alunni scuola professore 350

alunni-scuola-professore 350di Valerio Ascenzi – Il sottosegretario alla Pubblica Istruzione Roberto Reggi ritratta sulle 36 ore agli insegnanti. Evidentemente, il dietrofront, che per il momento è solo a parole, arriva dopo le proteste della classe docente, nei confronti delle sue dichiarazioni a Repubblica di inizio luglio. Chissà forse è una vecchia tattica, usata da qualcuno che ci ha lasciato in eredità un modo di far politica, in base al quale alle 10.00 di stamani posso dire una cosa, smentire e dire di essere stato frainteso il giorno dopo, se non la sera stessa. Il berlusconismo ha spostato anche i momenti della protesta: una volta si parlava di autunno caldo, oggi forse è il caso di parlare di estati bollenti, nonostante le perturbazioni che investono la penisola. Il governo Renzi, forse pensava di poter continuare a prendere in contropiede lavoratori e sindacati, adottando le stesse strategie dei governi precedenti. Ricordate in quanto tempo e in quale periodo fu fatta la pseudoriforma Gelmini in concomitanza con le normative Brunetta? Ma stavolta i sindacati e i lavoratori non si son fatti trovare impreparati.

Dietrofront?Nonostante abbia ritrattato, Reggi mostra ancora di più di non aver ancora bene in mente come funzioni la scuola. Del resto però, nella sua biografia non leggiamo alcun riferimento a eventuali collaborazioni nel settore educazione, scuola, ricerca.
Sembra proprio che Reggi sia stato semplicemente incaricato di fare il “lavoro sporco”, quello di comunicare con i giornalisti e mettere la faccia su qualcosa di impopolare. In questi giorni ha dichiarato: «Mai detto di voler aumentare il tempo, (gli insegnanti) già ci stanno 36 ore a scuola». Allora: non è possibile conteggiare le ore in più che un insegnante sta a scuola, non è possibile conteggiare le ore per il lavoro che un insegnante si porta a casa. E su questo forse dovremmo battere di più: un insegnante, prepara molte cose a casa, per un semplice motivo: a scuola non ha gli spazi neanche per concentrarsi, al termine delle lezioni, per preparare materiale didattico e lezioni. Gli spazi comuni – tipo le aule dei professori – non sono adatti a questo scopo. Sulla stampa leggiamo ancora: « L’impegno del Governo è finalizzato al recupero di questa figura (gli insegnanti). Mai mi son sognato di dire di aumentare il tempo dell’insegnamento. So cosa vuol dire stare in trincea con alunni che spostano a scuola i problemi che non trovano riscontro a casa. Nella mia intenzione c’era di dire: valorizziamo il tempo che si sta a scuola ».

insegnanti arrabbiatiRepubblica 2 LuglioÈ strano che Reggi dica di non aver mai fatto dichiarazioni in merito. Nell’articolo di Repubblica del 2 luglio scorso, firmato dal giornalista Corrado Zunino, abbiamo letto testuali parole: «Il Miur di Giannini-Reggi chiede invece una disponibilità doppia e certa: 36 ore per tutti. La soglia dovrebbe valere per elementari e scuole d’infanzia. Una disponibilità maggiore è richiesta anche sull’arco dell’anno scolastico: la stagione dura 230 giorni, la scuola solo 208». L’articolo è ancora on line: Patto sulla scuola…
Ci sembra di aver letto anche: «Tutte le ricerche internazionali concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni». Con quali dati riusciva a fare certe affermazioni, non si sa, dato che noi, come anche i maggiori sindacati, abbiamo tirato fuori i dati Ocse che dicevano il contrario. Abbiamo letto anche: «La scuola italiana non potrà più essere – “e non sarà più” – un ammortizzatore sociale». Su questo Reggi non ha ritrattato.
Diciamocela tutta: forse l’annuncio delle proteste già a partire dalla metà di luglio hanno costretto gli esponenti dei vertici del Miur a guardarsi in faccia, e decidere, probabilmente almeno per il momento, di far calmare le acque.

