di Ignazio Mazzoli (video-commento E.Mazzocchi*) – Due giorni fa si poteva leggere su FB: «Vi racconto una storia. La mia. (…) forse può essere utile sapere cosa accade nel cuore, nell’anima, nella vita di chi ha voluto partecipare attivamente alle scelte arrivandoci da una casa con storia straordinaria (…) L’ho vista cambiare pian piano, mutare, fino ad essere stravolta.»
Se si vuole fare un esame serio di quello che sta accadendo al PD e non solo, bisogna essere franchi e diretti come Sara Battisti in questa sofferta e onesta dichiarazione. Non c’è bisogno di andare altrove. Basta voler guardare in casa propria. È un dovere guardare in casa propria, perché si deve indagare anche dove può far male a chi vogliamo bene e a chi ci è amico.
Dice Roberto Giannetti sempre su FB, il 20 giugno: «Riflettere per capire? Era tutto scritto. (…) Far finta di niente per aspettare il referendum? Si va a sbattere.» E si apre un dialogo con Achille Migliorelli «la mia non è una risposta ad una domanda. Nè (…) espressione dello sconforto…. È (…) la presa d’atto di una situazione – che dura da anni ed ha subito sotto la segreteria Renzi una micidiale accelerazione – assolutamente insostenibile (…) Come pure mi sembra prioritario battere la sua nefasta acquiescenza agli scherani di turno e alle camarille locali, accettate purché non disturbino il piccolo duce. La “botta” è stata tremenda, checché ne dicano. (…) Diversamente continueremo a fare violenza alla storia della sinistra. (…) E se ancora mi definisco un piddino è solo perché penso che il partito non sia proprietà di Renzi (…) voglio tenere fede alla mia storia.»
Basta fare analisi di comodo
Qui Migliorelli è molto in sintonia con la franchezza aggressiva e appassionata di Sabrina Ferilli a “diMartedi”. Fra l’altro si coglie un “basta fare analisi di comodo” che qualcuno definisce “politica seria”. Bisogna leggere dentro i fatti che accadono nella società e rispetto a quei fatti rintracciare gli errori. Gli enormi errori fatti. Non c’è altro metodo.
Guardare in casa nostra, in questa provincia. Non basta dire come fa Otello Mascitti «Ha vinto il partito e le scelte di Mario abruzzese (…). Si vuole «screditare solo il partito democratico» Bastano i dirigenti del PD a screditarlo. Ma caspiterina è proprio l’esatto contrario di questa affermazione quel che ci vuole: capire perché vince Abbruzzese e ancor di più capire il risultato dei 5 Stelle da cui non si può sfuggire. In quel risultato ci sono le motivazioni da cogliere per capire la disfatta e in che cosa si è trasformato il PD. Replica Angelino Loffredi definendo le parole di Mascitti «difesa d’ufficio del nulla o meglio degli ignavi* (…)» e lo invita ad indicare qualche soluzione ai problemi che riconosce esistenti, o almeno «la faccia indicare da qualche ignavo». E «volando terra terra chiedo: è d’accordo per creare un fondo di dignità per coloro che si trovano in condizioni gravi? Mascitti, senza immaginare quello che sta dicendo, afferma che il vincitore in terra di Ciociaria è Abruzzese. Può darsi. Se così fosse debbo ricordare che mentre gli ignavi di fronte ai problemi posti da Vertenza Frusinate fuggivano, facevano finta di non sentire, provavano a dividere i protagonisti, Abruzzese li sosteneva, li difendeva in Consiglio regionale (…) Dalle parti nostre si dice “chi è causa del suo male pianga sé stesso”.»
Chi ama i classici direbbe che questa di Loffredi sa tanto di sacrosanta filippica che ha un elemento di metodo nelle ricerca del merito della questione. Il voto, le ragioni di chi vota e perché vota in determinati modi vanno ricercati collegandosi ai bisogni reali della gente. E qui in provincia c’è un disagio sociale così grande, causato dalle politiche renziane dalla loro tradizione regionale e locale che ne hanno fatto Zingaretti e i suoi corifei romani e frusinati che la gente non ne può più e vota chiunque con quelle politiche non si indentifica e non vuole indentificarsi e anzi vuole cambiarle come s’impegnano a fare i 5Stelle. È chiaro a tutti i Mascitti del PD?
Senza identità
Condivido il titolo di Alessio Porcu al post del 21 giugno us “La mentalità perdente del Pd”. E’ vero anche quello che segue quel titolo: «il Pd provinciale assomiglia ad un pollaio con troppi galli, che si beccano fra loro». Vero, ma se questa è la manifestazione dolorosa non è la causa della malattia che impedisce ai dirigenti di quel partito di continuare a prendersi in giro e si coglie sempre nello stesso articolo di Porcu dove riferisce il giudizio di Francesco De Angelis «Giuseppe Golini Petrarcone deve recitare il “mea culpa” per non aver saputo unire il centrosinistra nei cinque anni di mandato». Incredibile! Mi viene da ridere. E che doveva essere lui e non piuttosto la Federazione di Frosinone del PD ad occuparsi di tale operazione politica? Le ricuciture sono sempre difficile e dolorose soprattutto se costringono a dovere rinunciare a sostegni per le campagne elettorali. Allora è meglio tenersi buoni tutti e che ognuno faccia quello che vuole, finanche permettere una lista (Mosillo) in competizione con la coalizione in cui è presente il circolo PD di Cassino a cui si nega il diritto ad utilizzare il simbolo del partito. Ma anche questa è solo una conseguenza e non ancora una causa. La causa è vivere in un partito senza identità, come dice Sara Battisti «L’ho visto cambiare pian piano, mutare, fino ad essere stravolto». E questi “leader” non hanno mosso un dito.
Ormai a votare va metà dell’elettorato, i governi locali e centrali diventano espressione stabile di una minoranza. È la manifestazione inequivocabile della crisi della democrazia rappresentativa e dei partiti, della degenerazione della politica in sistema di potere a tutela dei più forti. La democrazia non è più governo del popolo, si trasforma in oligarchia. Una tendenza che si rafforzerebbe se vincesse il sì nel referendum costituzionale, e non fosse respinta la legge ipermaggioritaria voluta da Renzi. I cittadini e i lavoratori hanno perso così ogni capacità di incidere sul corso delle cose: non solo la classe operaia tradizionalmente intesa, bensì le lavoratrici e i lavoratori postfordisti, cognitivi e non, subordinati e autonomi, giovani e anziani, i quali da anni pagano il prezzo più alto della crisi economica e sociale. Qui sta la radice profonda, e misconosciuta, della crisi democratica in cui viviamo.
La straordinaria vittoria della Raggi a Roma come il successo della Appendino a Torino sono il risultato del diffuso malessere, della protesta e della volontà di cambiamento che i partiti tradizionali non hanno saputo raccogliere, e anzi hanno alimentato in forme diverse.
Per ora basta così, poi vedremo se sarà tutto oro quello che luce.
*”ignavo” termine usato verso chi non sa difendere il proprio territorio nel mio articolo di ieri.
22 giiugno 2016