Ivano Alteri intervista Ignazio Mazzoli – Che deve succedere perché il congresso straordinario del PD dia frutti maturi e carichi di futuro?
Le dimissioni di Ermisio Mazzocchi dalla segreteria del Pd di Frosinone hanno avuto l’esito auspicato: il Congresso Straordinario del Pd ciociaro si farà. Il documento congressuale presentato da Mazzocchi a sostegno della sua scelta ha avuto numerose adesioni all’interno del partito, importanti nei numeri, nella caratura e nella collocazione interna degli aderenti. Ad esso si è aggiunto, poi, l’Appello dei Docenti, inviato agli organismi dirigenti del Pd regionale e nazionale (e, sembrerebbe, da essi ben accolto), che ha avuto un’ampia risonanza sulla stampa locale e fra gli elettori del centro sinistra. Anche Unoetre.it, che segnalò per primo la gravità della situazione (ed è in questo contesto che va letto quello che segue), ha fornito il proprio, consueto, contributo alla discussione in tal senso, garantendo un’informazione puntuale e plurale sul tema, consapevole di essere un importante punto di riferimento culturale per molti elettori del centro sinistra frusinate. Ora si è finalmente avviata quella fase tanto auspicata. Abbiamo voluto chiedere un’opinione in proposito ad Ignazio Mazzoli, pregandolo di svestire i panni di direttore di Unoetre.it, e d’indossare quelli del politico che ha maturato per lunghi anni un’esperienza di prima fila nel panorama politico ciociaro, negli anni ruggenti del Pci.
{tab=PD e congresso straordinario}
Alla fine, nonostante tutto, il congresso si farà: qualcosa si sta muovendo?
Dal momento in cui unoetre.it segnalò quanto fosse diventata grave la situazione del Pd e del centrosinistra in questa provincia mi sarei aspettato il commissariamento della federazione. Così non è stato; tuttavia secondo me anche il Congresso può essere un passaggio molto importante.
Dici “può essere”; ma potrebbe anche “non essere”?
Dico “può essere” nel senso che servono delle condizioni politiche, che bisogna costruire e realizzare, perché il congresso dia buoni frutti.
In effetti, alcuni tra gli oppositori al congresso straordinario argomentavano la propria scelta sostenendo che anche nella fase congressuale si sarebbe riproposta la stessa situazione “diarchica” tra De Angelis e Scalia, con esiti ancor più disastrosi. È possibile evitarlo?
Vedo due categorie di questioni in cui mettere ordine per costruire delle risposte in positivo.
Quali?
La prima: questo congresso non è “straordinario” unicamente perché si svolge a soli due anni di distanza dal congresso precedente; ma anche perché coincide con la fine di un intero ciclo politico del Paese: la cosiddetta “seconda repubblica”.
È certamente un dato politico di notevole rilevanza. Ma in che modo dovrebbe influire sulla discussione nel Pd ciociaro?
Questo fatto, ritengo, dovrebbe spingere ad una riflessione su che cosa è accaduto, in questo periodo, in provincia di Frosinone. Intendo riferirmi alle condizioni reali del territorio, dei suoi enti e istituzioni, dei suoi luoghi di democrazia; alla condizione dei suoi lavoratori e imprese; alle dinamiche operanti nel potere locale. Mi chiedo e chiedo quale sia stato il ruolo del centrosinistra rispetto a ciò che è accaduto; soprattutto a partire dal congresso dei Ds del ’97, che chiuse, prematuramente e in maniera discutibile, l’esperienza della segreteria Collepardi. Oltre la metà dei delegati se ne andò per protesta, quando si giunse al voto.
Cosa è accaduto secondo te?
È accaduto, per esempio, che, per la gran parte del ventennio berlusconiano, il centrosinistra ciociaro ha avuto ruoli di governo, in Provincia e nella città capoluogo, e adesso che il berlusconismo è in crisi, tutto il centrosinistra si fa trovare impreparato.
Da cosa può esser dipeso?
Senz’altro da quel che si è seminato.
Eppure, tu stesso affermi che il Centrosinistra ciociaro mieteva successi.
Sì, ma come sono stati realizzati quei successi elettorali? In cosa consisteva la proposta politica ed elettorale? Quale era la composizione sociale della base di consenso? Quale è stato, in concreto, il modello di partito che le forze del centrosinistra hanno realizzato?
Sono domande pregnanti e anche un po’ insinuanti, se mi consenti. Si sente l’eco di quelle accuse di personalismo rivolte proprio alla diarchia De Angelis-Scalia. Molti indugiano su queste accuse, me non sempre con grande efficacia: non vorresti fornire qualche elemento un po’ più concreto, in luogo della trita invettiva contro i potenti di turno?
Tutte queste domande le pongo perché mi è capitato, dopo le regionali del 2010, di approfondire i risultati elettorali nella provincia di Frosinone di diversi turni di elezione, e alcune cose mi hanno dato da pensare.
