di Daniela Mastracci – Una colonizzazione linguistica. Le parole a scuola sono cambiate. Sono mutuate da un linguaggio che non ci aspetteremmo. Eppure è accaduto. Si tratta del linguaggio dell’economia e delle banche.
Ho in mente almeno tre termini al momento: credito, debito, saldo. Ci stupiamo? In verità io mi stupisco di me che non mi sono stupita prima. Ebbene sì, ho letto, scritto, usato almeno i primi due dei termini citati, senza chiedermene la ragione, il significato, il contesto di provenienza. Restavo perplessa, ma non ho fatto nulla. Forse come me la gran parte dei docenti è rimasta silente, forse quelle parole sono entrate nel nostro lessico senza indurre domande, ma attestandosi come “normali” dato che le trovavamo scritte e usate dentro le nostre pratiche quotidiane, dentro i modelli dei nostri verbali e documentazioni varie. Ma da quando le usiamo? Come è accaduto? E soprattutto perché? E chi ne è artefice?
Crediti
Uno studente matura “crediti scolastici e formativi”: cosa significa? Cosa può essere un “credito” nella vita da studente? Intanto se prendiamo “credito” senza le aggiunte di scolastico e formativo, cosa abbiamo? Il credito ci fa pensare a denaro, banche, prestiti, ovvero il credito è quanto spetta alla banca come restituzione della somma erogata in prestito. Cosa vuol dire invece accanto a scolastico e formativo? È una restituzione: ovvero lo studente avrà maturato un’esperienza che ha un “peso”, tale, che la scuola debba riconoscergli un certo punteggio nello scrutinio finale dell’anno scolastico. Perché le esperienze e le condotte dentro la scuola, credito scolastico, oppure al di fuori della scuola, credito formativo, debbono essere chiamate “credito”? E’ un prestito che lo studente accorda alla sua scuola? Un prestito verso se stesso? Ovvero l’alunno farà questo o quello (ad esempio è iscritto al conservatorio) iscrizione che gli varrà un riconoscimento in voti scolatici: le attività dello studente sono fatte in vista di un riconoscimento, egli/ella investe se stesso/a adesso, per ottenere un voto domani, l’investimento delle sue energie sarà trasformato in numeri. A cosa abitua la parola e la pratica del credito? Intanto entra nella vita dei ragazzi la terminologia bancaria, economicista. Ma abitua a misurare le proprie attività in vista di un certo riconoscimento che, dato il passaggio-transito tra contesti semantici, da scuola a banca, e viceversa, fa equivalere riconoscimento con denaro. Chi avrà fatto attività sarà remunerato-riconosciuto-valutato, ovvero saranno alzate le valutazioni di discipline, specie la condotta, dunque la media dei voti cresce, e perciò a sua volta la scuola assegnerà un credito a fine anno, tale che andrà a sommarsi al voto finale dell’esame di stato: chi può fa, più avrà. Chi invece non avrà fatto attività, non avrà alcun riconoscimento-valutazione aggiuntiva a quelle maturate nell’anno scolastico nelle discipline. Si abituano i ragazzi a pensare economicisticamente e in termini mezzo-fine (denaro) a proposito delle loro attività. Dal lato del docente: oltre che entrare nel lessico abituale le parole in stile bancario, egualmente si ragiona in termini mezzo-fine, misurazione numerica, rispetto ad attività, le più diverse, ma ormai accomunate dalla logica credito-restituzione. Anche fosse la donazione del sangue, essa diventa, non valore in sé, ma mezzo per ottenere numeri-voti.
