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luigi-di-maio matteo-renzi 350-262di Stefano Balassone – I partiti che finora non lo hanno praticato potranno ancora scampare allo streaming senza sembrare reticenti? Così saranno gli spettatori, nauseati dall’abbondanza, a re-istituire a colpi di telecomando la clandestinità del Potere.

Sarà che ci hanno sempre attratto gli asini che volano (quelli terrestri parendoci scontati), ma a ogni streaming che passa ci veniamo vieppiù convincendo che una buona comunicazione possa davvero colmare, almeno per qualche tempo, lo spazio vuoto fra Istituzione e Opinione.
Ma cosa si intende per “buona comunicazione”? Di certo non è l’adozione del “volgare” del momento che traveste la reticenza da schiettezza. In questi venti anni di talk show, schiettezza tarocca ne abbiamo vista a tonnellate (berlusconiana e non), senza che Istituzione e Opinione cessassero di essere mondi separatissimi.
Il cambio vero della lingua è stato generato dallo sgomitare delle cose che hanno imposto la loro “comunicazione di fatto” oltre ogni tramite linguistico. A nostra memoria, il primo a «fare largo alle cose» è stato Napolitano con i testardi e molto espliciti messaggi sulla priorità delle riforme politiche ed economiche e sulla insostenibilità del vecchio gioco delle curve tifose.
Un secondo scarto linguistico è stato quello “professorale” dei primi tre mesi di Monti (quando ancora non studiava da Mastella di complemento): assertivo, ma circostanziato. E accettato da un paese ormai convinto che a vivacchiare sul baratro prima o poi ci si precipita (chiedetelo agli esodati e, prima ancora, ai mai occupati).
Il terzo stadio è stato costituito dai referendum sui beni pubblici (acqua etc) che hanno fornito il nucleo solido (per l’appunto competenza e impegno applicato a cose anziché a idee o emozioni) di M5S; nucleo in seguito oscurato e forse travolto dalla bolla di rabbia trasversale che ingigantiva i consensi al Grillo del vaffa.
Il quarto stadio è quello del Renzi “fattualmente denso”, che, a Pd auto seppellito dopo la non vittoria, dava alla “rottamazione” il senso e l’urgenza di una svolta vera (al di là delle fesserie sul nipote di Berlusconi etc etc).
Da allora sono iniziati gli streaming che sono diventati interessanti da seguire, molto più delle sedute pubbliche del parlamento, perché, almeno finora, perfino quelli delle direzioni del Pd, hanno avuto ordini del giorno nodali, su traiettorie narrative ben chiare.
E quello di ieri è parso uno dei meglio riusciti da ambedue le parti perché la dose di fattualismo era al massimo, fra concreti progetti (Italicum e Democratellum), modelli di simulazione e altre chicche da mandare in solluchero chi, come noi, trova belle le file di numeri quanto Padoa Schioppa le code per pagare tasse.
A proposito, ieri, delle 14.30 alle 15.30, siamo stati in due milioni (per quattro quinti su La7) a ingarbugliarci la testa con la toninelliana «preferenza negativa che decurta di un decimo il peso di quella positiva». In 500mila avevamo acceso la tv solo per il richiamo dello streaming; gli altri erano spettatori abituali della tv del dopo pranzo che per una volta hanno deviato il telecomando dalle scelte abituali.
E a questo punto si porrà la domanda: i partiti che finora non lo hanno praticato potranno ancora scampare allo streaming senza sembrare reticenti? Probabilmente dovranno rassegnarsi perché per un po’ di tempo “no streaming no party”. Ma già ci aspettiamo la contromossa: facciamo tutto, ma proprio tutto in streaming. Così saranno gli spettatori, nauseati dall’abbondanza, a re-istituire a colpi di telecomando la clandestinità del Potere. Esattamente come avvenne nella Urss della perestroika, dove le prime riunioni della prima Duma eletta democraticamente erano seguitissime, ma finirono presto per annoiare fino a consegnare il potere al capo del Kgb.
Come se a contare, streaming o non streaming, fossero i contenuti. Ma pensa un po’!

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