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cgil-cisl-uil 350-260di Donato Galeone* – Cgil-Cisl-Uil nei quindici giorni di dicembre 2014. Cresce il disagio sociale con le tante parole – dette e commentate – di un inverno sindacale e politico caldissimo che scardina la coesione sociale già evidenziata e manifestata nel Paese tra ottobre-novembre e che segna continuità fino alla metà del prossimo dicembre: con la CISL che manifesta a Firenze il 2 dicembre, il 3 dicembre a Napoli e il 4 dicembre a Milano e CGIL-UIL già orientati verso lo sciopero generale nella prima quindicina di dicembre che sarà preceduto dall’esercizio di altro diritto costituzionale – quale è lo sciopero – del pubblico impiego che sollecita e richiede il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da molti anni.

Il disagio sociale che si manifesta in un Paese democratico è azione attiva di lavoratori e cittadini mentre dovrebbe preoccupare, moltissimo, tutti i democratici nel capire i tanti e diversificati perchè della passiva caduta politica e di non partecipazione delle migliaia di elettori ai recenti rinnovi dei Consigli Regionali di Calabria e Emilia Romagna.

I responsabili dei Governi nazionali, regionali e comunali – eletti dal voto anche di questi cittadini e lavoratori che manifestano – devono ascoltarli non solo mediante i proclami televisivi parolai.

Questi cittadini e lavoratori, rappresentati dalle loro associazioni, chiedono alle loro istituzioni e ai Governi di comprendere, capire e agire per avviare la riduzione del diasgio sociale cumulato e crescente, ancor più, negli ultimi sei anni, altrimenti, si rischia la tenuta della coesione sociale.

Sono tanto ianudite quanto inaccetabili sia le battute che le parole contro l’associazionismo sindacale e sulle motivazioni delle loro manifestazioni democratiche declamate anche nei giorni scorsi dal massimo dirigente del Partito Democratico che, peraltro, rappresenta l’Europa nel secondo semestre 2014, quale Presidente del Consiglio di uno dei 28 Paesi dell’Unione Europea.

Quando un responsabile di Governo, dice e ripete, che quelle battute non si riferiscono ai lavoratori e che il Governo, con lui, si occupa non di organizzare le manifestazioni che esprimono vero disagio sociale famigliare ma “di far lavorare le persone, visto che abbiamo una disoccupazione pazzesca” dovrebbe – contestualmente e ragionavolmente – non attaccare i rappresentanti di chi chiede e vuole tutelare il lavoro, con i lavoratori, ma dovrebbe intellettualmente, onestamente e chiaramente dialogare con le associazioni sindacali dei lavoratori anche se non gradisce “concertare o condividere” per, poi, decidere assumendo le dovute responsabilità di Governo.

Il nostro Presidente del Consiglio deve essere più attento – lo ha detto anche il neo Segretario della CISL Annamaria Furlan aggiungendo che “il premier deve essere anche più preciso quando parla di Sindacati” e se il Paese, oggi, è diviso in due tra chi “si rassegna e chi va avanti” i rassegnati non sono stati – né ieri e non lo sono neppure oggi – le asociazioni dei lavoratori perchè il giovane Presidente del Consiglio Matteo Renzi dovrebbe avere non solo rispetto verso chi rappresenta ed ha rappresentato i lavoratori nel nostro Paese ma dovrebbe anche conoscere che nei primi mesi del 1978, all’EUR di Roma, furono CGIL-CISL-UIL a proporre una “linea politica-sindacale che affrontasse globalmente i problemi del paese che tutti giudicavano di gravissima crisi”.

In quelle settimane che precedettero la strage di Via Fani e poi l’assassinio di Aldo Moro, personalmente al terzo piano di Palazzo Chigi – con Andreotti – tutti i Partiti dell’arco costituzionale ricercavano un “patto sociale con l’accordo dei sindacati” per un Governo ed una maggioranza parlamentare “sulla base di un preciso accordo di programma” mentre CGIL-CISL-UIL – con Luciano Lama – mettevano al primo punto la “disoccupazione con un milione e seincentimila disoccupati” – di quegli anni – e che ad essa andavano sacrificati tutti gli altri obiettivi sindacali, pur pienamente legittimi, per un movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati.

E lo stesso Luciano Lama chiariva che “se si vuole essere coerenti con l’obiettivo di far diminuire la dìsoccupazione il miglioramento delle condizioni degli operai occupati doveva passare in seconda linea”.

Personalmente, non solo da me, furono condivise quelle responsabilità pur nei diversi ruoli sindacali e istituzionali di quei momenti difficili – peggiorati ad oggi 2014 – che richiedono maggiori assunzioni mirate di iniziative – altro che rassegnazione – con ben più circostanziate e ascoltate proposte.

Proposte per favorire una conosciuta e condivisa riforma del lavoro propedeutica di un “patto sociale” – avanzato nelle tutele meno ridotte e più universali – coinvolgendo anche i sindacati dei lavoratori che manifestano nell’esercizio di un loro “peso reale democratico” essenziale al nostro Paese per uscire dalla crisi sapendo – tanto in Italia quanto in Europa – che i lavoratori italiani, con le loro associazioni sindacali, non propongono solo una “teoria del cambiamento” ma con i loro movimenti e e le loro manifestazioni della prima quindicina di dicembre 2014 chiedono un “cambiamento vero” con il “LAVORO” contrattatio e partecipato.
(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Frosinone 25 novembre 2014

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