di Salvatore D’Incertopadre – Eutanasia. Latina rinacque dopo la guerra grazie alla Cassa del Mezzogiorno. La provincia era quasi un confine naturale tra il Sud, povero e abbandonato, e il fiorente centro nord. Una miriade di aziende, tra cui molte multinazionali, s’installarono sul territorio, portando lavoro, benessere e ricchezza ma sradicando i contadini alla terra cui erano stati legati per anni dopo la bonifica delle paludi. Quel processo di industrializzazione non fu autoctono come lo era stato quello nato e cresciuto al Nord, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nel triangolo Milano, Genova, Torino. Fu indotto dai vantaggi che gli imprenditori trassero dalla Cassa del Mezzogiorno. Con un paragone attuale potremmo dire che agli inizi degli anni Sessanta il nostro Sud era come la Polonia o la Slovenia di oggi, dove il costo della manodopera è basso e i vantaggi offerti dagli Stati considerevoli. Latina era il luogo ideale, situata nel punto più a nord di quel Sud legato alla questione meridionale e privo di quegli elementi di delinquenza organizzata che si palesavano attraverso le mafie.
A partire dagli anni Ottanta iniziò, lento ma inesorabile, il declino del settore industriale, poi del settore edile e, infine, del commercio.
In quasi quarant’anni la Città ha assistito inerme al declino, al depauperamento di un patrimonio produttivo, che pian piano ha creato disoccupazione, povertà e blocco di quello che una volta si chiamava ascensore sociale. I ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sono aumentati nel numero e nella misura della loro povertà. La classe dirigente e quella politica di Latina si sono cullate sugli allori del boom economico degli anni Sessanta, su una crescita drogata dalle agevolazioni messe a disposizione dalla Cassa del Mezzogiorno e non hanno voluto, o saputo, programmare il futuro del territorio, indagare le vocazioni di una terra ricca di opportunità e immaginare un nuovo modello di sviluppo.
Tanti sono stati i tentativi per dare al territorio una speranza ma le divisioni politiche, l’incapacità degli amministratori locali, lo sperpero e la corruzione, l’indifferenza del popolo, hanno consentito che quanto di buono venisse progettato e proposto finisse nel dimenticatoio delle speranze perdute.
Ultimo tentativo di dare al territorio un progetto di rinascita risale al 2007, quando con uno sforzo significativo di tutti i soggetti in campo e la supervisione dell’allora Giunta Regionale, si sottoscrisse un protocollo d’intesa, noto come Latina 2015. Esso prevedeva una serie di iniziative, investimenti e opere pubbliche che avrebbero potuto dare a Latina e alla sua provincia un nuovo orizzonte di sviluppo. Solo per ricordarne alcune, nell’intesa si prevedeva la realizzazione dell’aeroporto civile, il porto di Foce Verde, l’autostrada Roma-Latina, etc.
Tutto naufragò solo sei mesi dopo la sottoscrizione del protocollo. Le ragioni sono tante e non tutte da addebitare all’incapacità della politica. La responsabilità più grande fu certamente dei cittadini, indifferenti, agnostici e autarchici, che non credettero, o non vollero credere, che tutto ciò che era stato concordato da pochi, potesse diventare patrimonio di tutto il territorio.
Ora rimane un’ultima cosa da fare: attendere che qualcuno tolga la spina a questo territorio. E ancora una volta restiamo indifferenti alla nostra eutanasia.