di Valerio Ascenzi – Il “patto per la scuola” del Ministro della Pubblica istruzione Stefania Giannini mi induce ad una riflessione. Per una volta, parlando di una questione che mi riguarda da vicino, lascio la “terza persona plurale” tipica del giornalismo e parlo in prima persona.
Sono un giornalista pubblicista, fino a che l’Ordine me lo permette, e un insegnante di Scuola primaria. Questa in effetti oggi è la mia principale attività: lavoro da metà settembre ai primi dieci giorni di giugno, per 24 ore settimanali. Ogni docente dovrebbe lavorare per ulteriori 80 ore annue: 40 ore per la partecipazione alle riunioni del collegio docenti e ulteriori 40 per la partecipazione ai consigli di classe, di interclasse, di intersezione. Il mese di giugno è dedicato agli scrutini, alle ultime “cose burocratiche”. Tecnicamente abbiamo 32 giorni di ferie estive, più le festività non godute. Siamo obbligati ad indicare il periodo feriale estivo che preferiamo (di solito indichiamo fine luglio inizi agosto). Nel periodo non indicato, potremmo anche essere richiamati in servizio: a lezioni ferme, la scuola non è chiusa. Non accade per tutti, non accade sempre.
Lavorare di più, lavorare meglio, per avere uno stipendio più dignitoso e in linea con medie europee. Ma a quanto pare, non serve lavorare chissà quanto di più, se diamo un’occhiata a ciò che accade nel resto d’Europa. Gli insegnanti italiani, lavorano solo poco di meno degli insegnanti dei maggiori Paesi europei. Lavorano per un periodo più lungo, ma meno ore durante la settimana. Ci sono casi poi in cui, come in Francia, dove le scuole sono aperte per un mese, ma poi le lezioni si fermano per dieci o quindi giorni ogni trenta. Le scuole europee, sono aperte anche nel pomeriggio, le nostre solo in alcuni pomeriggi (parlo della primaria). Con la pseudoriforma Gelmini, l’apertura pomeridiana è considerata un male: oggi si impedisce, la possibilità alle scuole che non hanno mai avuto il tempo pieno, di farne richiesta. C’è chi sostiene, nel nostro settore, che molti genitori non amano il tempo pieno, perché la mensa costa, perché toglie tempo ad altre attività extrascolastiche. E poi ci meravigliamo del livellamento culturale verso il basso! Per anni, siamo andati avanti con i rientri cinque giorni su cinque, perché la scuola aperta anche di pomeriggio, il tempo pieno, era un servizio alla comunità.
Se le intenzioni della Giannini sono quelle di invertire la rotta presa dalla Gelmini, ben venga. Ma quando si chiedono 36 ore agli insegnanti, con la scusa che questo è il modello europeo, sembra di assistere al gioco delle tre carte. Facciamo un po’ di conti e confronti: in Italia i docenti delle superiori lavorano 630 ore l’anno, in Germania si sale a 713 ore (circa 80 ore in più), in Spagna, si lavora 693 ore (circa 60 ore in più). Nella maggior parte dei Paesi Ocse, ai docenti si richiede formalmente un impegno specifico in ore; in alcuni paesi (come Finlandia, Italia, Francia, Slovenia) soltanto il tempo di insegnamento viene specificato in un numero di lezioni a settimane e viene data per presupposta la quantità di tempo di non insegnamento richiesto per le altre attività della funzione docente, oppure è specificato un numero di ore di lavoro solo per alcune specifiche attività.
Nella scuola primaria italiana, ogni docente lavora con una media di 708 ore annue. Se svolgesse tutte le 80 ore di cui sopra, salirebbe a 788 ore. Di solito queste ore però arrivano ad essere 40 (quindi 748). Se consideriamo il lavoro che ogni docente svolge al di fuori delle ore contrattuali, che rientrano nella funzione docente, le ore di lavoro salgono vertiginosamente.