Debiti
Debito: accade la situazione di debito scolastico quando lo studente riporti valutazioni al di sotto del sei nello scrutinio di giugno. Rispetto alle discipline con esito negativo, la scuola “sospende il giudizio” e convoca lo studente ad una nuova verifica, e poi valutazione. Dunque lo studente, dal momento dello scrutinio di giugno, si trova in “debito” con il suo consiglio di classe: dovrà estinguere il debito entro l’inizio dell’anno scolastico successivo. Ma se ciò non accadesse, intanto potrebbe essere respinto, ma potrebbe avere una lettera dove si dice che lo studente è stato aiutato in quella disciplina, ma che dovrà comunque recuperare il debito, lieve, in questo caso, durante l’anno scolastico successivo. Qui “debito” sta per una non bocciatura che chiama però a verifica ulteriore: allo studente è stato accordato un tempo dato, per recuperare lo studio di tale disciplina, e dimostrare, in altro esame, di aver colmato lacune e quindi ottenere la sufficienza. Lo studente dovrà impegnare il tempo, cioè se stesso, a tale fine. A cosa abitua? A ipotecare il tempo, ovvero la propria vita: metto in gioco un certo tempo onde colmare una lacuna-inadeguatezza. Intanto esprimo tale accadimento con terminologia economicista-bancaria, dove denaro corrisponde a voto, debito a tempo ipotecato. Inoltre abitua a sentirsi in debito e dover fare qualcosa per estinguerlo. Abitua a trattare il tempo come un’ipoteca, abitua a misurarsi con se stessi nel segno della carenza-inadeguatezza e del dover fare. Come una pendenza sempre accesa sulla propria testa. E il consiglio di classe? Anche dal suo lato le carenze scolastiche sono diventate una quantità da dover esibire posticipatamente, un tot numerico da colmare. Di nuovo il valore dello studio non è fine in sé ma una quantità da ottenere e ridare come voto, al fine di una dimostrazione di riuscita, rispetto a carenze-quantità non già raggiunte.
E che dire del senso di colpa? Magari nei confronti dei genitori e fratelli ai quali si nega la vacanza estiva? E verso se stessi, incapaci di essere all’altezza del compito scolastico sin da giugno? E poi rincorrere quella quantità che ancora non c’è. Ma della disciplina importa qualcosa? Delle conoscenze importa qualcosa? No, perché il solo pensiero è il tot da raggiungere, accresciuto dalle conseguenze già causate a sé e alla propria famiglia.
Saldo è una novità
Saldo: da ultimo anche perché a mia memoria “saldo” è una new entry. Il rimando al denaro è di per sé evidente. Ancora una volta una quantificazione rispetto a cui la lingua della banca domina. Si “salda” il “debito” al momento della nuova verifica, ove maturare quel tot che non si fosse raggiunto a giugno. Cioè le carenze nella disciplina X sono misurate in voto (tipo 4, 3..) dunque c’è un debito (la differenza con il sei) che chiede di essere “saldato”, ovvero colmato. Il voto è qui palesemente equiparato al denaro. Più che mai il linguaggio bancario, economicista, è sovrano. Gli studenti salderanno le verifiche? E se “saldo” penetrerà nell’uso della valutazione durante l’anno scolastico? Proviamo cioè a chiederci come potrà cambiare il rapporto verifica-voto. E propongo di ragionare ipotizzandone un’inversione cronologica: prima il voto e poi la verifica. Ovvero come si valuterà a scuola? Ipotizzo che si sottoporranno giorno per giorno gli studenti a esami ove saldare un debito a priori: in storia, in matematica, in letteratura, etc. Non ha importanza la disciplina coinvolta. La sola cosa che conta è che si saldi il debito: ovvero l’insegnante accorda un prestito di fiducia da restituire alla verifica. Il voto non si dà a verifica fatta: il voto è una sorta di anticipazione finanziata dal docente, rispetto a cui l’alunno dovrà saldare restituendo intatta quella fiducia pre-accordata. Il percorso scolastico si presenta come anticipazioni di voti volta in volta restituiti: il saldo è in pari? Non è in pari? Ecco, le nuove dinamiche potrebbero essere così: un continuo, persistente, obbligo a saldare anticipazioni –prestiti. Cosa diventerebbe la vita dello studente se non una perenne rincorsa al prestito-saldo? Cosa la vita degli insegnanti se non un perenne finanziamento-credito? Assuefazione ad una vita da debitori. Assuefazione all’unico linguaggio economista e bancario. Assuefazione al neoliberismo.
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