di Paola Bucciarelli – Il “bullismo” nei confronti dei docenti è frutto della concezione della Scuola come azienda.
La data più attesa nell’Istituto di istruzione superiore Buonarroti — Fossombroni alla periferia di Arezzo è il 19 maggio.
Quel giorno, infatti, quaranta assegni saranno consegnati nelle mani degli allievi più meritevoli.
Gli studenti, con una media dal 7 e mezzo in su e almeno 9 in condotta, riceveranno 100, 120 o 150 euro a seconda dell’andamento scolastico.
La preside Silvana Valentini ci tiene a precisare che è:« un modo per incentivare i ragazzi, per far scattare la motivazione allo studio e promuovere comportamenti corretti in classe».
E aggiunge:« L’anno prossimo potranno ricevere i soldi più allievi anzi, noi ce lo auguriamo, il nostro spirito è alzare il livello di preparazione dei ragazzi».
L’istituto aretino ha usato una parte del suo bilancio per avviare il progetto, ideato nell’anno scolastico 2016/2017. Solo successivamente sono sopraggiunti gli sponsor: aziende della provincia che realizzano progetti di scuola-lavoro con l’istituto. Afferma sempre la preside: «…vogliamo dimostrare che la nostra scuola è ben collegata al mondo del lavoro».
Nella scuola di Arezzo sanno di aver avuto un’idea molto attraente nonostante le polemiche che potranno esserci intorno all’iniziativa. A giudicare dalle iscrizioni alle classi prime (160 iscritti per l’anno scolastico 2018/19) sembra che tale scelta sia stata gradita dalle famiglie della cittadina toscana.
A mio avviso l’idea di ricompensare la media dei voti con un premio in denaro è profondamente sbagliata.
Al di là che si premino voti del tutto normali (si premia la media dei voti a partire dal 7 e mezzo, e il 9 in condotta), la cosa sbagliata è dimostrare di condividere la logica aziendalistica del risultato, per cui o raggiungi l’obiettivo o non lo raggiungi.
È alimentare quindi in maniera estremistica la competizione, ridurre tutti ad un numero, far passare l’idea che gli studenti sono solo dei numeri, che i ragazzi hanno un valore solo in base al numero che viene assegnato come voto. La misura del merito non è il voto!
È un atteggiamento che crea frustrazione, infelicità, competitività, aggressività. Annulla il compito fondamentale della scuola: mostrare che le persone hanno valore al di là del risultato.
La scelta fatta da questo istituto toscano avalla il principio che la scuola non ha mezzi propri per riconoscere il valore delle persone al di là del denaro, mentre compito della scuola è quello di cercare di dimostrare che ogni persona ha valore e che la scuola può aiutarla ad esprimerlo.
Esistono tanti altri modi per incentivare lo studio: l’iscrizione a una certificazione linguistica, un soggiorno all’estero, un abbonamento per assistere a spettacoli teatrali e concerti, un buono-libri.
Purtroppo, questo squallido materialismo sta pervadendo tutto il sistema scolastico, ne sono una dimostrazione le prove Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) somministrate in questi giorni, e fino al 19 maggio, ai bambini di quinta elementare. In una di queste domande a bambini di 10 anni è stato chiesto: «Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi? A. Raggiungerò il titolo di studio che voglio – B. Avrò sempre abbastanza soldi per vivere – C. Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero – D. Riuscirò a comprare le cose che voglio – E. Troverò un buon lavoro». Le possibili risposte erano:« per niente, pochissimo, poco, abbastanza, molto, totalmente».
Questa domanda insensata ha sollevato un polverone di critiche, che possono essere riassunti dal pensiero del giornalista Massimo Gramellini che, in un suo articolo sul Corriere della Sera dell’11 maggio, ha scritto: «sta passando il principio che la scuola serva soltanto a trovare un lavoro e non anche se stessi».
L’ INVALSI così ha dimostrato ancora una volta l’asfittico sfondo ideologico su cui basa i suoi test.
Queste due notizie mi portano a riflettere sul fatto che gli episodi di cosiddetto bullismo di studenti nei confronti degli insegnanti sono figli del discorso pubblico che ha imperversato da ormai vent’anni a questa parte.
Sono il frutto dell’ostilità, della diffidenza, della sfiducia, a volte del disprezzo, che aleggia sulla scuola da tempo.
Decenni in cui, a poco a poco, abbiamo permesso che un’istituzione decisiva, forse la più importante in una società democratica perdesse credito e autorevolezza.
La politica tutta, di governo in governo, ha avuto parole di vera e propria intolleranza verso la scuola pubblica, ha irriso i docenti mal retribuiti, li ha trasformati in servi di ottuse logiche aziendaliste, in meri esecutori di continue riforme spesso senza alcuna sostanza.
Nell’indifferenza generale si è lasciato che gli insegnanti perdessero tutta l’autorevolezza che avevano nella società: carne da macello per concorsi, pendolari della supplenza; ridotti ad essere notai di fantomatiche “competenze”, lasciati soli di fronte a famiglie sempre più invadenti, polemiche, rissose.
Alla scuola è stata attribuita ogni sorta di colpa e di responsabilità in questi ultimi due decenni. Come se la scuola fosse la fabbrica che produce un sapere da assorbire in fretta, fatto di nozioni da mandare giù velocemente, giusto quel che è sufficiente a prendere il “pezzo di carta”.
La violenza dei bulli è la prova dell’incapacità di guardare alla scuola come al luogo in cui si gioca tutto, trattandola invece da parcheggio, da ufficio estrazione voti buoni, da alibi collettivo.
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