Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguerdi Alexander Höbel – Sono numerose le iniziative che si stanno svolgendo in questi giorni in tutta Italia per ricordare la figura di Enrico Berlinguer a trent’anni dalla prematura scomparsa e riflettere sul suo pensiero e la sua azione politica. Molte di esse sono affollate, largamente partecipate, e già questo è qualcosa di significativo. Spesso vengono proiettate le immagini del suo ultimo discorso, del comizio che il Segretario del Pci volle a ogni costo portare a termine, e che rimane un momento altissimo della politica italiana in età repubblicana: non solo per la determinazione nel portare fino alla fine il discorso, ma anche per i temi che erano al centro di quel ragionamento.

 

Quel 7 giugno 1984, dal palco di Padova, Berlinguer denunciava l’attacco ai lavoratori e al sindacato che era dietro alla questione della scala mobile; lanciava l’allarme su un’involuzione della democrazia che passava per il decisionismo craxiano, per le tendenze leaderistiche e plebiscitarie, per l’abuso dei decreti legge, il costante rafforzamento dell’esecutivo, la messa in mora del Parlamento. Infine Berlinguer denunciava l’attacco al Pci e ne rivendicava il ruolo fondamentale, non solo per i comunisti e per i lavoratori, ma “anche per chi è avversario dei comunisti”, per la democrazia italiana nel suo complesso. E poi l’appello finale, ad andare “casa per casa, azienda per azienda, scuola per scuola”, che alludeva a una politica di massa, partecipata, radicata, che era stato un carattere fondante e un importantissimo fattore di forza per il Partito comunista italiano.
A giudicare da quello che è successo nei trent’anni seguenti, bisogna dire che, nel lanciare l’allarme sulla tenuta della Repubblica e della sua natura democratico-sociale, Berlinguer aveva visto giusto. Quelle battaglie, però, sono state perse, e non a caso l’Italia di oggi è quella che è. In questo senso, si può dire che Berlinguer, se messo in rapporto col deprimente quadro politico e culturale odierno, è una figura inattuale. E tuttavia la sua profonda attualità sta proprio nelle intuizioni che ebbe, sul futuro e su quanto stava accadendo davanti ai suoi occhi.
Se rileggiamo il rapporto al Comitato centrale del dicembre 1974 (pubblicato poi da Einaudi col titolo La proposta comunista), vediamo che egli coglie con grande lucidità tendenze storiche oggi ben visibili. Nei paesi capitalistici, osserva, è in atto “una crisi profonda e di tipo nuovo”, riconducibile tra l’altro al “peso crescente nell’arena mondiale dei popoli e degli Stati prima soggetti al dominio coloniale; e [al]l’esplodere delle contraddizioni intrinseche ai meccanismi economici e sociali che hanno caratterizzato lo sviluppo postbellico”. Tutto ciò, per Berlinguer, “ripropone la prospettiva e la necessità storica del socialismo” e intanto “rende urgente una programmazione democratica dell’economia nei singoli paesi […] e una cooperazione internazionale, lungo una linea che […] già esce fuori dalla logica del capitalismo”. “L’imperialismo” – sì, usa proprio questo termine, poi troppo frettolosamente abbandonato da molti – “tende a spingere le cose a sbocchi catastrofici”. Al centro tornano quindi “le questioni del futuro dell’umanità”, e solo “un’ampia cooperazione internazionale” potrà consentire di affrontare “problemi vitali e immani come quelli della fame […] della difesa e della trasformazione dell’ambiente naturale; della lotta contro l’inquinamento”, delle risorse energetiche e così via. In un altro passaggio Berlinguer sottolinea “il carattere precario e avvilente dell’attuale assetto sociale”. Come si potrebbe, anche oggi e a maggior ragione oggi, dargli torto?
Al XIV Congresso del Pci, ribadisce: “Nessun […] rinnovamento è possibile in Occidente se non contiene in sé la soluzione dei problemi del Terzo e Quarto mondo”. È l’intuizione dell’interdipendenza del mondo attuale, e di quelli che alcuni studiosi hanno definito come “problemi globali”.

