “strada spianata”.
Li vedo, a scuola, fuori, negli ambienti di socializzazione al di fuori del mio lavoro. Li vedo. E li immagino tra dieci o vent’anni. Immagino il loro sorpasso nei confronti di chi oggi ha tutto pronto, senza problemi. Io spero di avere dei figli così: ragazzi ai quali non è stata spianata la strada, ma sono stati forniti gli strumenti per spianarsela verso la vita.
Ragazzi che hanno pochissimo, ma se lo fanno bastare. Giovani che sanno cosa significa la parola “sacrificio” fin da ragazzini, che ottengono risultati scolastici impressionanti. Giovani che apprezzano il valore del denaro, perché sanno da dove viene. Ragazzi che ricordano quello che eravamo noi più di vent’anni fa. Avevamo poco, ed era già molto rispetto a quel che avevano avuto i nostri genitori. Eravamo quelli a cui piaceva seguire i nonni in campagna, più che stare incollati ad un monitor con la playstation. La didattica delle competenze non ci serviva a scuola, perché la vivevamo tutti i giorni fuori a contatto con i nostri padri e madri, i nostri nonni e nonne. Nessun insegnante si sarebbe sognato di chiederci “da quale animale deriva il prosciutto?”. Nessuno di noi avrebbe risposto: dal pollo, dal cavallo o dalla mucca, come è capitato circa cinque anni fa a me in una classe di quarta elementare.
Dinanzi al pressapochismo con il quale la classe dirigente degli over quaranta al governo, approccia alla politica e ai problemi di questo Paese, spero sempre che questa nuova generazione, quella dei “veri” venga fuori al più presto. Che prenda le redini di questa nazione che finora nazione non è. Parlando con molti ventenni di recente, mi son dovuto ricredere. La percentuale di ragazzi che è completamente disinteressata alla politica, è elevata. Ma è altrettanto elevato il livello culturale e di preparazione politica di quei ventenni che si interessano della cosa pubblica, di politica e dei problemi di questo Paese. Molti di questi, sono i nuovi italiani. Sono giustamente ambiziosi e spero che arrivino dove vogliono. Non italiani da chissà quante generazioni, ma sono molto più coscienti delle potenzialità di questa nazione di molti altri. D’altra parte, chi pensa che l’Italia sia il risultato di una sola etnia, non conosce la storia del Mediterraneo. Ai nostalgici del ventennio, che inneggiano all’antica Roma, vorrei ricordare che anche durante l’Impero romano, la cittadinanza romana veniva data anche a popoli diversi, di lingua non latina, che poi fondevano i loro usi e costumi con la cultura latina.
I nuovi italiani conoscono le leggi di questo Paese meglio del loro coetaneo medio. Tutto ciò mi fa ben sperare. E fremo nell’attesa di vederli alla guida di questo Paese, perché forse così riusciremo a fare questa benedetta Italia.
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