Vogliamo parlare di stipendi? Eurydice, organismo dipendente dalla Commissione europea, nell’estate del 2013 pubblicò un rapporto comparativo delle remunerazioni dei docenti europei. Pubblicati in Francia intorno a settembre 2013, questi dati scatenarono le ire dell’opinione pubblica e dei media, sul dato degli stipendi troppo bassi in Francia! In Italia, neanche l’ombra di una discussione.
Lo studio Eurydice sottolineava come in tanti Stati europei, a partire dall’anno scolastico 2009-2010, i salari nelle scuole siano stati congelati o addirittura ridotti, a causa della crisi. I dati però dello studio sono relativi all’anno scolastico 2011-2012: cifre lorde alle quali andrebbero tolte le imposte, equivalenti alla nostra Irpef, che variano da Paese a Paese. Si tratta di statistiche filtrate rispetto al costo della vita.
In Italia i salari vanno da un minimo di 23.048 euro a un massimo di 34.867 euro (parliamo di scuola superiore: si scende lievemente alle medie e ancora lievemente nella primaria. I massimi stipendiali sono toccati solo dopo 34 anni di anzianità. In Francia si va da un minimo è di 28.666 euro, ad un massimo di 47.610 euro (senza contare però che il costo della vita è più altro). Per raggiungere il massimo livello di retributivo ci vogliono tra i 20 e i 30 anni, meglio comunque dell’Italia. Altri Paesi europei dove ci vogliono almeno 34 anni di anzianità per raggiungere lo stipendio più alto sono: Spagna, Ungheria, Austria, Portogallo e Romania. In Danimarca, Regno Unito ed Estonia, invece, bastano 10 anni di insegnamento per raggiungere il massimo livello di retribuzione. Altri dati sui massimi stipendiali:
Il paese con gli insegnanti più ricchi è il Lussemburgo: 104.049 euro annui. Poi ci sono: Danimarca 70.097 euro; Austria 57.779 euro; Finlandia 49.200 euro. Seguono: Belgio (48.955), Regno Unito (44.937), Svezia (35.948). Tutti meglio dell’Italia. In Germania e in Spagna gli stipendi, oltre che per l’anzianità, differiscono molto anche secondo la regione. Parliamo di due Paesi che hanno lasciato numerosi scelte normative alle regioni: quelle in merito alla scuola, spettano proprio alle regioni. In Germania ad esempio, i salari sono ancora decisamente più bassi nell’Est e a Berlino rispetto all’Ovest. I docenti tedeschi, a livello di media nazionale, hanno una retribuzione che va da un minimo di 45.400 euro a inizio carriera, fino ad arrivare a 64.000. In Spagna, invece, si passa da 33.000 a 46.000, comunque decisamente al di sopra dell’Italia, pur essendo un Paese in generale con un Pil pro capite e stipendi in media inferiori ai nostri, afflitto poi da una crisi (così dicono) peggiore della nostra.
Gli insegnanti più poveri sono in Bulgaria (4.780 euro annui lordi in media per il secondario), leggermente sopra la Romania (5.078), poi Lettonia (9.216), Ungheria (9.448), Estonia (9.520) e Slovacchia (9.605).
Una lettura veloce mostra quindi che, al di là di quello che accade nell’Est europeo, con le sue controversie e situazioni economiche precarie, in Italia lavoriamo quasi come nel resto dei paesi del blocco centrale europeo, ma prendiamo di meno. Il costo della vita è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, grazie alla crisi, i servizi che ci vengono forniti (come i trasporti pubblici per raggiungere le sedi di lavoro) sono a dir poco pietosi.
