di Nadeia De Gasperis – L’ottusità, è la somma degli angoli ai lati delle smorfie di disprezzo, sufficienza.
Il reciproco della curva di due occhi indifferenti, è la forma intelligente degli sguardi acuti. Ho conosciuto la fierezza ancorata ai bordi degli occhi delle donne, il guizzo che straripa, tradendo il maremoto che si muove dentro. Costrette ad abdicare al proprio talento, hanno deposto una coroncina di fiori, con la morte nel cuore, sulla pietra che ha lapidato un futuro radioso.
Nel mondo 31 milioni di bambine su 57 milioni di bambini e bambine, non vanno alla scuola primaria. Mentre dò i numeri, le cifre della desolazione si aggiornano in negativo.
Mia nonna Michelina, fu registrata Maria Michele, per un errore di anagrafe, ma penso che a dettare la mano del messo, probabilmente, fu il sogno che la voleva maschio, in una società che la costrinse a rinunciare ai suoi desideri, mitigandone l’indole ribelle. Il maestro della scuola elementare aveva intuito la sua inclinazione alla matematica ma nonna dovette fare i conti con una vita molto diversa da quella sognata. I suoi occhi a mandorla dolci e amari di rimpianto hanno mantenuto la lucidità di quell’ardore fino all’ultimo giorno.
Quando frequentavo le elementari, un giorno irruppero gli “ispettori del controllo dei pidocchi”. A saltare di testa in testa fu l’idea che il contagio fosse avvenuto per opera di Marcella, la mia compagna di banco, zingara del mio quartiere popolare. Io ero stata contagiata solo dal suo sorriso largo e dolcissimo, delle donne di rara intelligenza. Mi intimarono di non abbracciarla più, ma io non ero Sansone e la forza la prendevo dai suoi abbracci che valevano ben oltre un taglio di capelli cortissimo che ci vedeva somigliare proprio come due gemelle. Avevamo gli stessi capelli neri, ma i suoi erano corvi che avrebbero portato solo presagi di bene, se non fosse stato per quel giorno che la portarono via. “Rapita”, mi dissero che funzionava così. Io capivo solo che quell’ingranaggio funzionava male, neppure un abile orologiaio le avrebbe restiutito quel tempo rubato.
Alle scuole medie Maria, si placava solo quando la afferravo ai pugni e le sussurravo piano di stare calma. Un giorno nel tema “la persona che ammiri di più” mi tratteggiò come fossi una principessa, mancava solo mi dipingesse con i capelli biondi e gli occhi azzurri di principessa. Sferrava calci e lasciava graffi sotto gli occhi, così reagiva alla stupidità. Imitava i maschi più scalmanati, per darsi coraggio, ma il mistero era tutto nell’intreccio dei suoi capelli. Una lunga treccia tradiva quell’indole ribelle che io ignoravo fosse l’appiglio con cui si trascinava anni di violenza da parte del padre. Lasciò presto la scuola per andare a lavorare.
La mia mamma avrebbe voluto studiare da giornalista ma al massimo le fu concesso di frequentare l’istituto tecnico. Scrisse il suo primo trattato su Mao e la Cina all’esame di terza media. Ottenne un voto sufficiente che ero lo scarto tra “forma eccellente” e “contenuti fuori luogo”. Si consigliava un istituto tecnico femminile. Nello stesso istituto era ubicato il liceo classico, gli studenti accorsero per ascoltare il fenomeno di “la ragazzina che raccontava la rivoluzione cinese”. Mia mamma non fu mai giornalista ma la sua attività sociale e politica negli anni la portò alla ribalta della mia ammirazione e i suoi dossier furono pubblicati nella mia quotidiano r_esistere.
Sono storie “antiche” di decine e decine di anni fa. Dovrebbero essere solo memoria.
Ho incrociato una mamma con la sua piccola studentessa, uscivano dalla libreria con i sorrisi sui volti e le buste coi libri. Quel quadro familiare mi ha certo commossa, ma valeva molto meno nella cornice che mancava della luce delle altre 31 milioni di bambine che non avranno alcuna istruzione.
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