Italia Bene Comune cancellatadi Ignazio Mazzoli – Scrivo mentre annunciano in Tv che Giorgio Napolitano è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica, primo caso da De Nicola ad oggi, il tema che domina il campo degli interrogativi, al di fuori del coro dell’informazione di “regime”, è quello di sapere che ne sarà del PD, del principale partito del centrosinistra che dopo aver recuperato credibilità e apprezzamento anche grazie alle Primarie che scelsero Bersani candidato a Premier, ha lasciato delusi e amareggiati iscritti, elettori e italiani tutti. Una sofferenza vera diffusa ovunque nel popolo del centrosinistra.
Non voglio soffermarmi sul “tradimento” dei 101 elettori del PD, durante il tentativo di elezione di Romano Prodi, che ha gettato nella vergogna e nello sgomento milioni di semplici militanti, elettori e persone di buon senso. Ne hanno parlato e ne parleranno Tv, giornali, radio e ogni genere di mass media. Quello che è successo fra il 18 e 19 aprile, prima bruciando la candidatura di Franco Marini e poi quella di Prodi è grave ed attiene al campo della rappresentanza democratica, riguarda l’organizzazione della democrazia e la sua efficacia ed efficienza. E’ un uppercut all’attuale sistema dei partiti. Bisogna capire e conoscere bene cosa l’ha originato, come e perchè.
Non era mai avvenuto che il Pd – o i Ds o ancor meno il Pci – venisse così brutalmente smentito come difronte alle camere riunite, davanti al nome proposto dalla segreteria per il Quirinale. Franco Marini non ha avuto neanche un parte dei voti previsti la sera precedente. Era il personaggio concordato con Berlusconi e la sua caduta, purtroppo solo in quel momento, ha mandato all’aria i piani di Bersani e di tutti coloro che sostenevano una politica delle larghe intese, a cominciare da Giorgio Napolitano e a seguire da D’Alema e seguaci. Era stata ostacolata da Renzi ed altri nel segreto dell’urna solo in chiave anti Bersani, però.
Bersani ha ammutolito tanti, perchè (senza immaginare sofisticati tatticismi, di cui alcuni lo hanno accreditato) avrebbe dovuto opporsi con forza all’accondiscendenza verso Berlusconi o almeno avrebbe dovuto spiegare di più le scelte che andava compiendo se ne era convinto. Soprattutto, ritengo io, doveva ascoltare di più gli umori furibondi del suo partito. Ma, non l’ha fatto. Le sue dimissioni oltre che doverose erano inevitabili.
Diversa mi pare la vicenda che ha condannato il prestigioso nome di Romano Prodi a restare fermo al palo e ad escluderlo dalla corsa al Quirinale. In questo caso pesa la separatezza in casa fra le componenti storiche che hanno dato vita al PD. A parte il furore scontato con cui il Pdl ha accolto Prodi, nel PD al giubilo della Margherita ha fatto da contrappunto uno scarso gradimento della generazione ex comunista. Almeno di alcuni dirigenti di quella provienienza che a mio parere sono indegni di quel partito glorioso. Alcuni osservatori sottili spingono a pensare che l’invito alla ribellione di una fetta di grandi elettori sarebbe stata sollecitata o addirittura orchestrata da Massimo D’Alema il quale lavora sì per le larghe intese, ma non solo. Si sa che D’Alema sarebbe gradito al cavaliere, perché le maglie delle larghe intese nella versione dalemiana sono assai larghe. Tuttavia, per chiarezza, questi comportamenti nulla hanno a che vedere con la democrazia interna di partito. Nessuno la invochi a giustificazione di comportamenti inqualificabili. Essa esige chiarezza, coraggio, lealtà e disciplina.
Oggi le istituzioni sono in panne, e queste due giornate al Parlamento credo che abbiano folgorato se non tutti, molti, facendoci capire il perché. “Non solo manca una maggioranza e manca un governo, ma il Parlamento è incapace di eleggere il capo dello Stato per lo spappolamento drammatico della sinistra”. Quel perno non c’è più e il sistema si è bloccato. Quindi l’epicentro della crisi è il Partito democratico.
Ormai con la rielezione di Giorgio Napolitano si può profilare una maggiornza che somiglia tanto a quella greca anche se a parti rovesciate per effetto del Porcellum che in Italia, in questa circostanza, fa più consistente il PD rispetto al centrodestra berlusconiano. Infatti, potremmo ritrovarci con un governo sorretto da un larghissima maggioranza e, ancora una volta, con un presidente che risponderà a Napolitano come Monti e, più ancora, puntualmente risponderà alla Bce ed alle grandi centrali finanaziarie. Niente governo del cambiamento, anzi un rafforzamento delle pretese proterve del liberismo.