Ciò che Reggi ancora non mostra di aver capito è che quella italiana non è una scuola pubblica a livello europeo, a partire dagli spazi ad essa concessi.
Non vi sono spazi adeguati per gli alunni (sia interni che esterni). Non vi sono spazi per gli insegnanti: uffici propri ad esempio. Spesso i docenti “fanno a gomitate” per trovare spazio in sala professori, a volte si riuniscono nelle aule. La carenza di spazi è simile, se non uguale, a quella che da oltre quindici anni si vive nelle università italiane, dove i ragazzi “fanno a pugni” per un posto a sedere in aula, a volte anche per un posto in piedi o per terra.

insegnanti arrabbiatiUn nuovo contrattoNelle ultime dichiarazioni, Reggi nelle 36 ore eventuali ci vuol mettere dentro anche la formazione che «[…] dovrà diventare permanente e non facoltativa: a fianco alle 18 ore devi avere del tempo e delle opportunità di formazione permanente garantite. Altri momenti dovranno essere quelli dedicati all’organizzazione della scuola, quelli in cui si incontrano gli insegnati, quelli dedicati agli studenti in difficoltà. Questa è una proposta che stiamo costruendo a livello di Governo e ciò che chiediamo a docenti e sindacati – ha concluso – è di venirci incontro». Con queste poche parole Reggi interviene in materia contrattuale: ad oggi la formazione è obbligatoria solo per questioni inerenti la sicurezza. Il resto della formazione è facoltativa. I corsi di formazione, di solito arrivano come proposte da soggetti esterni (esempio: la Asl territoriale) e vengono, approvati dal Collegio dei Docenti, che comunque non può obbligare i docenti a partecipare a questi corsi. Chi sta svolgendo poi, tra i docenti, una formazione superiore alla formazione proposta – un master o una seconda laurea – può ritenersi esonerato dalla partecipazione ai corsi. Ma tutto questo è materia contrattuale, che andrebbe al massimo ridiscussa con i sindacati, e con quelli più rappresentativi e non solo Anief.
Ad esempio, Flc Cgil è già pronta a discutere su tutto. Ma Reggi, in linea con la condotta del governo Renzi, – che cerca il contrasto con i sindacati per far vedere alla popolazione “chi ha i muscoli” – ritiene di poter continuare a dichiarare di aver trovato terreno ostile da parte di chi fa gli interessi delle classi lavoratrici. Ma contratto, deriva da contrattare, il che significa che il governo deve sedersi a tavolino chi con fino ad oggi ha dimostrato di sapere di scuola molto di più di chi ha preteso di poterla rivoluzionare. Se non si lavora insieme, tutti, per un nuovo contratto, restano le regole di quello in deroga.
Ma poi c’è da dire anche che gli insegnanti già dedicano il loro tempo all’organizzazione della scuola e ai corsi di recupero. Spesso queste ore, come abbiamo già avuto modo di dire miliardi di volte, non sono conteggiate nel contratto.

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Le riforme
Ogni riforma che si rispetti prevede del tempo perché possa essere elaborata, delle menti illustri che sappiano interpretare la società che ci circonda, per capirne i problemi e le necessità.
Le riforme annunciate e fatte in quattro minuti, che servono solo per dare la parvenza dell’operato di un governo non servono a nulla. Spesso – la riforma Gelmini ne è un chiaro esempio – si risolvono in un taglio dei posti e delle risorse, non giustificato da nessun progetto, nessuna idea.
Una riforma della scuola dovrebbe avere un chiaro disegno pedagogico, non solo per la scuola che una nazione vuole avere per i propri cittadini, ma anche per comprendere su quali settori della conoscenza investire per avere poi un ritorno in termini economici. Questa lungimiranza, l’Italia forse non l’ha mai avuta così spiccata, ma oggi l’ha totalmente persa.
Ridare dignità ai docenti, non è un motivo di riforma. Può essere uno dei motivi. C’è più che altro necessità di ridare dignità alla scuola, per portarla su standard di qualità di livello comunitario, senza applicare le direttive comunitarie di colpo, senza comprenderle, e nella maniera più veloce possibile per non incorrere in sanzioni. Perché diciamocelo chiaro: il governo Renzi si è accorto che la scuola italiana non rispetta lo standard europeo. Non rispetta livelli di qualità dell’istruzione che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere gradualmente. Ora, quello che non è stato fatto per anni, un passo alla volta, non può essere fatto in una estate. Da qualche parte bisogna iniziare, certo. Ma non si può pretendere di raggiungere il livello delle scuole tedesche, ad esempio, in tre mesi.
Valerio Ascenzi – Anagni 13 luglio 2014

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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