 

enrico-berlinguer-21Berlinguer percepisce “in tempo reale” che con la fine del sistema di Bretton Woods e la controffensiva neoliberistica, allora agli inizi, è un’intera fase storica che si chiude. Nel 1983, al XVI Congresso, afferma: «Con la fine del lungo ciclo espansivo dell’economia capitalista cominciato dopo l’ultima guerra, è in sostanza entrato in crisi anche quel compromesso fra le classi su cui si fondavano le esperienze socialdemocratiche, comprese le più avanzate: il compromesso che lasciava ai gruppi capitalistici nazionali e internazionali le decisioni fondamentali circa la direzione e lo sviluppo dell’economia e assicurava in cambio ai lavoratori una situazione di pieno impiego e migliori condizioni di vita attraverso misure di redistribuzione del reddito e l’espansione della spesa pubblica per fini sociali. Oggi la disoccupazione di massa e di nuovo presente, in tutto il mondo capitalistico, con dimensioni che non si erano più ripetute dopo la crisi del ’29; la spesa pubblica è giunta a livelli non più dilatabili; e si sono ridotti i margini di superprofitto di cui per lungo tempo hanno goduto i paesi capitalisticamente sviluppati grazie al supersfruttamento delle colonie, e dai quali, in ultima analisi, hanno tratto per lungo tempo beneficio anche le classi lavoratrici.»

Ecco la necessità e il senso della proposta di “austerità”, ben diversa dalle politiche di “austerity” oggi portate avanti dall’Unione Europea: diversa perché mette in discussione proprio il modello di sviluppo. “Le conquiste sociali – dice ancora Berlinguer al XVI Congresso – si possono difendere solo avviando una nuova qualità dello sviluppo e introducendo forme di intervento diretto dei lavoratori nel processo di accumulazione”. Ecco il tema degli “elementi di socialismo”.
Ma parlare di lavoratori, di classe operaia – diceva già allora qualcuno – non è ormai superato? Berlinguer replicava: «In una fase in cui le modifiche tecnologiche tendono a ridurre il peso numerico della classe operaia tradizionale, è divenuto decisivo comprendere e tener conto che vi sono altri strati sociali che possono entrare a far parte delle forze che sono all’avanguardia della lotta per la trasformazione della società. Mi riferisco innanzitutto ai lavoratori dipendenti intellettuali, ai tecnici, ai ricercatori − i «camici bianchi» − i quali, proprio per la loro collocazione nel processo produttivo, sono determinanti per il suo realizzarsi, e sono quindi divenuti figure centrali per il formarsi del profitto. Di conseguenza tali nuovi strati sociali, nelle condizioni capitalistiche, sono direttamente colpiti nelle loro possibilità sociali dalla appropriazione privata del profitto, sono anch’essi degli sfruttati, come lo sono i tradizionali operai in “tuta blu”.»

È per questo, non per una mera questione “identitaria”, che fino alla fine Berlinguer difese le ragioni del comunismo e in particolare del Pci, l’identità e la cultura politica del suo partito. Già nell’estate del ’78, peraltro, intervistato da Eugenio Scalfari, aveva affermato: «Chi ci chiede di emettere condanne o di compiere abiure […] chiede una cosa […] impossibile e sciocca. […]
I passi avanti nell’adeguamento e aggiornamento della nostra linea […] li abbiamo compiuti non rompendo con il nostro peculiare passato […] non recidendo le nostre radici […] bensì sviluppando il grande, irrinunciabile patrimonio teorico e ideale accumulato in centotrent’anni di lotte dei movimenti rivoluzionari nati col Manifesto del Partito comunista.»

La sua impostazione rimane cioè saldamente storicistica. Il passato non può essere oggetto di sentenze e condanne di tipo moralistico, né tanto meno può essere cancellato e rimosso. Esso piuttosto va analizzato e compreso, ed è sulla base delle esperienze e delle elaborazioni passate, attraverso un loro superamento dialettico che eviti di mandarle perdute per ricominciare ogni volta da zero, che una forza politica può effettivamente andare avanti.
Si tratta di una grande lezione, politica, metodologica e persino teorica. Non averne tenuto conto ha provocato danni enormi. Ma se la sinistra in questo paese vuole tornare ad avere un senso, un radicamento e un’identità, proprio da qui deve ripartire.

 

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Di Alexander Höbel

Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in Storia presso l’Università “Federico II” di Napoli e studioso di storia del movimento operaio. Curatore de Il PCI e il 1956 (La Città del Sole, 2006), ha pubblicato La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (con Gianpaolo Iannicelli, Napoli, Ipermedium, 2006) e Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2010). Ha collaborato con la Fondazione Di Vittorio e l’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia. Borsista della Fondazione Luigi Longo, è autore di Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci, per la quale cura il lavoro di redazione della rivista “Studi storici”.

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