di Stefano Balassone – L’andamento del programma grillin-berlusconiano di Antonio Ricci in calo di ascolti dal 2009 riflette il cambiamento del paese che vota. Se nel Pd assurto a “Partito nazione” Renzi inserisce nella formazione dei politici lo studio delle serie tv americane (perché la comunicazione politica coincide col dare forma di racconto alle tensioni attanziali, come dicono gli esperti, della realtà), noi potremo ben leggere il divenire politico attraverso i dati di ascolto di Striscia la notizia.
Invidiando ad Antonio Ricci la padronanza del mezzo, non da oggi consideriamo il suo programma come il più berlusconiano, ma anche il più grillino (dentro il Gabibbo del resto ci siamo sempre immaginati proprio Grillo).
Al fondo della trasmissione c’è infatti, da venti anni, l’idea-nocciolo del “berlusconismo” e ora anche del “grillismo”, e cioè che di per sé il mondo sia intrasformabile, e soltanto “utilizzabile” o per fargli salamelecchi e per volgergli sberleffi più o meno indignati (non essendo data la terza ipotesi; metterci mano). Due visioni destinate a prosperare e ad avvizzire insieme? Sembra di sì, a giudicare dall’incrocio fra i dati elettorali e le fortune di Striscia.
A Forza Italia e a Grillo sono state prese il 25 maggio le misure che tutti sanno e che non stiamo a ricordare. A Striscia da parecchio tempo le misure le sta prendendo l’auditel.
E ci dicono che, se ancora nel 2009 i tre quarti d’ora che contengono Striscia raccoglievano più spettatori e con uno share (23,5 per cento) più elevato sia del precedente Tg5 (23,1 per cento) sia del susseguente programma di prime time (19,9 per cento), già nel 2011 (quando Fini se n’era andato e Berlusconi arrancava grazie a Scilipoti) l’equilibrio ha cominciato a cambiare; finché nel 2013 e in questo 2014 lo share di Striscia (18 per cento) è finito decisamente sotto quello del TG5 (20,2 per cento). Una «disaffezione specifica» per cui se prima era Striscia che sosteneva la baracca di Mediaset, ora accade il contrario.
Tra quelli che hanno voltato le spalle al Gabibbo, le donne e i laureati sono tre volte più numerosi degli uomini e dei titolari di licenza elementare. E abitano prevalentemente nel Nord e nel Centro dell’Italia, dove il taglio (confrontando i primi cinque mesi del 2009 rispetto ai corrispondenti del 2014) va dai -11 punti di share del Nord Ovest, ai -10 del Nord Est, fino ai -7 del Centro. Mentre le regioni meridionali si limitano ad un modesto -2.
E non c’è chi non veda il perfetto parallelismo fra queste grandezze e la distribuzione dei voti al Pd (che ne ha guadagnati un po’ meno al Sud) rispetto all’andamento di Forza Italia e M5S, che proprio al Sud hanno il loro risultato migliore, anche se pur sempre in retromarcia.
Altrettanto eloquente l’analogia col comportamento dei gruppi socio-culturali: fra quelli che potremmo definire medi e medio-alti la caduta del consumo di Striscia è la più cospicua, mentre lo zoccolo duro coincide con l’universo della marginalità, al punto che fra tutte la “figura” che tuttora non si perde una puntata di Gabibbo e soci è quella che definita (scortesia dei ricercatori) “anziano da osteria”.
Dati coerenti quanto basta da farci venire la voglia di suggerire ai sondaggisti in crisi di nervi di farsele passare dando una occhiata più attenta e continua ai dati dell’auditel. In fondo il “vedere la televisione” è senza dubbio l’attività più condivisa dagli italiani, comporta scelte filtrate dal piacere e dal giudizio, e particolarmente genuine perché temprate dall’abitudine, e dunque dalle correnti più profonde e consistenti del magma sociale. Può darsi che chinandosi su quel magma finiscano col confondersi le idee. Ma sarà comunque meglio che farsi vittime di idee sbagliate.
@SBalassone
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