bruxelles parlamento europeo

bruxelles parlamento-europeodi Donato Galeone – La giornata della democrazia europea col voto del 25 maggio ci ha detto “L’EUROPA CHE VOGLIAMO” e la decisione del Consiglio Europeo di fine giugno ha seguito la indicazione venuta dal voto designando, quale futuro presidente della Commissione, il candidato del Partito primo eletto nella consultazione elettorale. E’ stata rispettata la “scelta democratica” – per la prima volta – voluta dalla maggioranza degli elettori europei nel 2014. E’ un passaggio di democrazia istituzionale interna europea pur con decisione non unanime del Consiglio Europeo (26 Paesi favorevoli e 2 Paesi contrari) che avvia non solo per noi italiani un percorso evolutivo positivo in senso federale dell’Unione Europea – Germania e Francia permettendo.

Può anche aprire un varco chiaro e percorribile al nostro Paese per passare – dalle tante parole e dalle tante regole sul mercato del lavoro – ad una semplificata e credibile pianificazione di investimenti orientati a dare posti di lavoro veri per ridurre le povertà crescenti sia in Europa che in Italia. Passaggio molto chiaro, voluto dai cittadini votanti europei, che potrebbe favorire una parziale risposta – in positivo – alle migliaia di concittadini astenutosi dal voto il 25 maggio 2014.

Può essere, quindi, un chiaro fascio di luce tra le ombre non solo e non tanto riferite alla presidenza del Parlamento europeo che, peraltro, non è di competenza del Consiglio Europeo, quanto uscire dalla persistente ombra sul futuro delle politiche del rigore, variabile dipendente della verifica europea su che cosa farà realmente l’Italia sul fronte delle riforme e di quali riforme più che urgenti per favorire investimenti, con lavoro vero, contrattato e partecipato. Perché oltre alle tante parole sul “cambio di passo della Unione Europea:” da Bruxelles, ancora, non ci sono novità ma riconferme quali:
– che sul il patto di stabilità che è intoccabile;
– che le flessibilità sono già previste;
– che non è accettabile la richiesta dell’Italia di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2016 anziché nel 2015. Questi, sappiamo, sono gli orientamenti che provengono da Bruxelles a fine giugno e all’inizio della Presidenza Europea italiana dal 2 luglio 2014.

Le parole ed il sorriso sono gradevoli, Presidente Matteo Renzi, Segretario del mio Partito e Capo tra i Governi dei 28 Paesi dell’Unione Europea !!! Ma la battaglia – cavalcando il “cavallo della flessibilità”- che in molti possiamo condividere, resta ancora fortemente vincolata alle annunciate riforme – che Bruxelles sollecita al nostro Governo e al Parlamento che dovrebbe definirle – mentre milioni di giovani e donne, dai cassintegrati in deroga (in esaurimento di fondi) ad altre migliaia di lavoratori in mobilità – prossimi a licenziamenti – attendono lavoro – non solo riformando regole o incentivando rapporti precari di lavoro per un lavoro che non c’è ma, assolutamente e unicamente, con la ripresa degli investimenti privati e pubblici. L’effetto della crisi con l’assenza, certamente, degli investimenti è confermato, purtroppo, anche in questi giorni con il flop del bonus per le 100.000 assunzioni agevolate di giovani tra i 18 e i 29 anni nelle imprese italiane, Come sappiamo neppure un quarto delle domande di lavoro sono state confermate (22.124 al 23 giugno 2014) nonostante la disponibilità incentivante alle imprese in 794 milioni di euro dal 2013 e fino a giugno 2015 (sono stati spesi ad oggi soltanto 160 milioni di euro).

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Ecco che tanto con le regole quanto con i tempi dei rapporti del lavoro – pur con le incentivazioni alle imprese che non investono – risulterà scarsa la ripresa di una economia reale. L’economia reale vive solo con il lavoro vero e non con il sostegno di sopravvivenza per il mancato reddito da lavoro mediante le varie casse integrazioni e poi anche con le indennità di mobilità per cessata attività produttiva e verso la disoccupazione. Come per il flop bonus per i giovani è prevedibile, purtroppo, più che scarso il contratto dei 3 anni e le 5 proroghe di legge previste dal recentissimo rapporto di lavoro a termine perché non si tratta di regole o di articolo 18 per un lavoro che non c’è. Lo dimostra che le nuove regole nei rapporti di lavoro anche nella provincia di Frosinone, non potranno favorire quel 71,55% di iscritti ai Centri per l’Impiego che attendono da oltre 24 mesi un lavoro; anzi siamo già in presenza di una riduzione dei contratti delle varie tipologie pari a meno 10,13% che totalizza un saldo assunzioni-licenziamenti più che negativo – nel 2013 – con meno 4.145 unità lavoro (dati della CISL al Consiglio Generale di Cassino del 4 giugno 2014)

Ecco perché dovrebbero ammettersi e praticarsi quelle mirate e concertate “flessibilità al patto di stabilità” per fronteggiare esigenze emergenti di difesa e sviluppo sostenibile dei territori comunali, cofinanziando, piani di lavoro mirati sia verso interventi di assetti strutturali dei servizi tra Unioni di Comuni e aree metropolitane che gli investimenti urgenti degli assestamenti idrogeologici territoriali e forestali. Così come necessita “non rigore ma flessibilità al patto di stabilità” l’investimento dello sviluppo e tutela dei patrimoni naturali e dell’arte europea anche per essere lungimiranti, oggi guardando al domani, quale guida di una cultura territoriale italiana ed europea che va proposta, per farla conoscere al mondo globale.

Ma quella furia del “cavallo delle flessibilità di Matteo Renzi” da domani – 2 luglio – l’ Italia – potrà indicare all’Unione Europea quel “cambio di segno, di verso e di passo” perché il disagio sociale con la sua austerità ha soffocato sviluppo e lavoro nel contesto della crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni erodendo, finanche, la fiducia di milioni di cittadini nelle istituzioni europee.
(DG) FR, 01 luglio 2014

 

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