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partito-democratico bandiera350-250di Fausto Pellecchia – Le recenti sortite di Bersani che ha evocato la fedeltà alla “ditta” per giustificare il voto di fiducia al Segretario-Premier, rassicurandolo preventivamente circa ogni rischio di scissione da parte della minoranza interna, la dice lunga sulla crisi del sistema politico italiano e, più specificamente, sull’attuale vacuità della forma-partito.
L’oggetto del dibattito – o piuttosto dello scontro fittizio – tra la disinvolta maggioranza renziana e lo sparuto dissenso interno era rappresentato, come si sa, dai punti dirimenti del Jobs Act e dalla riforma dell’articolo 18. Ma l’intervista di Bersani, diversamente dall’affondo diretto dei ‘guastatori’ civatiani, si è esplicitamente indirizzata sul terreno dei rapporti personali tra dirigenti di partito, interpellati come funzionari della stessa Ditta. Ciò che, per Bersani, rischia di gettare il PD «sull’orlo del bara­tro» non è tanto l’intenzione renziana di procedere ad una selvaggia deregulation del lavoro, ma il «metodo Boffo», l’imbarbarimento che tocca il rispetto dovuto ai singoli dirigenti. Ben più delle tutele e dei diritti dei lavoratori messi in questione da un governo che, dietro l’alibi delle larghe intese, intende accre­di­tarsi come garante degli inte­ressi dell’impresa e della delocalizzazione capitalistica (vedi il flirt Renzi-Marchionne), per Ber­sani con­tano innanzitutto il Par­tito e il mantenimento delle regole di galateo tra i suoi capi vecchi e nuovi. Ciò che per Bersani rischia di far deflagrare l’unità del PD non è tanto la politica arrembante di Renzi, ma le sue gag micidiali sui “giovani turchi” o sugli isterismi del rottamando D’Alema.

Per questo, Bersani ha voluto insistere sull’argomento , precisando che, comun­que vadano le cose nel partito e quale che sia la sorte delle proposte della «sini­stra» interna, l’obbligo di lealtà (un tempo denominata più prosaicamente “disciplina di partito”) lo ha indotto a votare a favore del testo gover­na­tivo. Per­ché? Semplicemente per­ché un uomo della sua esperienza (sottinteso: uno che viene dalla militanza nel PCI) sa che cos’è «una ditta» e sa,quindi, fin dove può giungere il dissenso senza trasformarsi in sleale “insubordinazione”.
Nonostante il termine “ditta” accenni, con compiaciuta allusione, al realismo dell’economics, che si pretende perfettamente al passo con i tempi e, pertanto, completamente emancipato da ogni ceppo ideologico, la metafora bersaniana della lealtà “aziendale” sottintende una dimensione della cultura politica definitivamente tramontata con la fine del secolo scorso.

In essa conta innanzitutto l’identificazione con le forme condivise dell’ appartenenza (l’organizzazione interna del partito, i suoi simboli, fino alle piadine della festa dell’Unità ecc.), molto più che le posizioni strategiche e programmatiche che ne definiscono gli obiettivi, un tempo accolte come inamovibili presupposti della prassi politica. In molti militanti del PD, che come Bersani provengono dalle fila del PCI, sopravvive questa “lealtà” dogmatica alla forma vuota del partito. Come nella tradizione del Cattolicesimo italiano valeva l’apoftegma ciprianeo: “Extra ecclesiam nulla salus” – che il teologo Ratzinger ha avuto il merito di mettere in discussione – così, tra le fondamentali assunzioni ideologiche del PCI, dominava il dogma dell’unità (e dell’unicità) del Partito dei lavoratori, al di fuori del quale c’erano solo i pericolosi sbandamenti dell’eresia ideologica o le contrapposizioni personalistiche (versione nazional-popolare del “culto della personalità”).

Di qui, la celebrazione postuma della “disciplina di partito” anche quando il partito appare assolutamente liquefatto e svaporato, sradicato da ogni forma di effettivo insediamento territoriale. Ad essa va aggiunto il doveroso corollario dell’ ‘autocritica’, la stessa a cui un tempo una artificiosa e malevola interpretazione del “centralismo democratico” obbligava le opposizioni interne del PCI, nel ratificare la linea della maggioranza. Solo oggi, tuttavia, viene santificata come attenuazione ‘riformista’ degli autodafé dell’Inquisizione o delle autoaccuse nei processi staliniani nella forma parodistica e schizofrenica del luterano pecca fortiter, sed crede fortius.

Detto più rozzamente: Bersani e compagni non uscirebbero dal PD (ultimo, malnato rampollo della genealogia del PCI), neppure se Renzi proponesse il ritorno della monarchia sabauda o il ripristino dello jus primae noctis. È evidente, perciò, che nel vuoto di idee e di progetti che avvolge le donne e gli uomini della dirigenza PD alla leadership solitaria del Segretario-Premier (autentica innovazione rispetto alla separazione formale dei poteri tra Stato e Partito che vigeva anche nell’ URSS), cresce l’ipocrita rampantismo di faccendieri e di aspiranti grand commis e di tutti coloro che giudicano la democrazia un’anticaglia da riporre in soffitta, finalmente sostituibile con il nuovo clientelismo d’assalto. L’affluenza alle urne, l’esercizio del diritto di voto, smascherato finalmente come inutile rituale rispetto all’efficienza pragmatica della nomina e della delega dall’alto, è da considerarsi un dato elettorale trascurabile. Peraltro, a legittimare l’intrinseca rappresentatività del Partito della Nazione, basta la promozione mediatica del fascio-leghismo à la Salvini come unico rivale-competitor autorizzato. L’alternativa è brutale: o la padella renzista o la brace leghista.

Non c’è da meravigliarsi, perciò, se anche qui da noi, dopo una fase precongressuale segnata da un’impennata clamorosa nel commercio delle tessere, si registrerà la curiosa stravaganza di una crescita vertiginosa degli iscritti al “PdR” (partito di Renzi) a fronte dell’ infelicissima decrescita del numero degli elettori. Il catechismo del Concilio di Trento, a commento del “nulla salus extra ecclesiam” di S.Cipriano, asseriva: «Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell’arca» – Ma oggi l’arca del PD assomiglia sempre più al Titanic o alla Costa Concordia di Schettino.

pubblicato da L’inchiesta, 29.11.2014

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