Lavorare di più, per avere di più. Non tutti sono d’accordo: il tempo libero per un insegnante è spesso un momento formativo. Lavorare poi più ore nella scuola, non può ridursi a fare 36 ore su 36 di cattedra. Sarebbe qualcosa di allucinante. Il lavoro in cattedra comporta un forte accumulo di stress a livello mentale: chi non ha mai provato, non può capire. Se di 36 ore deve trattarsi, si spera che almeno non si tratti di 36 ore di cattedra: almeno una parte per organizzare il lavoro. Però c’è da considerare una cosa: vista l’esperienza delle due ore di programmazione nelle scuole primarie – dove spesso ci si riunisce, invece di progettare l’attività didattica, e ci si dilunga nell’ascolto di sermoni interminabili – si spera che queste ore verranno utilizzate per la formazione dei docenti, per corsi di aggiornamento, progettazione delle attività per l’ampliamento dell’offerta formativa. Magari per una formazione sul contratto e sui doveri dei docenti.
Si spera che il ministro della Pubblica istruzione abbia intenzione di garantire ai docenti la retribuzione per quelle ore che non passano a scuola, ma comunque utilizzano per espletare quello che della funzione docente non si può durante l’orario di cattedra. Per questo tipo di lavoro però servono gli spazi. Le scuole francesi, tedesche, inglesi, hanno strutture tali da concedere spazi isolati ad ogni docente – uffici propri – questo perché alcuni momenti e alcuni aspetti della funzione docente, non possono essere collettivi: scrivere un report, una relazione, non è un momento da condividere con nessuno. A meno che non si tratti di un progetto che coinvolge più discipline o più docenti. La media europea concede poi agli insegnanti più autorevolezza nello svolgimento delle proprie funzioni. Quindi quegli spazi vengono utilizzati anche per eventuali orari di ricevimento.
Ci sono direttive europee in base alle quali la scuola deve essere organizzata in maniera tale da motivare anche i docenti nella loro professione. Non vi sono diversi livelli di inquadramento in Italia: esistono solo due livelli: la funzione docente e quella di dirigente. Tutto quello che un docente fa, di più rispetto al suo contratto, non viene ne retribuito, ne riconosciuto. O meglio: viene retribuito una tantum (vedasi la questione delle funzioni strumentali) e viene riconosciuto marginalmente: alcune funzioni strumentali, ai fini di un concorso vengono riconosciute con 0,10 punti, per un anno di lavoro nel quale il docente può aver lavorato zero o quattrocento ore.
Non creando diversi livelli di inquadramento, la scuola italiana non rispetta le direttive europee: la scuola su modello europeo prevede varie funzioni per i docenti. Addetti al solo insegnamento, quelli addetti alla formazione e al reclutamento, docenti senior e tutor. Per questo il governo italiano, rischia sanzioni anche per il settore della qualità dell’offerta formativa in ambito scolastico. Per questo, il patto per la scuola rischia di essere un’altra cosa frettolosa all’italiana.
Chissà forse il ministro Giannini intende dare di più, in termini economici, e maggiori responsabilità a quei docenti che si assumono maggiori responsabilità. Ma gli incarichi, in una cultura come quella italiana, ancora permeata dalla logica del nepotismo e del favoritismo, non possono essere assegnati dal dirigente scolastico. Ci sono sicuramente dirigenti scolastici in grado di comprendere le qualità, le capatità e i curricula dei propri docenti. Ma ci sono altrettante situazioni, in cui pregiudizialmente i dirigenti assegnano incarichi a chi ritengono opportuno. È poi contemplato dalle norme: il vicepreside è di nomina fiduciaria del dirigente. Ci vorrebbe un cambiamento della mentalità dell’uomo, in primis, del lavoratore in seconda battuta, per rendere tutto più all’insegna della meritocrazia. Ad esempio: il docente senior, non deve essere senior perché lo decide il dirigente e/o l’anzianità di servizio, ma dovrebbe essere abilitato a tale funzione da un organismo preposto e super partes, non condizionato da pregiudiziali di qualsiasi genere.
Noi docenti non ce la facciamo più. Abbiamo una riforma ogni quattro o cinque anni. E spesso è una riscrittura di quanto era stato già espresso in altre normative. Sarebbe il caso di darci un taglio, alle norme inutili, non ai fondi alla scuola.
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