Questo è l’aspetto che mi preme sottolineare. Bersani ci ha fatto sognare un stagione di liberazione dal liberismo e dalle politiche di austerità in Italia ed in Europa. Purtroppo quando è stato al dunque gli è mancato un partito che sostenesse le scelte per realizzare quel sogno. Ci voleva un partito di militanti che intanto facessero una campagna elettorale utilizzando soltanto gli orientamenti e le parole d’ordine della coalizione “Italia. BeneComune”. E, poi, dopo aver compiuto questo dovere fossero in grado di sostenere il tentativo, che per comodità chiamo degli “8 punti”, con ogni possibile iniziativa di informazione, chiarimento e di mobilitazione a supporto. Invece il PD ha passato i 57 giorni dal voto al 18 aprile ad osservare come andavano le cose ed a scommettere se il suo segretario ce la faceva o no.
Ma non solo. Tutti abbiamo potuto osservare e, direi, vivere la campagna di attacco concentrico contro Bersani e la sua proposta. Una campagna che aveva un solo argomento: occorre un governo di larghe intese ripetuto come un mantra e Bersani è un irresponsabile perchè perde tempo.
Richiamo queste circostanze per non dimenticare la realtà dei fatti, ma senza volere addolcire il giudizio sugli evidenti errori di conduzione dell’iniziativa politica in particolare nella scelta delle candidature per il Quirinale. E per ora non ci fermiamo, qui, ad esaminare le enormi responsabilità del M5S e del suo capo Grillo.
Perchè l’attacco di cui ho detto? Mi pare di averlo già scritto, si è voluto che nulla cambiasse in Italia perchè così si isola Hollande e si può tentare di ipotecare il tipo di risultato che potrà esserci in Germania. Una Europa con i tre più grandi Paesi (per popolazione ed economia) su posizione antiliberista sarebbero stati un bel colpo di timone per andare in altra direzione di politica economica e finanziaria anche in uno scenario globale ostile.
Anche quello che è successo nel PD origina da queste pressioni. Questo partito è impermeabile alle esigenze sociali, ma sembra non saper resistere alle pressioni dei potenti. E perchè questo sia possibile si spiega solo prendendo atto che ci sono orientamenti non conciliabili. Questa sarebbe la contendibilità che molti esigono debba trovarsi nel PD? Solo nel PD, perchè? Gli altri partiti sono tutti contendibili e da chi? Contendersi un partito mi ingenera dubbi, perplessità e, direi sospetti. Una formazione politica è distinta dalla sua linea programmatica che deve essere chiara per sostenere gli interessi delle forze sociali che vuole rappresentare. Un Partito, per dirla con più precisione non può essere una minisocietà, ma una comunità con obiettivi ed una destinazione condivisi, con cui organizza consenso ed in questo lavoro è energia democratica che si confronta con altre energie analoghe.
La vita democratica interna si chiama partecipazione non contesa. Se chi chiede la “contendibiltà” con questo termine estremo vuole indicare un più vivo dinamismo nella selezione dei gruppi dirigenti, nel loro rinnovamento e nella loro qualificazione come non essere d’accordo, è quello che ci vuole. Ma perchè chiamare tutto questo contesa? Il contendere è proprio di chi parte da posizioni inconciliabili. Questa voglia di contendibilità rivela ambizioni di snaturamento almeno di una grande parte del PD, quella parte che crede nelle politiche di centrosinistra che hanno al centro della loro vocazione la rappresentanza politica del lavoro. Ebbene, le posizione liberiste che nelle primarie furono sconfitte mentre cercarono d’imporre Renzi, si sono prese la rivincita, lavorando in proprio senza interposta persona, contro la stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori del Partito Democratico.
L’attacco liberista che ha trovato “anime sensibili” nel PD ha permesso di capire che significa “contendibilità” di un partito. I nemici del cambiamento hanno dimostrato che grazie alla permeabilità dei democratici si può anche colpire a morte la rinascita del centrosinistra. Stranamente il premio di maggioranza ha accentuato ancor di più la fragilità del primo partito alla sinistra del Pdl. E’ chiaro che così può essere colpita a morte qualunque aspirazione a lottare contro il liberismo. Oggi, “Italia. BeneComune” non esiste più. PD da una parte, Sel da un’altra.
I lavoratori, le donne, i giovani, i deboli non hanno bisogno di un partito contendibile, hanno necessità di un partito che stia dalla loro parte sempre, tutti i giorni, in tutte le situazioni e non sia disposto a cambiare pelle come il camaleonte.
Ecco perchè ancora una volta il PD è l’epicentro della crisi del sistema dei partiti. Ci vuole una corrazzata per affrontare questa stagione di crisi e di soprusi, non un partito di burro che si divide al primo scontro. E’ chiaro?

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