di Valerio Ascenzi – Si scrive “Buona scuola” ma si legge “meno diritti e libertà”. Gli esponenti del Pd andranno in giro ad ogni incontro/dibattito, ad ogni festa dell’Unità (osano ancora chiamarla così), per spiegare il loro punto di vista, sui vantaggi (quali?) che questa riforma (che tale non è) porterà alla scuola pubblica. Purtroppo molti di loro non sanno neanche di che parlano e ripetono a pappagallo i concetti delle slides proposte nei “seminari” di Renzi su “come spiegare la buona scuola”. Se conoscessero il mondo della scuola e se avessero letto cosa hanno votato, comprenderebbero il caos che stanno per generare nell’unico ambito in cui ancora si respirava un po’ di democrazia. Ma qualcosa si muove: la Consulta della Corte Costituzionale intanto ha bocciato l’esclusione dei sindacati dalle materie contrattuali, puntando il dito sul governo Renzi, che per questo aspetto è in netta continuità con i governi Berlusconi che lo hanno preceduto.
Non è una riforma. Una riforma che possa esser definita tale, prende le menti migliori della società, le mette intorno ad un tavolo dando loro il compito di analizzare a fondo la società stessa e buttar giù un progetto per il futuro: ci si aspetta quindi che queste menti (non qualunque, ma menti geniali) si chiedano cioè che cosa vogliono per il Paese da qui a vent’anni (obiettivi da raggiungere) attraverso la cultura e l’istruzione. Il tutto, possibilmente rispettando le regole. Quali? In primis la Costituzione della Repubblica Italiana. Se pensiamo al concetto di riforma, l’unica vera riforma della scuola è la Riforma Gentile. Per questa che continuano a spacciare come riforma, non abbiamo visto impegnare menti del calibro di Umberto Eco o Tullio De Mauro, o esponenti del monto scientifico come Umberto Veronesi, o pedagogisti e filosofi italiani viventi. No, a metter le mani sulla scuola sono un ministro (docente universitario che è stato rettore dell’Università di Perugia – nomina sicuramente politica), un sottosegretario che per laurearsi è rimasto decenni fuoricorso (mica per motivi di lavoro) e uomini e donne che non hanno mai solcato la porta di una segreteria didattica di una scuola. Il tutto col benestare di una minima percentuale, su se nazionale, di docenti che sperano di divenire così protagonisti della scuola clientelare che ci si appresta a realizzare, e dell’opinione pubblica che di opinione propria non ha nulla, ma che si allinea al pensiero unico dei media del potere.
Il governo Renzi, in controtendenza con il programma di Bersani (ricordiamoci che Renzi governa con i voti del Pd presi da Bersani!) sta mettendo le mani dove non dovrebbe, non tanto perché non si deve riformare il sistema di istruzione, ma per un fatto ancor più semplice: noi non daremmo mai la nostra vita in mano ad un avvocato, ma ad un medico (e bravo!), perché in fatto di salute l’avvocato è incompetente. I fatti finora dimostrano che l’incapacità di questo governo, su diverse materie, tra cui anche la scuola, è tangibile quanto l’incapacità dei governi Berlusconi che lo hanno preceduto. Il modello da seguire è quello di Marchionne: l’idea di presentare ai dipendenti una contrattazione stabilita unilateralmente, senza contrattare, senza una controparte.
L’attacco è a quegli organismi che tutelano i lavoratori. Anni e anni di bombardamenti mediatici che hanno portato alla luce solo qualche aspetto negativo dell’attività sindacale a vari livelli (purtroppo ci sono anche quelli) ma tutto ciò che c’è di positivo ovviamente non fa gioco al governo, che rincorre una logica neo liberista, di destra. I media italiani non parlano mai del lavoro svolto dai sindacalisti che si battono per la tutela dei lavoratori. In ogni gruppo, c’è sempre qualcuno che può commettere errori, ma generalizzare è un male e quando lo faceva Berlusconi era il male assoluto, oggi, nella mente dei più democristiani del PD il male assoluto è “il sindacato”, solo quando va contro il pensiero del politicuccio di turno.
Non è una riforma. È invasione delle prerogative negoziali. Il Governo vuole asfaltare i sindacati e lo ha dichiarato più volte, anche parlando di qualcosa come “il sindacato unico” (dopo il pensiero unico, verrà il partito unico e chissà che altro). Calpestare il contratto collettivo nazionale di una categoria è il mezzo per mettere in difficoltà i sindacati, ma si ritorce contro i lavoratori. L’articolo 97 della Costituzione spiega che il contratto è lo strumento scelto dal legislatore per attuare il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica amministrazione. La chiamata diretta degli insegnanti da parte dei Presidi è anch’essa incostituzionale, lede le norme contrattuali e produrrà ricadute negative per la qualità della vita dei lavoratori, per la mobilità territoriale e professionale (i trasferimenti saranno impediti o impossibili): chi vorrà spostare la propria sede di lavoro, per qualsiasi tipo di esigenza (famiglia, malattia, malattia di un parente) anche se già di ruolo da anni, lo potrà fare solo chiedendo di entrare in un altro albo territoriale (per cambiare provincia o territorio). Si dovrà collocare nell’albo territoriale anche solo se vorrà cambiare scuola nello stesso territorio. Ogni docente sarà titolare non più nella sua scuola, ma in un ambito territoriale. È follia: un insegnane sarà di ruolo non più in un ambito regionale, non provinciale ma sub-provinciale.
