Pablo Iglesias
Pablo IglesiasLa vittoria di Podemos come oggi è riportata sulla stampa italiana
 
Piccola rassegna di posizioni apparse su repubblica.it, controlacris.org e huffingtonpost.it
 
 
 
 
 
 
 

{tab=Senza precedenti}

 di Pepa Bueno da repubblica.it – Il leader del movimento: “È stato un voto senza precedenti. Faremo accordi solo con chi combatte la corruzione e difende chi è più debole”.
 
PABLO Iglesias, siete riusciti a entrare in tutti i parlamenti regionali. Però in nessuno di questi Podemos è la prima forza né la seconda. L’assalto al cielo procede più lentamente di quanto pensavate?
“E’ vero che il logoramento dei partiti del regime va più lento – dice il leader di Podemos al programma radiofonico “Hoy por hoy” – però avanza in una maniera molto chiara. Io credo che quella di domenica sia stata una giornata storica e che appena un anno fa nessuno se lo poteva immaginare. Questa primavera è cominciato il cambiamento, e ciò ci dà un grande impulso in vista delle elezioni generali, dove ci troveremo in una posizione tale da poter aspirare alla vittoria. Perciò ci possiamo dire molto soddisfatti. Quel che è successo in Spagna è un fatto storico: si conferma che nei grandi momenti di trasformazione, le grandi città sono l’epicentro del cambiamento”.
 
Che farete ora con i voti che avete ottenuto? Per esempio, scendendo alle situazioni concrete, in regioni come Estremadura e Castiglia La Mancha, la costituzione di un governo dipende dal sostegno di Podemos al Psoe: che succederà?
“Noi abbiamo già dimostrato che stiamo nelle istituzioni per fare cose concrete. La prima cosa che faranno i nostri deputati sarà ridursi lo stipendio. E, a partire da questo, scommettere su politiche sociali e di difesa dei cittadini, fondamentali per avviare qualsiasi dialogo. Speriamo che tutti capiscano qual è il messaggio che hanno dato i cittadini, e si rendano conto che per intendersi con noi non si possono applicare le politiche di austerità che sono state realizzate fino ad ora. Le istituzioni servono per difendere la gente. Partendo da questi presupposti, siamo aperti a dialogare con chiunque”.
 
È disposto a offrire i voti di Podemos se servono al cambiamento?
“Il problema è che il cambiamento si deve concretizzare programmaticamente. Siamo nella fase in cui le parole smettono di essere slogan che appaiono sui manifesti elettorali e si trasformano in politiche so- ciali. Una parola non basta per intendersi con noi. Cambiamento vuol dire tolleranza zero sulla corruzione, scommessa sulla difesa dei diritti sociali e limitare la politica di tagli”.
(Copyright CadenaSer)
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{tab=A Barcellona}

 
di Fabio Sebastiani da controlacrisi.org – A Barcellona con Ada Colau vincono i movimenti popolari antiliberisti.
L’affermazione di Podemos alle elezioni amministrative cambia il volto politico della Spagna. Con il piazzamento al terzo posto gli ex-indignados stroncano il bipartitismo di Ppi e Psoe. A Madrid il partito di Rajoy arriva primo ma per un solo seggio tallonato da Podemos. La protagonista sara’ l’ex magistrato Manuela Carmena, a capo della coalzione sponsorizzata da Podemos (che si e’ presentato sempre in colazione con altri movimenti) “Ahora Madrid”, che ha preso 20 seggi su 57, contro i 21 della rivale del Pp (che guidava la capitale dal 1991) Esperanza Aguirre. Carmena dovra’ chiedere l’appoggio del Psoe, terzo con 10 seggi. Quarti i Ciudadanos di Alberto Rivera, con 6 seggi.
Podemos si è invece affermato più nettamente a Barcellona dove la lista «Barcelona in Comu» che appoggia la candidata sindaco Ada Colau ha vinto le elezioni con il 25,20% e 11 seggi su 41 del consiglio comunale. La lista Barcelona in Comu è stata proposta da Ada Colau che è portavoce del movimento contro gli sfratti (PAH) di Barcellona e non aderisce a nessun partito. Colau ha studia a Milano nell’ambito del progetto Erasmus.
A questa proposta hanno aderito Izquierda Unida, Podemos, Iniciativa por Cataluna e altre formazioni politiche minori oltre alle istanze del movimento per la casa e di altri movimenti. Si tratta quindi di una iniziativa di movimento che ha riunito tutte le forze della sinistra di alternativa su una piattaforma chiara e senza lo scioglimento di nessuna di queste forze. A questo risultato positivo si somma il risultato del CUP (sinistra radicale libertaria ed indipendentista) che ha raggiunto il 7% e 3 consiglieri.
Ripetendo uno slogan che ha caratterizzato la sua campagna elettorale, Colau ha ricordato che le sue misure saranno orientate “al buon
senso”. E che le prime azioni da sindaco saranno quelle di “parlare con le banche che vorranno collaborare e trovare appartamenti vuoti
per affitti sociali”, minacciando multe per gli istituti di credito che li continueranno a tenere sfitti. Inoltre, in campagna elettorale, ha promesso che si ridurrà il salario da sindaco a 1600 euro, abolendo le auto blu e le spese di cerimoniale. E vi sarà la massima trasparenza, con i resoconti online di tutte le riunioni.
“Vi è una affermazione delle forze di sinistra e di movimento – commenta il segretario del Prc Paolo Ferrero sul suo profilo Fb – che a Barcellona riusciranno probabilmente a governare la città (che data la legge elettorale spagnola possono anche essere governate con governi di minoranza). Molte delle elucubrazioni di repubblica su Podemos e sull’accordo con i socialisti mi paiono quindi informazioni piuttosto distorte, a metà tra il desiderio e la disinformazione interessata degli orfani prodiani di casa nostra”. Pablo Iglesias, leader di Podemos, ha definito l’esito del voto come “il segno del cambiamento politico” e “l’inizio della fine del partitismo” in Spagna dove si sta vivendo “un cambiamento irreversibile” e preannuncia la sfida al Partito Popolare del premier Rajoy alle politiche di novembre.
 