{tab=Che è avvenuto?}
E cosa dicono questi dati?
Fotografano sinteticamente due fasi: 2004/2005 e 2009/2010. Nel 2004 Scalia vinse le Provinciali con il 56,45% (172.776 voti), mentre i DS presero il 13,81% (41.280 voti) e la Margherita il 10,82% (32.335 voti); ma l’insieme della coalizione prendeva quel giorno il 56,51% (168.895 voti).
Interessante.
Nello stesso giorno, per le Europee del 2004, la lista Uniti nell’Ulivo raccoglie il 23,14% (66.270 voti); un dato questo assolutamente comparabile con la somma di DS e Margherita delle provinciali.
Salta agli occhi lo scarto tra il dato “politico” e quello ” personalistico”, certo. Ma non si potrebbe ribaltare il concetto e parlare del grande contributo della “persona”? Forse; ma l’anno dopo, alle Regionali del 2005, Uniti nell’Ulivo raccoglie il 23,39% (66.593 voti); anche questo dato in linea e coerente con i risultati dell’anno precedente. Nel 2009 invece accade che il PD alle Europee, con De Angelis candidato (ma lo era stato anche alle regionali di cinque anni prima) raccoglie il 24,18% pari 69.592 voti e, nello stesso giorno alle Provinciali sempre il PD prende il 14,97% (42.951 voti), cioè 10 punti in meno rispetto al dato delle Europee. E nel 2010, alle Regionali prende il 19,96% (51.550 voti), cioè 5 punti in meno sulle Europee dell’anno prima.
Se ho ben inteso, il presunto contributo della “persona” si limita a seguire la persona, senza contribuire al consolidamento del partito e della coalizione, al loro radicamento nella società. È così?
Esatto. Il successo personale o i successi personali avvengono a spese della conquista del consenso al partito. Gli egoismi costano troppo al PD, ai partiti, alla stessa coalizione e questo nessun iscritto dovrebbe consentirlo. Ma non dice niente il silenzio sulla “Carta d’intenti” presentata da Bersani e già nell’oblio per i dirigenti ‘democratici’ ciociari? Tutti ne parlano meno che loro.
E quali sono, secondo te, le conseguenze di una tale impostazione?
Da questi pochi dati io traggo alcune considerazioni:
a) nel passaggio dal 2004/5 al 2009/10 il neonato PD non acquisiva il popolo formatosi nella sinistra ciociara;
b) lo ha perso perché, più degli altri, ha interpretato e rappresentato una esasperata personalizzazione della politica;
c) ha smesso di costruire politica, e offrire “direzione politica”, nella forma collettiva e plurale, in nome di una forza del “capo” che derivava dall’esercizio del potere, e non dalla buona politica;
d) quando il potere si è consumato, non è rimasto più niente da cui attingere per tenersi su.
Tu descrivi un quadro molto amaro per la “sinistra” ciociara
Qui c’è il punto vero della “sinistra”, che sembra scomparsa e invece è stata soltanto abbandonata da chi doveva curarla. Mi riferisco a quella sinistra intesa come rappresentanza delle istanze vere della società, e che aveva ed ha il compito di stare nel PD per costruirlo ed orientarlo.
Oltre ai deprimenti dati elettorali, che sono la causa scatenante del documento Mazzocchi e degli altri che hanno seguito, quali altre conseguenze vedi manifestarsi nella società?
Basta osservare il fenomeno che investe gran parte dei giovani impegnati nel sociale e anche in politica, per averne la misura: mentre sono pronti a riscoprire Enrico Berlinguer, con un entusiasmo che mi rincuora, nel contempo sono restii a militare nei partiti del centrosinistra ed in particolare nel PD. E questo, invece, mi preoccupa molto.
All’inizio facevi riferimento a due categorie di questioni che bisognava mettere in ordine, in vista del congresso. Cosa occorre ancora, oltre a quanto hai già detto, perché nel congresso straordinario del Pd non si riproponga quell’impostazione?
Qui viene un secondo punto di analisi: il Congresso Nazionale del PD del 2009. Passaggio molto noto. Nel 2007, lo stare tutti con Veltroni significò privilegiare l’apertura di un percorso politico, piuttosto che esprimere e far vivere le differenze in una discussione libera. Questo, invece, avvenne invece col primo congresso del 2009 e lo rese importante: fu il momento, per ognuno, di scegliere come stare nel PD.
Perché è un passaggio importante per il Pd della provincia di Frosinone?
Perché in provincia di Frosinone accadde qualcosa di particolare. Cioè il grosso dell’esperienza ex DS si collocò a sostegno di una mozione di minoranza in campo nazionale. E lo si sapeva dall’inizio che la “Marino” sarebbe stata un’area di minoranza.
{tab=E allora?}
Allora perché De Angelis scelse la mozione “Marino”? Non avrebbe trovato maggiore convenienza a schierarsi col più forte?
