di Fausto Pellecchia – C’è una parola d’ordine che, a partire dal M5S, è diventata più o meno sotterraneamente una divisa politica generalizzata, tacitamente condivisa, pur con qualche pudibondo ‘distinguo’, da quasi tutte le formazioni del sistema politico italiano: si tratta della sommessa rivendicazione e della pratica evidente del «né destra né sinistra» . Questa variante moderata del rosso-brunismo si traveste volentieri da risultato di analisi obiettive anti-ideologiche o pseudoscientifiche, spacciando la realtà del conflitto come innocua alternativa tra vecchio e nuovo, tra conservazione e riformismo.
{tab=Ideologie in crisi?}
Ma le ideologie non sono finite. Sono in crisi le ideologie di sinistra, e questa crisi, come si sa, è dovuta principalmente a due sconfitte storiche: quella del comunismo e quella del movimento dei lavoratori. Le ideologie di destra (liberismo, razzismo, nazionalismo, autoritarismo), al contrario, sono vive e vegete, ma come tutte le ideologie che si rispettino, tendono a presentarsi come discorso anti-ideologico, come descrizione oggettiva ovvero come realistico pragmatismo politico. In verità, quando si crede di non scegliere tra opposti campi di appartenenza valoriale, si è già deciso di assecondare le ideologie dotate di maggiore potenza e attualità, quelle che rispecchiano fedelmente i rapporti di forza tra i gruppi sociali.
L’uso pervasivo dei sondaggi d’opinione, degli expertise specialistici, il dominio delle tecniche di valutazione statistiche che affollano le analisi politologiche, si giustificano a partire dalla promessa profetica di cui essi si presentano come ‘angeli necessari’: è giunto il momento in cui le cose potranno finalmente governare, governare se stesse e governare gli uomini. Il “governo delle cose” si sostituisce alle miserabili decisioni umane. Era un sogno del XIX secolo che ancora dura. Nella sua versione di sinistra e di destra, nel punto di biforcazione tra utopia sociale e tecnocrazia, il governo delle cose ha conosciuto molte varianti e molte legittimazioni. A volte attraverso le scienze della natura, a volte attraverso l’ideologia del progresso tecnico, della pianificazione economica o, infine, come centralità del semplice ordinamento amministrativo o contabile. In tutte le varianti, il vettore del movimento è sempre lo stesso: le cose decidono al posto degli uomini. La politica, al contrario, poggia su un presupposto inverso: le cose per se stesse non governano. Ma a chi desidera imporre il silenzio, il governo delle cose offre in effetti grandi vantaggi: dispensa da ogni politica e ne dispensa specialmente gli uomini politici. Se vogliono continuare a esistere, possono riservarsi l’unico privilegio di tradurre, in linguaggio umano, le costrizioni inumane che le cose dettano. Quando la realtà dei desideri non si piega ai piani più dettagliati, o le misure meglio documentate non riscuotono un’adesione immediata, quando le promesse sull’ avvenire provocano sbadigli o indifferenza, si preferisce denunciare un errore di pedagogia o una mancanza di comunicazione. Qui la pedagogia si riduce alla pura e semplice lezione delle cose: si tratta di far accettare a tutti la convinzione che nessuno può mai cambiare niente.
Questo atteggiamento, che si espande in molteplici variazioni tonali, tende a favorire la forma più appariscente in cui si è imposta l’ideologia dominante: l’equivalenza tra la democrazia moderna e la cosiddetta “meritocrazia”, come metodo consensuale di selezione,” né di destra né di sinistra”. Ad essa è connessa l’estensione incontrastata in ogni ambito della vita sociale, professionale, individuale, dell’ideologia della ‘valutazione’ . Il binomio “merito-valutazione” è in se stesso ambiguo: lo si può prendere in un senso buono, anche se in realtà viene sempre preso nel senso peggiore. Dopo tutto, valutare i decisori non è forse segno di democrazia? Non si tratta forse dell’esigenza di render conto di ciò che si fa? Quel che non si dice, tuttavia, è che i valutati oggi non sono mai i decisori, né i detentori di una parcella di potere. Sono al contrario solo i governati. L’espressione “rendere conto” è stata rivoltata nel suo contrario. Nella città antica, il governante doveva rendere conto in quanto governante; nella società attuale, è il governato in quanto governato che viene chiamato a rendere conto. Il cittadino non è più soltanto tenuto ad obbedire, ma deve render conto della profondità della sua docilità.
{tab=L’ordine delle cose}
Ciò che i “buoni” governanti propongono ai governati passa per inevitabile, perché tale è l’ordine delle cose. I governanti riconoscono un solo dovere: comunicare bene. E i governati hanno il dovere simmetrico: ascoltare bene. Questo spiega la trasformazione radicale del leader politico da decisore collettivo a comunicatore collettivo, capace di profittare dei nuovi generi discorsivi imposti dai nuovi media (aneddoto, satira, umorismo, invettiva, insulto aggressione verbale, ecc.), a partire dalla centralità “stilistica” assunta dalle emissioni sul web.
Il politico non si priverà, tuttavia, di rallegrare i suoi conti con qualche fiore retorico: è tutto ciò che gli resta ed è il segreto dei buoni pedagoghi. Quale che sia lo stile, gli uni e gli altri condividono lo stesso progetto: presentarsi come interpreti fedeli, limitarsi a spiegare ai popoli le ingiunzioni delle cose.
In questo contesto, la storia del marxismo presenta spunti esemplari. Il marxismo pretendeva di unire in un punto, chiamato Rivoluzione, due entità reciprocamente estranee: l’atto politico più indipendente dalle cose –la sollevazione per rivendicare la libertà- e il discorso venuto dalle cose stesse, messo in parole dal materialismo storico. La dialettica avrebbe dovuto operare il nodo. Ma se si esce dai programmi e dai proclami per passare alla verifica della messa in opera effettiva, le cose finiscono per imporre il loro regno e la politica svanisce in oppressione. Stalin aveva preso sul serio il governo delle cose: ne concluse che questo governo non conduce alla vita felice, ma all’indifferenza di un mondo senza vita. Scelse di far nascere un tal mondo. Non ci si sorprenderà che l’arte staliniana abbia puntato tutto il suo prestigio sulle architetture massicce degli edifici del potere e sulle statue gigantesche dei suoi capi. Tutto diviene ciottolo e cemento. La rivoluzione si rivela infine come un sogno di pietra.
Come per il marxismo a suo tempo, sebbene per vie assai diverse, analogo è il destino che incombe su coloro che si proclamano ardenti difensori della democrazia, nella forma aggiornata della “meritocrazia come legittima estensione universale del dispositivo della ‘valutazione’ imposto a tutti i governati (laddove per i governanti la ‘valutazione’ viene identificata con il rito dell’investitura elettorale). La democrazia moderna, infatti, non rimette il governo agli uomini, ma alle cose. Così rompe con tutto ciò che si presentò come democrazia dall’antichità fino alla Rivoluzione francese, lasciando intatto solo il nome. Oggi emerge una società umana che non è altro che Cosa sociale, composta da una miriade di associazioni, raggruppamenti,solidarietà lobbistiche e individui che sono altrettante cose, animate dalla forza d’inerzia del loro movimento interno, registrato dalle statistiche. Così intesa, la democrazia moderna si risolve in democrazia verbale. Ma, proprio in quanto è verbale, essa si impegna a stabilire il governo delle cose e ne diviene semplice interprete e ‘portavoce’, senza rinunciare a spacciarlo per progresso del genere umano.
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