di Paolo Ciofi – Poiché non sono del ramo, come direbbe Enzo Biagi, lascio ai filosofi, agli psicoanalisti e agli psichiatri, e anche agli astrologi, il compito di indagare sui turbinosi e volatili svolgimenti del pensiero di Eugenio Scalfari. Il quale, dopo aver «letto molti libri» e consultato «persone che operano professionalmente per curare disturbi mentali», è giunto alla irrevocabile conclusione che «la volontà di dominio sugli altri prevale su tutti i sentimenti», e che il potere chiama «il successo e il possesso» (L’Espresso del 30 aprile).
Sorge però il dubbio che proprio in ragione di questo principio universale, cui ovviamente egli stesso soggiace, Scalfari abbia voluto far sentire alto e forte uno squillo di tromba in ossequio all’attuale detentore del potere politico. Prima di domenica 20 aprile Matteo Renzi, secondo il fondatore di Repubblica e di una nuova tendenza della filosofia dello spirito, era «un avventuriero». Ma in quel fatidico giorno, sul quotidiano di proprietà dell’Ingegnere noto sostenitore del Pd, il già doppio Scalfari, diventato uno e trino, apre nei confronti del segretario fiorentino una illimitata linea di credito. Dopo avere esaminato nel dettaglio i provvedimenti e le iniziative del governo, il fondatore giunge a una inaspettata e sorprendete conclusione. Seguiamolo dunque nell’accidentato percorso del suo pensiero.
I suoi giudizi non lasciano scampo. «L’operazione di taglio del cuneo fiscale è preoccupante», giacché abbiamo a che fare con «cartoni appiccicati l’uno all’altro con le spille». «La tassa sulle banche è retroattiva e comunque non ripetibile». «I tagli della Difesa sono rinviati ma non aboliti». «Il maggior incasso dell’Iva è un anticipo e ce lo troveremo sul gobbo nel 2015». «Il pagamento dei debiti alle aziende creditrici, che doveva essere di almeno 17 miliardi, è stato ridotto a 7». «Gli incapienti con redditi inferiori agli 8 mila euro annui avrebbero dovuto precedere per evidenti motivi di equità il bonus che premia i redditi superiori». Senza contare il molto probabile aumento delle imposte comunali, «che potrebbero vanificare o ridurre fortemente il bonus di 80 euro».
È la descrizione di uno scenario nebbioso e desolante tra mezze verità, prospettive incerte e vere e proprie falsificazioni, peraltro non smentito dall’editoriale di domenica 27. In condizioni di normalità democratica e di correttezza costituzionale, la conclusione da trarre è semplice: trattandosi di un papocchio occorre fare pulizia, chiarificare l’orizzonte e lottare per cambiare i provvedimenti che si ritengono sbagliati o insufficienti. Invece Scalfari, con un clamoroso e imprevedibile testa-coda del pensiero che farebbe inorridire i suoi maestri illuministi, dice che va bene così. E ciò e preoccupante. Non tanto per lui, che in fondo è coerente con la sua visione egocentrica (egoistica?) del potere, ma per il Paese, che sembra avviato verso un degrado morale e democratico irreversibile.
La sua conclusione è illuminante: «A me questi vari e sconnessi cartoni appiccicati con le spille piacciono. Insolitamente (sic!) lo trovo soddisfacente nonostante le numerose insufficienze che ho segnalato». Renzi ci presenta un’avvenire di cartoni sconnessi? Sì, ma è per il meglio. «L’operazione del bonus in busta paga non è un programma organico ma uno spot elettoralistico»? «E’ esattamente così», ma va benissimo. E sapete perché? Perché, così facendo, il capo del governo, che il fondatore definisce «il figlio buono di Berlusconi» per «le sue doti di comunicatore e di seduttore», vincerà le elezioni e tutto andrà a posto.
Cambieranno «i rapporti di forza nella politica italiana e la posizione del nostro paese nella politica europea», si «rafforzerà il baluardo contro i populismi anti-europei o euroscettici», e i berluscones saranno relegati «ad un ruolo marginale». Insomma, ci sarà un miracolo, e dai cartoni appiccicati con le spille sorgerà il sole che illuminerà un radioso avvenire. Uno Scalfari così prono e servizievole di fronte al potere non si era mai visto. Ma, nonostante i suoi sforzi, la prospettiva miracolistica che descrive appare assai improbabile per la semplice ragione che restano fuori i problemi veri dell’Italia, della vita reale delle donne e degli uomini, sempre più difficile e penosa. Tutto viene ricondotto alle mosse furbesche della politica politicante. Ma l’Italia non è un parco giochi, bensì un Paese che vive una crisi di portata storica.
Se l’operazione del bonus (cioè non l’affermazione del diritto a un’equa retribuzione ma l’elargizione di una graziosa concessione da parte del sovrano come ai tempi del re Sole) è solo «uno spot elettoralistico», ciò vuol dire che si tratta di un imbroglio – questa è la parola giusta – per catturare il voto di coloro i quali, dispersi e culturalmente soggiogati, hanno perso la forza per organizzarsi e per lottare. Poi si vedrà. In cosa si differenzia allora il comportamento di Renzi da quello di Berlusconi? Evidentemente in nulla. Infatti, il segretario fiorentino – afferma Scalfari – è il figlio buono del Cavaliere. Dal che si deduce che se l’imbroglio lo fa Berlusconi è un male, se invece lo fa Renzi è un bene.
È – capovolto – lo stesso modo di pensare del Cav. Vuoi vedere che anche Scalfari, a sua insaputa, è stato berlusconizzato? Il dubbio è del tutto lecito. È invece una certezza che nei comportamenti, nello stile e negli orientamenti liberisti del padre cattivo e del figlio buono la politica è ridotta a un mercato in cui il leader-venditore piazza molta merce avariata, e in cui gli elettori vengono degradati a sudditi-consumatori. La sovranità, in questa condizione, non appartiene al popolo, che non ha più gli strumenti per esercitarla, ma viene espropriata dal moderno sovrano, intronizzato dal potere del denaro e della finanza dominante nel sistema dei media. È strano che Scalfari non si accorga che proprio qui sta la radice più profonda della crisi democratica dell’Italia, e che se si va avanti su questa strada il fossato tra il Paese reale e la politica diventerà incolmabile con pesanti conseguenze negative.
Serve uno sforzo eccezionale per uscire dal mondo del berlusconismo e del renzismo, che è il mondo dei poteri dominanti, estraneo ai principi della democrazia costituzionale. Ma la Repubblica sembra aver indossato ormai i panni di un organo di regime. Con l’avallo del padre fondatore.
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