di Gianmarco Capogna* – Il 17 maggio di ogni anno si celebra in tutto il mondo l’IDAHOT (International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia), in ricordo della storica decisione del 1990 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di cancellare dal registro delle malattie mentali l’omosessualità. Un giorno per dire basta ad ogni forma di violenza, fisica, verbale o psicologica, e di discriminazione verso la comunità LGBTI (Lesbica, Gay, Bisessuale, Transgender, Intersessuale) e per ricordare, come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che siamo tutti nati liberi ed eguali in dignità e diritti.
Sono tantissime le iniziative che nel corso di questa settimana si stanno svolgendo in tutta Italia per concentrare l’attenzione sui tantissimi problemi che affliggono le persone omosessuali e transessuali; problemi che determinano un divario enorme con i Paesi più avanzati su questi temi nel mondo ma anche in Europa. L’inesistenza di tutele giuridiche verso discriminazioni e violenze, la difficoltà per le persone transessuali di trovare un lavoro che permetta loro di realizzarsi in piena dignità, e che eviti che molte persone transgender finiscano per scegliere il mondo della prostituzione vendendo non solo il loro corpo ma anche la loro transizione, l’impossibilità per le coppie e le famiglie dello stesso sesso di veder riconosciuti gli elementari diritti di coppia, che vanno dall’assistenza sanitaria del partner, fino alla tutela dei figli nati e cresciuti da entrambi.
Come se non bastasse la quotidianità di questo Paese ci racconta come la fobia e l’odio sia sempre più un fenomeno dilagante: lo ascoltiamo nei discorsi tra la gente nei confronti delle persone migranti, lo leggiamo sulle cronache dei giornali in merito ai femminicidi e alle violenze di genere, ce ne rendiamo conto quando scopriamo che non ci sono fondi in soccorso del terzo settore per assicurare alle persone disabili, o a chiunque si trovi in difficoltà, un aiuto per sopravvivere, annientando de facto ogni possibile tipo di welfare state. Ce ne accorgiamo anche quando veniamo a conoscenza di giovani che si tolgono la vita perché sentono il peso di essere omosessuali in una società che ancora si basa su pregiudizi e stereotipi e in cui si propaga un’omofobia sempre meno latente, che determina un innalzamento dell’aggressività, sia essa verbale che fisica.
Ancor più grave poi quando l’omotransfobia diventa istituzionalizzata, quando i politici si fanno portavoce di istanze discriminatorie e offensive che negli altri Paesi europei sarebbero perseguiti per legge, ma che in Italia passano nella normalità della libertà di espressione: un’espressione che ferisce e a volte uccide e che non ha nulla a che vedere coi principi di libertà per cui a partire dal XVII secolo gli intellettuali di tutto il mondo si sono battuti. Non si può più accettare che figure rappresentative del panorama politico nazionale si esprimano nei confronti dell’omosessualità come malattia o come anomalia – per farsi un’idea la trasmissione di Radio24, La Zanzara, ci offre una serie interminabile di esempi. Non sono più credibili esponenti del maggiore partito di centrosinistra, il PD, ormai membro a tutti gli effetti del PSE, che ancora fanno muro contro impegni precisi a sostegno delle rivendicazioni della comunità LGBT, in Italia ma anche in sede comunitaria. Sono antiquate le scelte di compromesso come ad esempio quella di prevedere da un lato l’inserimento dell’aggravante di omotransfobia nella Legge Mancino del 1992 per poi inserire in un subemendamento l’esenzione da tale reato partiti, associazioni e gruppi religiosi, quindi tutti i maggiori attori socio-politici che istituzionalizzano i fenomeni di odio, depauperando in tal maniera l’intero provvedimento normativo. Ognuno deve sentirsi libero di pensare di essere o meno favorevole a questa o quella legge, a questo o quel tema, la democrazia nasce dal confronto e dalla diversità. Ma questa libertà sfocia in discriminazione quando diventa il motivo di esclusione di cittadine e cittadini dal pieno godimento dei diritti e delle libertà che secondo la Costituzione, ma anche secondo le posizioni internazionalmente riconosciute, devono essergli garantiti e riconosciuti.
Superiamo il velo dell’ipocrisia secondo il quale non si deve parlare dei temi della comunità LGBTI apertamente, specialmente in politica, perché non portano voti, anzi li fanno perdere: la storia politica degli ultimi 15-10 anni ci ha insegnato proprio il contrario. Nei paesi dove il centrosinistra ha saputo esprimersi in maniera netta a sostegno dei diritti di tutte e tutti, le elezioni sono state vinte con grande sostegno popolare – basta guardare alla Spagna di Zapatero, agli USA di Obama e alla Francia di Hollande, ma anche a tante realtà più piccole in Europa e nel mondo.
Verso il 17 maggio, cosa possiamo fare in Italia? Unirci senza titubanze alle rivendicazioni della comunità LGBTI, per la costruzione di un Paese più egualitario. Perché l’uguaglianza è qualcosa di sinistra; perché un Paese dove c’è parità è un Paese più giusto.
Perché siamo convinti che i diritti della comunità LGBTI siano Diritti Umani.
#liberidallomofobia
*Gianmarco Capogna – Responsabile Diritti, Non Discriminazione e Uguaglianza Giovani Democratici Frosinone
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