{tab=Erano Indignados}

 
di Matteo Pucciarelli da repubblica.it – Podemos, gli eredi degli Indignados diventati partito
POPULISTI sì, ma di sinistra. Eredi degli indignados, in Europa hanno stretto un patto di ferro con Alexis Tsipras. Utilizzano la rete per decidere le proprie candidature, per i punti programmatici più controversi, per dare il nome alla grande manifestazione nazionale e per chi doveva parlare dal palco.
C’è tutto dentro Podemos, compreso il fattore leader, incarnato da Pablo Iglesias, detto “El coleta”, professore di Scienza Politica a Madrid e contesissimo ospite e conduttore di talk show. Il movimento nato un anno e mezzo fa si presentò alle scorse europee eleggendo a sorpresa cinque eurodeputati, con una campagna elettorale aggressiva contro la “casta”. Solo che in Spagna per casta intendono soprattutto quella finanziaria, il partito di Wall Street, quell’1 per cento più ricco e potente della popolazione che – era lo slogan – soffoca la vita del restante 99.
“Siamo il 99 per cento”, dicevano gli indignados. E oggi lo ripete Podemos.
Alle elezioni di maggio non avevano un simbolo di partito sulla scheda elettorale, piuttosto un volto: quello di Iglesias. Spregiudicati quindi, capaci di utilizzare le tecniche di marketing senza pensarci troppo, senza dibattito filosofico. La modernità è questa? E noi ci confrontiamo con quella.
In quella occasione, a sorpresa, Podemos conquista l’8 per cento, cinque eurodeputati, e però il giorno dopo Iglesias va in conferenza stampa con lo sguardo severo: “Abbiamo perso perché non abbiamo conquistato la maggioranza”. È il salto mentale, psicologico, per la sinistra radicale spagnola. Non conta più presidiare un’area, conta vincere, conta diventare maggioranza (e non entrare in una maggioranza). Non è un caso se tutto il gruppo dirigente di Podemos legge e studia Gramsci e il concetto di egemonia.
I mesi dopo il voto per Bruxelles sono quelli della sbornia da sondaggi. Podemos schizza in alto e diventa il primo partito, poi scende, ma la sostanza è che il bipartitismo è scardinato. Il movimento si trasforma in partito, un percorso durato due mesi a metà tra assemblee territoriali e votazioni sul web. Iglesias stravince il congresso e viene eletto “segretario generale”. Termine vecchissimo, ma le origini – nonostante il vezzo di non volere l’etichetta di sinistra – sono chiare a tutti: la chiusura dell’assemblea madrilena di novembre è “L’Estaca”, canzone storico contro il franchismo.
Ma non è tutto rose e fiori dentro Podemos. Come l’addio di pochi giorni fa di Carlos Monedero, quello che era un po’ il contraltare di Iglesias, professore universitario pure lui e difensore di un modello più classicamente di sinistra del partito e del suo programma. Come l’avanzata a destra di una sorta di Podemos liberista, cioè Ciudadanos, che ha rubato un bel po’ di consenso conservatore.
Ora però con la vittoria a Madrid e Barcellona Podemos riprende vigore, l’immagine vincente si rinforza e la base elettorale, probabilmente, si allargherà.
A novembre ci sono le elezioni politiche e Iglesias sarà il candidato premier. Con un occhio a quel che avviene ad Atene: se Tsiprss riuscirà a salvare la Grecia, dimostrerà che governare da sinistra in Europa è possibile. E Podemos ne coglierà i frutti.
 

