di Ignazio Mazzoli – Stamattina presso gli uffici del Comune di Ceccano il dottor Amedeo Scarsella ha ricevuto e protocollato alle 9,35 con il n° 12106 le dimissioni di 11 consiglieri comunali. Rassegnate senza motivazione. I dimissionari sono 11 in tutto: 3 dell’opposizione Roberto Caligiore (Fratell d’Italia), Camillo Ciotoli (Forza Italia), Riccardo Del Brocco (Forza Italia) e 8 della ex maggioranza Filippo Carlini (Psi), Angelo Ciotoli (Psi), Antonello Ciotoli (Bene Comune), Giulio Conti (PD), Pietro D’Annibale (Insieme per Ceccano), Giovanni Montoni (Insieme per Ceccano), Terenzio Ricci (Psi) e Umberto Terenzi (Rifondazione Comunista).
Ed ora che succede? il prefetto dovrà nominare il Commissario, perché la contestualità delle dimissioni contestuali della maggioranza degli eletti provoca l’inesistenza dell’assemblea comunale, cioè il consiglio comunale non è più. Si è auto sciolto. Infatti è da considerarsi «precluso il procedimento di surroga nei confronti dei consiglieri comunali nel caso in cui le dimissioni degli stessi, rese contestualmente, in quanto contenute in un unico atto o presentate insieme al protocollo (come a Ceccano)» . Lo afferma la sentenza n. 31/2007 del Tar Calabria. Esistono tuttavia anche pareri diversi.
Se il Prefetto nominerà un Commissario ci sono due possibili scadenze elettorali: in autunno o in primavera in un verosimile election day quando voteranno quasi tutte le regioni italiane.
Sul piano politico che succede? La vicenda di questa crisi a Ceccano ripropone con la forza di un turbine la domanda: quale ruolo hanno i partiti?
E’ stato già scritto e fatto notare da studiosi e costituzionalisti che i regimi definiti democratici sono in realtà “oligarchici”. Infatti, a ben guardare, il popolo esercita effettivamente la propria sovranità soltanto al momento del voto e col voto “cede” la sovranità agli eletti ai quali viene affidato appunto il potere di decidere “a nome per conto” del popolo. Sempre secondo gli stessi già indicati, i Padri della Costituzione italiana si proposero, con l’articolo 49, come compito centrale proprio quello di disegnare una concezione di democrazia che potesse essere giudicata più pienamente aderente al significato del nome (governo del popolo) e dettarono per questo scopo un complesso di norme di principio e di “istituti” che consentissero dunque al popolo di essere sovrano non solo al momento del voto ma anche dopo aver votato. Questa struttura organizzativa, come è noto, ha la forma giuridica dell’associazione (persona giuridica di diritto privato) che si propone come proprio scopo fondamentale di essere presente e di partecipare con le sue idee, le sue proposte, le sue iniziative in tutte le sedi nelle quali si formano le scelte politiche di uno stato. Questa forma associativa è stata comunemente denominata: “partito” o “partito politico”. Domanda: iI partiti oggi assolvono a questi compiti?
Ci scusino i lettori per questa lunga divagazione, ma ci è sembrata necessaria non solo per la vicenda di Ceccano di cui ci stiamo occupando, ma anche a fronte degli esiti elettorali del 25 maggio nei comuni più importanti di questa realtà frusinate. Ad Anagni il sindaco Fausto Bassetta ha nominato una giunta che si può chiamare di esperti (verosimilmente con il consenso delle forze che l’hanno sostenuto nella corsa a primo cittadino, ma chiaramente con l’esclusione delle indicazioni dei partiti. A Veroli tranne il Psi e Forza Italia non hanno partecipato altri partiti con il loro simbolo; ha vinto una coalizione di liste civiche che si autodefinisce di centrosinistra con il Psi al suo interno. La giunta sta per essere definita (la conosceremo il 18 di giugno). Tre esempi di un panorama che è sempre più chiaro anche in Italia: Renzi, insieme ad altri, invoca un generico partito della nazione e il suo antagonista è un movimento, quello dei 5 Stelle. Tutte forme di organizzazione del voto, ma non strutture di partecipazione del cittadino per vivere e operare le scelte politiche.
Nella crisi di Ceccano sono evidenti tutti questi elementi. Primo, i partiti chiamati in causa non ascoltano e continuano a parlare la loro lingua anche per imporre soluzioni non condivise e quindi inaccettabili. Secondo, le inefficienze e i ritardi sembrano giustificare un atto di volontà imperiosa; terzo, uno scenario oligarchico provoca la rivolta dei partiti con la paralisi dell’assemblea elettiva e il suo conseguente scioglimento. Così pare per ora. E’ una lotta fra due idee di democrazia? Ma, quella del decido io, anche se provocata da inadempienze, non sembra essere la più moderna e la più funzionale ai risultati ed alla ricerca del consenso. Appare sempre più come un’involuzione.
13 giugno 2104 ore 12,35
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