di Gasperino Ercarbonaro – Cercando di approfondire i motivi che impediscono nel nostro Paese di avere un riconoscimento dei diritti lesi in tempi rapidi e certi, come nel caso del recupero del credito, mi si è posto davanti con grande evidenza la totale mancanza di applicazione del dettato dell’Art. 3 della nostra Costituzione. In genere, purtroppo, il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla Legge viene interpretato solo nel senso di un’uguaglianza rispetto ai rigori della Legge; interpretazione che ha tanto il sapore di un giacobinismo un po’ plebeo della serie “anche i ricchi devono piangere e i re devono perdere la testa”. Mi sembra molto riduttivo. Nell’antica Roma i ragazzi che imparavano a leggere e scrivere, non avevano l’abbecedario, si esercitavano sulle tavole della legge. Questo non impediva che ci fossero comunque, nei fatti, diversità di applicazione della Legge a seconda se si era plebei, cavalieri o senatori. Comunque dava con chiarezza l’indicazione che la conoscenza della Legge deve essere a portata della maggior parte della popolazione e per questo erano scolpite nel bronzo ed esposte al pubblico. Chiunque fosse in grado di leggere poteva consultarle. Certo, la società di allora era molto meno articolata di una società moderna e quindi le leggi erano molto più semplici di quelle oggi, ma, forse proprio per questo più “giuste”. Ricordiamo il famoso principio del diritto romano “summo ius, summa iniuria”? No! L’abbiamo dimenticato! Oggi per qualunque, mi viene da dire idiozia, ma diciamo bazzecola, invochiamo la leggina specifica, perché non vogliamo più assumerci alcuna responsabilità: come amministratori pubblici, dirigenti, impiegati, imprenditori, ecc., ecc. Però la somma di tutte queste leggi e leggine ha creato un ginepraio in cui il povero cittadino non può che smarrirsi ed incappare magari in sanzioni per lui rovinose. Perché? Perché ha gito in modo inconsapevole. I furbini, che sono la maggioranza, prima si organizzano e poi fanno gli gnorri, aspettando che la nostra giustizia, con i suoi tempi biblici, si accorga di loro e, dopo che se ne è accorta, con altrettanta sollecitudine emani i provvedimenti del caso, che ovviamente dovranno essere applicati, con tutte le altrettanto ovvie eccezioni e opposizioni che tutte queste leggi e leggine, decreti di attuazione ecc. consentono di opporre, perché emesse spesso per interessi, o situazioni particolari, e può capitare che a volte siano in sovrapposizione tra loro, per cui si arriva inevitabilmente al concretizzarsi dell’orrendo aforisma del Divino Giulio: la legge si applica, ma per gli amici s’interpreta. A questo punto i due pilastri principali del diritto per cui “la legge è uguale per tutti” e “non ammette ignoranza” vanno a farsi benedire. Ma soprattutto viene messo in naftalina il nostro fondamentale Art. 3 della costituzione: non è più vero che siamo tutti uguali davanti alla Legge! Oggi in Italia, per esempio, il debitore è, oggettivamente più tutelato del creditore! Tradotto: chi delinque è avvantaggiato rispetto alla sua vittima. E allora dove stà l’uguaglianza tra i cittadini, quando manca la certezza della pena, nella misura, nei tempi e nell’attuazione? Se vogliamo, come vogliamo che l’Art.3 abbia la possibilità di essere attuato occorre procedere rapidamente ad una semplificazione del nostro Corpus legislativo e soprattutto in un adeguamento del linguaggio ad un livello di maggiore possibilità di comprensione per la maggioranza delle persone. Credo che sia ora di mandare in pensione le varie espressioni derivanti da un linguaggio, molto colto, ma ormai non più noto, derivato dal latino. Lo dico con dolore, ma dobbiamo prendere atto della realtà in cui viviamo. Inoltre credo sia il caso di proporre di eliminare il rinvio continuo da una legge all’altra per indicare le modifiche parziali che vengono introdotte, o le aggiunte. C’è una modifica anche parziale? Si riscrive tutta la legge, e le leggi correlate coinvolte per intero, evitando così di dover ricorrere al filo di Arianna per cercare la via d’approdo a ciò che ci interessa. La proposta è apparentemente semplice ma l’attuazione richiede uno sforzo politico, scientifico e culturale di immane portata. Ma soprattutto ci costringe ad abbandonare la sottocultura dello specifico: offendere è offendere a prescindere dalla persona del’offeso. Uccidere è uccidere chiunque sia la vittima, oppure vogliamo dire che ci sono morti di serie “A” e morti di serie “B”. Ricordiamo la fine della bellissima poesia di Totò: “A livella” ……….. “noi siamo seri, noi siamo morti”! Meditate gente, meditate!
20.01.2014
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