{tab=Le paure di Renzi}

 
di Angela Mauro da huffingtonpost.it – Ora Matteo Renzi teme la furia anti-sistema in Ue: Italia al sicuro con l’Italicum ma Bruxelles non ci lasci soli.
“Il vento della Grecia, il vento della Spagna, il vento della Polonia non soffiano nella stessa direzione, soffiano in direzione opposta, ma tutti questi venti dicono che l’Europa deve cambiare”. Matteo Renzi apprende dei risultati elettorali spagnoli e polacchi da La Spezia, tappa del suo tour elettorale in vista delle amministrative di domenica prossima, tappa sensibile dato che proprio in Liguria il suo Pd si trova a dover contrastare la concorrenza a sinistra del civatiano Luca Pastorino. Ma parlando del successo di Podemos e CIudadanos in Spagna, nonché dell’elezione a sorpresa dell’anti-europeista Duda alla presidenza della Polonia, Renzi va oltre il caso Liguria, tanto più che le elezioni regionali “non avranno ricadute sul governo”, dice e continua a ripetere. Il punto è che il premier, pur tutelato ormai nel sistema politico dall’Italicum di fresca approvazione, comincia a temere di ritrovarsi stretto tra i venti di una Grecia che non paga i debiti, le raffiche in arrivo dalla Spagna che il prossimo novembre elegge il nuovo governo, bufere anti-europee di vario e genere e l’Unione Europea che non si dà una mossa.
Fin dall’inizio dell’avventura politica del coetaneo Tsipras in Grecia, Renzi ha sempre pensato di poter uscire rafforzato agli occhi dell’Ue. In particolare di Angela Merkel, la Cancelliera che riesce ancora a dare le carte in una Unione sull’orlo di una crisi di nervi. Rafforzato come ‘critico moderato’ dell’austerity, sarebbe a dire, posizione che di fatto scommette – per scelta e necessità – in una risoluzione del negoziato con Atene senza strappi per l’Ue. Ma cosa succede se Atene forza la mano, se non paga i debiti, come lasciano trapelare i greci da qualche giorno? E cosa succede se la posizione di Atene esce in qualche modo rafforzata dal successo di Podemos in Spagna, movimento molto simile al partito Syriza? Ecco, tutto a questo a Palazzo Chigi non era stato messo a fuoco. Non fino a oggi.
Adesso il grido di aiuto di Renzi verso l’Ue è alquanto disperato, per quello che può significare ‘disperazione’ in declinazione renziana di ottimismo sempre spinto. Perché una eventuale Grexit rischia di cadere sulle spalle dell’Italia e del suo premier, che al proposito è preoccupato come il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan e non condivide invece il suggerimento del suo consigliere economico Yoram Gutgeld, convinto che l’Italia non sarebbe chiamata in causa dal default greco. Non solo. C’è un tavolo di negoziazione delicatissimo cui Renzi guarda nella preoccupazione di questi giorni sul futuro dell’Europa: quello sull’immigrazione. I nuovi venti populisti potrebbero consigliare ai vari leader europei di non assecondare il piano sulle quote di redistribuzione dei migranti pensato dalla Commissione Europea. In Francia lo sta già facendo Francois Hollande, nella disperata corsa per difendersi dalla concorrenza lepenista. E in Polonia il nuovo presidente ultraconservatore non è certo un segnale positivo per chi come Renzi fa gli scongiuri affinché l’Europa non lasci l’Italia da sola con i barconi in arrivo dal nord Africa.
Il rischio insomma è di vedersi schiacciato a “tenere botta” in Europa, come dice qualcuno dei suoi, sfavorito, invece che rafforzato, dalle tendenze anti-sistema che scardinano il già debole impianto dell’Unione. “Grecia, Spagna, Polonia e Uk. Acque agitate in Europa. Serve la bussola della politica, non la religione dei regolamenti”, è l’appello del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Al governo si consolano con la situazione italiana: nessun pericolo Podemos in vista, dicono i renziani, contenti di essersi assicurati la vita politica a Palazzo Chigi con l’Italicum. “L’anno scorso qualcuno parlava di modello proporzionale spagnolo: ecco, si guardi ora la Spagna, avviata verso l’instabilità…”, dice il renziano Dario Parrini. “Per fortuna abbiamo approvato l’Italicum – continua – e possiamo stare sicuri di esserci avvicinati al sistema inglese e francese: ai piccoli non sarà più concesso di mutilare la vittoria del primo partito, cosa che tra qualche mese potrebbe succedere in Spagna”, dove il Partito Popolare è ancora primo partito ma non abbastanza per governare da solo.
L’Italicum è l’antidoto renziano anti-sindrome spagnola, ma non risolve i problemi in chiave europea. “Bisogna andare in una direzione di minore austerity e maggiore crescita – dice anche Parrini – bisogna mettere in campo la dose giusta di rigore e non la dose mortale…”. Ancora moderazione e trattativa, insomma. Ce n’è ancora lo spazio? E’ l’interrogativo che assilla il presidente del Consiglio: l’auspicio è sì e magari senza scarto con la realtà, please.
 
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