Protegge la sua ragazza dai manganellidi Ignazio Mazzoli – Venerdì 18 aprile scorso fra le cronache della fiaccolata per l’occupazione che ha visto impegnati lavoratori della Videocon, della Marangoni e della Multiservizi era possibile leggere “Narrare questo corteo significa narrare l’apatia della sopravvivenza, volti delusi, volti stanchi di chi ha provato ad inviare tanti curriculum anche fuori provincia(…) . Nei negozi non gira nessuno, non si tratta della paura dei black bloc, dei blue bloc, qui sfilano inermi uomini e donne, armati di una fiaccola. Trattasi della crisi economica, chi doveva partire per le vacanze è andato….chi resta non può…..ma è indifferente…..il licenziato non è lui.” Così nella racconto di Fausta Insognata Dumano.
Non è di oggi l’impressione che il rapporto fra necessità di manifestare, di protestare e riconoscimento di questo diritto sia in crisi (manifesti una crisi profonda). E’ in crisi il rapporto fra chi ha bisogno di lottare, di manifestare per i propri diritti e chi dovrebbe essere disposto a capire che chi lotta non ha altra strada per difendere il diritto a sopravvivere e quindi dovrebbe godere della più ampia solidarietà e comprensione, cose che invece manifestamente vengono negate. “All’improvviso – continua la Dumano – la parte alta della città dal piazzale San Tommaso d’ Aquino alla prefettura di Frosinone si blocca, pazienza è la risposta degli automobilisti, qualche processione,” ma aggiunge che questa disponibilità diventa “intolleranza, invece, appena si scopre che le fiaccole sono espressione di speranza per il lavoro.”
E’ doveroso porsi questi interrogativi mentre esplode la richiesta di cassa integrazione. Con oltre 100 milioni di ore registrate lo scorso mese, ben oltre le 80 milioni di ore mediamente conteggiate a partire da gennaio 2009 ad oggi. La cig aumenta in tutti i suoi segmenti (ordinaria, straordinaria e deroga). Dietro questa mole di ore sono coinvolti da inizio anno circa 520 mila lavoratori che hanno subito un taglio del reddito per 1 miliardo di euro, pari a 1.900 euro netti in meno per ogni singolo lavoratore in busta paga. Sono questi i dati che emergono dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps da parte della Cgil Nazionale nel rapporto di marzo. In queste condizioni si può negare solidarietà a chi lotta o peggio provare insofferenza verso di loro? Perché questo può avvenire?
È dalle periferie più colpite, come la nostra provincia, che oggi arrivano i racconti di un collasso che è sociale e psicologico più ancora che economico. In questi giorni era possibile leggere in un articolo di sbilanciamoci.info scritto da Mario Pianta il richiamo ad alcune righe di Carlo Collodi «Chìnati giù per terra, scava una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d’oro. Poi ritorna qui tra una ventina di minuti e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete». Quando Carlo Collodi scriveva dei cattivi consigli del Gatto e la Volpe al povero Pinocchio era il 1883, e l’occidente era in preda a una depressione ancora più lunga di quella attuale. Da allora, la finanza non ha mai smesso di promettere alberi carichi di monete d’oro a investitori tanto rapaci quanto ingenui. E la letteratura non ha smesso di narrare come si vive l’inseguimento della ricchezza e l’angoscia della povertà.
Negli ultimi decenni è stata indubbiamente la ricchezza a dominare, anche in libreria. La letteratura ai tempi del neoliberismo è stata soprattutto l’apologia della libertà assoluta contro l’invasività dei legami sociali, il trionfo di individui decisi a «realizzare le proprie esigenze», con un “io” onnipotente. E non sono stati molti gli autori capaci di smontare quella rappresentazione del nostro tempo. Ora che la crisi è arrivata. Si raccontano aspirazioni deluse. Si descrive una “rovina” che resta individuale quanto l’illusorio successo che l’aveva preceduta. Sfuggono i tratti di un sistema insensato, l’impossibilità delle promesse passate, la dimenticata necessità di identità collettive. Non c’è, così, (ancora) un romanzo su questa crisi, come invece abbiamo “classici” su quella degli anni trenta.
Solo ora spuntano le prime storie di come si vive il presente, si sopravvive alla perdita di lavoro, identità, futuro. Sembrano storie incredule di un collasso che è sociale e psicologico prima di tutto, storie surreali di città svuotate, ritratti neorealisti di società in dissoluzione. Ma anche storie di come – in Grecia, in Spagna, in Italia – il vuoto potrebbe riempirsi di senso rovesciando le priorità dell’esistenza, ricostruendo relazioni sociali e piccole solidarietà. E quella dimensione collettiva che è condizione non solo per trasformare il presente, ma anche per raccontarlo.
L’informazione scritta e parlata, in video e in radio, nel web dovrebbe sentire il dovere di contribuire a creare una cultura di massa e diffusa in cui la crisi e la sofferenza siano riportate alla loro reale dimensione di fatto sociale e non di sfortuna individuale magari “causata” da presunte colpevoli negligenze del singolo.
”La liberta’ di manifestare e’ sacra – dice il ministro dell’Interno Angelino Alfano – ma tirare razzi non e’ manifestare”. Vero. Ma a fronte dei tanti manifestanti inermi quanti sono i tiratori di razzi che la polizia e le forze dell’ordine bloccano? Non è che Alfano ha in testa una bella stretta repressiva? Alfano è ” contrario al codice di identificazione per le forze dell’ordine. Se questi sono i manifestanti io l’identificativo lo metterei a loro”, strano però che chi viene colpito è sempre una persona a viso scoperto e mai quelli che di si dece di voler colpire. Sa tanto di intimidazione contro il diritto di protestare e di manifestare!! Anche la chiarezza su questi tentativi di intenzioni oi repressive sono compiti doverosi di chi fa informazione.

Veroli 20 aprile 2014

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