Saranno i presidi a chiamare i docenti per coprire i posti disponibili, quelli vacanti. L’incarico si perfezionerà con l’accettazione da parte dei docenti stessi, che potrebbero anche rifiutare la chiamata. Ora, sarà difficilissimo capire quali sono i docenti migliori, ma mettiamo caso per assurdo che si possa trovare un metro di giudizio – oppure si definiscano migliori quelli con più titoli (attenzione molti titoli, nel corso di questi anni sono stati letteralmente comprati dai docenti) – cosa accadrà se i docenti “migliori” eviteranno le scuole più disagiate? Ci hanno pensato Giannini e company: la legge che ha posto già la soluzione (la peggiore!): verranno assegnati d’ufficio alle scuola rimaste disponibili dall’Ufficio Scolastico Regionale. Una modalità che modificherà, senza contrattazione ovviamente, radicalmente le procedure di mobilità, che fino ad oggi sono state regolate da criteri oggettivi, mentre domani… chissà. Il dubbio, forte, è che non ci saranno insegnanti più bravi, ma considerata la diffusa amoralità di questo Paese, ad ogni livello, ci saranno amici e amici degli amici. Così la scuola perderà anche l’ultimo sprazzo di meritocrazia e democrazia divenendo clientelare come alcuni ambienti universitari. Il tentativo è quello di portarci in dietro di oltre trent’anni: ci sono voluti ben più di tre decenni per mettere a punto un corpus di regole democratiche contrattuali, uguali per tutti. Un colpo di mano e la scuola non le ha più.
Ma legge fatta in fretta e con molto pressapochismo – chi l’ha scritta non sa nulla di scuola, chi l’ha votata neanche l’ha letta – crea un vuoto normativo su molti quesiti. Non ci si esprime sul personale che gode di tutele di legge (come la 104/92). Non si dice nulla sulle modalità con cui verranno individuati i perdenti posto. Li individuerà il preside? Perché fino a ieri c’era una graduatoria di merito. Ci penserà l’ufficio scolastico regionale? Con quali criteri? Come già espresso: con questa legge, si rischia che la mobilità del personale divenga discrezionale e clientelare, perché fatta senza regole condivise che solo un contratto può garantire. Si prevedono caos e ricorsi ogni dieci minuti e scuole invase dagli avvocati. Questo è quel che accade quando si mette un’arma in mano ad un bambino. E c’è chi ha il coraggio, tra le file degli irriducibili del Pd, di dire: “è importante far qualcosa”, oppure “purché qualcosa si muova”. Detto senza mezzi termini: quando si toccano direttamente ambiti come sanità, scuola, lavoro, leggi elettorali… non si può fare semplicemente qualcosa, ma si deve farla bene, altrimenti è meglio non far nulla. Ergo: meglio Berlusconi quando su determinate questioni non ha mosso un dito, almeno non ha fatto danni ulteriori.
Con la chiamata diretta dei presidi, con i pieni poteri a questi ultimi, la nuova legge sta decisamente fuori dal binario costituzionale. Si avvia così un meccanismo che condizionerà la libertà di insegnamento (sancita dalla costituzione) dei docenti. L’art. 97 della Costituzione, esige che la pubblica amministrazione agisca secondo il principio del buon andamento e secondo il criterio di imparzialità.
Ulteriore violazione all’art. 3 della costituzione in cui sono contenuti i principi di inclusività e pari opportunità: i docenti “bravi” (secondo quale criterio) potendo scegliere, opteranno per le scuole ritenute “migliori”, non certo per scuole di quartieri come Torre Angela a Roma, con utenze selezionate e non “difficili” come quelle dei quartieri periferici, lasciando così ai docenti che non potranno scegliere le scuole delle periferie (che verranno assegnate loro dagli uffici scolastici). Aumenterà inoltre il divario già esistente tra le istituzioni scolastiche del nord e del sud del Paese (divario dovuto soprattutto ad una cattiva comunicazione massmediale), perché automaticamente le scuole del sud saranno classificate automaticamente come “non buone”.
Ma qualcosa contro questo becero ddl si muove. La Consulta della Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il blocco dei contratti per i dipendenti della Pubblica Amministrazione. Un colpo per il Governo Renzi che si è mosso in linea di continuità con le idee di Berlusconi (supportato da Sacconi, Tremonti, Brunetta, Gelmini). Incostituzionale è il rapporto che il governo continua ad avere con i sindacati, perché se la libertà di associarsi dei lavoratori è sancita dalla Costituzione (art. 39) questa libertà ha senso se poi le associazioni mantengono il ruolo di interlocutore con il datore di lavoro – in questo caso il governo – sulle scelte che attengono alla disciplina economica e normativa del rapporto di lavoro, ovvero sul contratto. Ruolo che nessun governo può permettersi di azzerare. Né Berlusconi, né Renzi. Questo sentenza è il primo passo, una piccola battaglia già vinta, e si affianca alle altre azioni di lotta che i sindacati di categoria stanno mettendo a punto per evitare l’applicazione dei punti di questa legge che limitano le libertà dei lavoratori docenti. Però, sa da una parte il blocco degli stipendi è illegittimo, dall’altra l’Avvocatura dello Stato una pezza ai risvolti economici di questa sentenza, rendendola inattiva per il passato, in particolare per il periodo 2010-2015. Se fosse stata retroattiva avrebbe mandato in tilt i conti pubblici.
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