Le ragioni di questa scelta furono di due tipi: quelle dette e quelle non dette.
Quelle dette, furono che serviva una scelta di differenziazione per non finire con Franceschini, quindi sotto Scalia, e per non confondersi con i bersaniani di allora, cioè quel pezzo di ex DS con cui si era determinata una rottura (Gatti-Migliorelli vs De Angelis ndr). Quelle non dette, ma ampiamente sussurrate e quindi altrettanto vere, riguardarono la appena avvenuta elezione al Parlamento Europeo di De Angelis; la sua scelta fu di dire sì a Meta e Bettini, suoi sostenitori, che avevano messo in campo la candidatura di Ignazio Marino per impedire a Bersani di vincere al primo turno. Come si vede torna il tema del “capo” e dei destini del “capo”.
Quindi, un’importante scelta politica dettata da motivazioni personali?
Al dunque, in un congresso fondamentale e decisivo, i motivi a sostegno di quella scelta, tanto quelli espliciti quanto quelli impliciti, non hanno avuto nulla di politico. Il grosso degli ex DS in un passaggio cruciale hanno deciso la strada dell’arroccamento e della difensiva intorno al “capo”.
Cosa comportò questa scelta?
Il 48% raccolto tra gli iscritti al PD dall’area Marino in provincia di Frosinone, che fu sbandierato come un grande successo nazionale, costituì e costituisce tutt’ora una gigantesca anomalia politica che ha collocato mezzo partito in un vicolo cieco. Come non capire che questa maldestra operazione fu alla base del definitivo allontanamento di energie ed elettori della tradizione della sinistra comunista e socialista dal PD e più in generale dal centrosinistra ciociaro?
Che fare, ora?
Io sono solo un osservatore esterno. E’ chiaro che la domanda è rivolta a “questo esterno” che potrebbe non avere tutti gli elementi di valutazione. Ma, sento di dover rispondere. La crisi è del PD, certo; ma dentro il PD la divisione più evidente e seria è quella che riguarda il campo ex DS, ed è su questo che gioca questa strana maggioranza Scalia-Migliorelli. Altro che contaminazione e integrazione! Ora, se le cose restano cosi, il Congresso provinciale non produrrà nulla. Se non si mette in campo una iniziativa politica nuova, nulla di vero succederà.
Quindi?
L’ideale sarebbe che non ci fossero le correnti. Ma, ci sono. Non ho dimestichezza con le procedure che regolano la vita delle correnti, ma mi pare ragionevole individuare che la novità dovrebbe venire in primo luogo dall’area Marino, che a questo punto potrebbe dire con chiarezza che il congresso del 2009 è passato, e che le componenti di quel congresso non ci sono più; che ci si riconosce nella linea politica tracciata in questi anni dalla maggioranza guidata da Bersani, che è oggi un Segretario molto credibile; candidato alla leadership dei progressisti; interprete di un’idea moderna di partito, come grande organizzazione popolare dove il pluralismo deve vivere in rapporto ai problemi della società e non per cristallizzare dinamiche interne. Questo sarebbe l’unico fatto politico in grado di connotare diversamente la federazione di Frosinone del PD ed il suo nuovo e speriamo giovane gruppo dirigente.
Insomma, uno scioglimento della mozione Marino, che tu consideri surrettizia?
Non, però, un ennesimo tatticismo, ma un’operazione politica coraggiosa e generosa. Che non è contro nessuno, ma che punta ad aprire una fase nuova nel PD ciociaro; coerente con la linea politica nazionale. E su questa base andare al rinnovo degli organismi dirigenti.
E l’attuale gruppo dirigente?
Ora, tutto questo non certo per dire che va fatto salvo l’attuale gruppo dirigente. Non ci penso neanche. La sua inadeguatezza è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe citare, se ce ne fosse bisogno, il “no comment” del segretario alle proposte di riapertura del dialogo venute da parte di altre forze del centrosinistra. L’alleanza bersaniani-popolari è l’errore speculare all’arroccamento di De Angelis; se questo ha significato De Angelis contro tutti, quella è stata l’alleanza del tutti contro De Angelis. Si badi bene, senza che nessuno avesse la capacità di produrre una linea politica e di riaprire un rapporto con la società.
Come si esce da questa situazione? Ritieni che vi siano delle chance, perché tutto si concluda per il meglio, nel Pd e nel Centrosinistra ciociari?
Vedo, certo, dei limiti. Un successo del PD nazionale alle politiche del 2013, che appare possibile, paradossalmente, potrebbe congelare l’attuale situazione chissà per quanto tempo condannando questa federazione a continue sconfitte nel territorio provinciale e ad una totale subalternità al quadro notabilare che vige in provincia. C’è tuttavia anche la possibilità di uno scatto che faccia tornare in campo un po’ di politica. Nel PD debbono saper cogliere, oggi, l’occasione di questo congresso straordinario per modificare davvero la situazione nel loro partito.
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