femminismo 350 260di Alessia Lambazzi – Le celebrazioni possono avere spesso il ruolo delle grandi emozioni: arrivano violentemente, provocando così tanto frastuono da non poterle ignorare, per poi smettere di fare rumore, in modo
altrettanto naturale.
Dimenticare è nella natura dell’essere umano, ricordare può essere invece una scelta, una sorta di istituzione e credo che l’8 marzo sia proprio questo. E’ bello che il mondo si fermi per un giorno a ricordare una battaglia, quella che la donna ha condotto e forse in alcuni casi
continua a condurre per affermarsi come individuo.
Risulta necessaria però, una riflessione sul termine battaglia. E’ vero, infatti, che ognuno combatte la propria guerra personale, ma è altrettanto vera l’assurdità di dover lottare per affermarsi come persona. Viviamo in un mondo che ha imposto sin dalla sua creazione la superiorità dell’uomo, Eva prese vita dalla costola di Adamo.
Si afferma quella superiorità ingiustificata ogni volta che si pone l’uomo come soggetto e la donna come l’Altro. Addirittura la grammatica italiana sembra confermarla, tutte le volte che il genere maschile predomina su quello femminile. Ma questo mondo che sembra prestabilito, può essere cambiato da quella che dovrebbe essere la realtà delle cose: la donna non è l’altro, la donna è semplicemente altro e con diversi mezzi e capacità ha dimostrato di saper raggiungere ogni genere di traguardo raggiunto dall’uomo.
Troppo spesso la figura femminile risulta essere accostata a ruoli a volte scelti e a volte imposti dalla società: il ruolo di mamma, di compagna o di moglie. Sarebbe bello se oggi tutte le donne venissero celebrate per quello che l’8 marzo vuole effettivamente rappresentare: l’affermazione di se stesse come esseri umani aventi diritti, sogni, debolezze ed aspettative da raggiungere. Sarebbe altrettanto bello se ogni donna si spogliasse del proprio ruolo, si chiedesse se quel ruolo l’ha scelto davvero e che ogni uomo ricordasse che le donne non sono aggettivi che li completano ed
espandono il loro essere.
Dire donna è dire persona, con tutto quello che comporta.

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Di Alessia Lambazzi

Mi chiamo Alessia Lambazzi, ho 23 anni e vivo a Ceccano. Sono diplomata al liceo scientifico "Martino Filetico", indirizzo linguistico ed attualmente frequento il secondo anno di Scienze della Comunicazione, presso l'università di Tor Vergata.Sono da sempre appassionata di scrittura e mi definisco un'accanita lettrice di libri. Ho avuto modo di redigere diversi articoli, alcuni dei quali pubblicati su giornali locali, sebbene io non abbia una collaborazione con nessuno di essi e sto partecipando alla creazione di un movimento giovanile.Dopo aver conseguito la laurea mi piacerebbe intraprendere la strada del giornalismo professionale. 

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