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denaronelalvoro 350 260di Valerio Ascenzi – Reddito di cittadinanza si, reddito di cittadinanza no. L’acceso dibattito su questo argomento ci distrae da qualcosa? Di sicuro è un dibattito senza senso: ci si accapiglia sulle coperture economiche, attribuendo intenzioni all’una e all’altra parte, ma la verità è che tutto quello che si sta dicendo appare sempre più come fumo. Al di fuori da quelle che sono le idee, le ideologie, ragionando con le regole – la Costituzione in primis – siamo arrivati a concludere che percepire una rendita deve essere un diritto, si, ma collegato ad un diritto essenziale, imprescindibile: quello del lavoro, del lavoro libero, non del lavoro del job act’s o dei contratti d’epoca berlusconiana. Il cittadino diviene tale se libero dalle pressioni. È una questione di dignità inoltre.
L’Italia è, purtroppo per Renzi, ancora una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Il lavoro, se rende liberi donne e uomini, li mette nelle condizione di vivere dignitosamente. Mentre oggi il lavoro è visto sempre più come qualcosa che deve permettere alla classe politica di tenere sempre il cittadino – che non è più tale – sul filo di lana. I cittadini, costantemente sotto ricatto, faticano a comprendere con pienezza il loro status di cittadini: vendono il loro voto, si piegano al volere del politicuccio di turno. Dopo la caduta della dittatura, il cittadino italiano si comporta ancora da suddito.
Il dibattito sul reddito di cittadinanza risulta essere tanto sterile quanto noioso e rumoroso. L’articolo 36 della Costituzione – che ne i grillini ne i piddini intervistati in questi giorni dimostrano di conoscere – al primo comma parla chiaro: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
Quanto citato contiene i principi di quantità e qualità del lavoro, ma anche il concetto di esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia, che si raggiunge solo attraverso un lavoro, vero, sano, libero: non attraverso i contratti di lavoro elaborati da Berlusconi, Renzi, Marchionne. Il problema però è proprio qui: il lavoro non deve rendere liberi, altrimenti questa classe politica farebbe la fine della monarchia francese. Oggi la politica, che è solo populismo allo stato più becero, non fa altro che lanciare proclami. Le opposizioni non fanno altro che attaccare sull’inesistente, facendo altro populismo. Altra considerazione: se il lavoro deve essere retribuito in base alla quantità e in base alla qualità, non vediamo il motivo per cui noi, in Italia, paghiamo gran parte dei parlamentari: molti potrebbero stare tranquillamente a casa, perché in merito alla qualità del lavoro peccano non poco: molti di loro, invece di risolvere i problemi di queste Paese, li complicano.
Senza mezzi termini però, riteniamo che il reddito di cittadinanza sarebbe un’offesa a chi lavora e ha lavorato perdendo il lavoro, a chi non può lavorare e percepisce una pensione di invalidità. Se questo c’è negli altri stati, non significa che debba esserci nel nostro, preso pari pari da com’è ad esempio in Germania. Si sente dire: l’Italia è uno stato assistenziale!. Si, certo, ma se non riusciamo a garantire le condizioni basilari per un welfare dignitoso, come si può pensare di dare un contributo in termini di denaro a chi non lavora. Ma poi, perché? La Costituzione – che renziani e grillini, come i berlusconiani, ritengono superata – è limpidissima. L’articolo 38 recita: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale». Quindi chi è inabile al lavoro, chi lo ha perso in maniera involontaria ha diritto ad una assistenza.
Certo è che andrebbe ritoccato il metodo in Italia, soprattutto per quel che riguarda chi perde il lavoro. Molti vengono messi alla porta dalle aziende, molti vengono messi nelle condizioni di chiudere le proprie attività. Se questi hanno versato regolarmente i contributi, dovrebbero essere inseriti in un programma come la flexsecurity, ideata nelle socialdemocrazie del nord Europa (che dopo l’arrivo di Renzi, sono state addirittura schifate dalla politica). Non credo che a molti gioverebbe percepire una somma senza far nulla. Ma ad esempio, se lo Stato si impegnasse – come negli Usa di Obama, non nella Unione Sovietica stalinista – a investire, a nazionalizzare qualche azienda, per dare lavoro ai disoccupati, sarebbe realmente qualcosa di nuovo. Ma in Italia, non si può… ormai ci sono gli investitori dall’estero, come dice Taddei. Dove?
Ma il dibattito sul reddito di cittadinanza viene alimentato come in una tempesta di fuoco dai media. Salvo però preoccuparsi, fa parte dei giornalisti, di andare a fondo nelle questioni. Il responsabile economico renziano Taddei, parla di mancanza della copertura. Da lui ci saremmo attesi un ragionamento tipo il nostro… mai sopravvalutare.
Dal movimento grillino sparano cose del tipo: “Spendiamo miliardi per gli armamenti, se tagliamo la, troviamo i soldi”. Populismo. La politica proverebbe a ragionare. I movimentisti che non volevano entrare nel circuito dei media “mainstream” ne sono stati completamente risucchiati. Taddei poi, chissà in base a che qualifiche ottiene quel ruolo nel Pd, la spara più grossa dicendo qualcosa come: “Grillo ha in mente una patrimoniale, per la copertura del reddito di cittadinanza, ma ora, con l’arrivo degli investitori dall’estero non ce lo possiamo permettere”. Il primo commento a questa affermazione: La penisola italica è stata sempre invasa da popolazioni barbare, che hanno fatto scorribande, razziato e depredato; facciamo ancora fatica a scrollarci di dosso questo millenario retaggio di popolo sottomesso. Secondo commento: Ma quali investitori? Avete visto per caso qualcuno che è pronto a prendersi Marangoni, Videcon e altri stabilimenti nel frusinate per risollevare le sorti dell’industria? Noi no.

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Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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