Enlargement of the European Union 77

 UCRAINA E COMMENTI

Lo strappo di Putin e le sue errate valutazioni favoriscono l’espansione della NATO

Enlargement of the European Union 77

di Stefano Rizzo
Nell’incontro di martedì scorso con il presidente Biden alla Casa bianca il presidente del Consiglio Draghi, dopo avere riaffermato la condanna nei confronti della Russia e l’unità di europei e Stati Uniti nel contrastarla, ha aggiunto significativamente che “in Italia e in Europa ora la gente pensa … alla possibilità di realizzare un cessate il fuoco e di ricominciare con dei negoziati credibili.” Come? gli è stato chiesto il giorno dopo in conferenza stampa. Attraverso nego- ziati, ha detto Draghi, che portino alla pace, cui devono parte- cipare “sedendosi ad un tavolo” gli Stati Uniti e la Russia, oltre ovviamente all’Ucraina. Ma per fare questo bisogna che siano chiari gli obbiettivi di tutti in questa guerra. Quelli dell’Ucraina sono chiari: “respingere l’invasione”. “Ma per gli altri?”, si è chiesto. E ha risposto: “Non bisogna cercare di vincere qui, perché oltretutto se uno ci pensa un istante la vittoria non è definita.”

Ecco, “non bisogna cercare di vincere”, dice Draghi. L’affermazione può apparire contraddittoria. Respingere l’invasione russa non vuol dire forse vincere? No, in guerra chiunque può dichiarare di avere vinto, e spesso lo fa a meno che non sia completamente distrutto, ma la vittoria si misura in base agli obbiettivi che si era prefisso di raggiungere. Per questo è fondamentale che si conoscano gli obbiettivi (iniziali, intermedi, finali) delle parti nel conflitto. Che sono molte, non solo Russia e Ucraina che si combattono sul campo, ma Stati Uniti e Regno Unito che forniscono il grosso delle armi e dell’intelligence, e europei le cui posizioni, interessi e obbiettivi nella guerra sono molto diversi.

Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Paesi baltici non partecipano alla guerra solo per fermare l’aggressione, ma per infliggere una “severa punizione” alla Russia “perché — nelle parole del segretario alla difesa americano Austin — sia così indebolita da non provarci più.” Gli altri paesi europei, e soprattutto i quattro maggiori — Germania, Francia, Italia, Spagna — vogliono la liberazione dell’Ucraina, ma al contempo non vogliono “umiliare” (espressione usata dal presidente francese Macron) la Russia. Detto esplicitamente, il loro obbiettivo sembra quello di prendere atto che la guerra con tutti i suoi orrori è ormai tristemente un dato di fatto e va terminata con una trattativa che riporti la pace preservando la sovranità dell’Ucraina (ancorché indebolita) ma al contempo la sopravvivenza dello Stato russo. L’interrogativo è ovviamente quale ruolo gli Stati Uniti, di gran lunga la maggiore potenza nel conflitto, intendano giocare e quali sono i loro obbiettivi strategici. La loro posizione dall’inizio della guerra è cambiata sostanzialmente. Ancora a gennaio, quando l’invasione non era cominciata, il presidente Biden aveva dichiarato (per poi essere corretto dalla sua portavoce) che in caso di una “incursione limitata” anche la reazione degli Stati Uniti sarebbe stata limitata. Ad invasione in corso il segretario di Stato Blinken a chi gli chiedeva se e per quanto tempo le sanzioni contro la Russia sarebbero state mantenute aveva precisato che le sanzioni hanno uno scopo preventivo e non punitivo e se la Russia si fosse ritirata anche le sanzioni sarebbero state tolte.

All’epoca l’opinione degli esperti militari americani, e non solo, era che l’esercito russo, di molto superiore a quello di Kiev, sarebbe avanzato rapidamente sulla capitale ucraina destituendo il governo Zelenski, nominando un governo amico e riportando l’Ucraina saldamente nella sfera di influenza russa. A quanto è dato capire questa era anche la previsione di Putin e dei suoi consiglieri. Non solo l’intelligence americana aveva grandemente sottovalutato la capacità di combattere e la volontà di resistere degli ucraini, ma anche i russi si erano lanciati
in questa avventura senza rendersi conto di ciò cui andavano incontro, sia sul piano militare, che su quello politico, sia non anticipando la reazione di solidarietà della comunità internazio nale verso l’Ucraina aggredita.

Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente e, dopo l’evidenza degli insuccessi militari russi e soprattutto dopo che sono venuti alla luce i massacri perpetrati dai loro soldati, la posizione degli Stati Uniti è venuta rapidamente mutando. L’amministrazione Biden ha messo in piedi un imponente sforzo diplomatico per convincere gli alleati europei a sostenere l’Ucraina con sanzioni sempre più dure nei confronti della Russia, con l’invio di armi sempre più “letali” all’esercito ucraino e, da ultimo, strappando agli europei la promessa di fare a meno del gas russo. Un indubbio successo diplomatico degli Stati Uniti che ha avuto il suo culmine il 26 aprile scorso nel “Consiglio di guerra” di Ramstein di 40 paesi tra membri della Nato e altri “volenterosi” di varie parti del mondo che ha cementato l’unità di intenti contro l’aggressione russa.

Gli obbiettivi strategici di questo imponente dispiegamento di risorse tattiche sono rimasti tuttavia indefiniti. Obbiettivi che con l’intensificarsi dello sforzo bellico e le vittorie sul campo degli ucraini che hanno fatto intravedere la possibilità di una vittoria totale, hanno iniziato a divaricarsi. Da una parte la posizione dei maggiori paesi europei alla ricerca di un percorso negoziale per porre fine la guerra, dall’altra il Regno Unito, la Polonia, i Baltici e gli Stati Uniti che ora punterebbero ad infliggere un duro colpo alla Russia, con esiti imprevedibili, addirittura (come adombrato dallo stesso Biden) provocando un cambio di regime.

Quanto realistica sia questa nuova posizione del governo americano non è dato valutare dal momento che si basa su valutazioni dell’intelligence che potrebbero essere sbagliate come sbagliate furono quelle all’inizio del conflitto. Allora fu sopravvalutata la forza russa, oggi potrebbe essere sottovalutata la sua volontà di combattere. Ed è anche per questo che gli Stati Uniti parlano ora di una guerra di attrito che potrebbe durare anni, incuranti dei costi materiali e umani che questo scenario comporterebbe.

C’è tuttavia una debolezza di fondo negli obbiettivi strategici americani — ammesso che siano questi. Per 45 anni gli Stati Uniti portarono avanti una strategia di containment nei confronti dell’Unione Sovietica, evitando lo scontro diretto con quella che era diventata una temibile potenza nucleare. Con la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’economia russa, già debole di per sé, era crollata nel tentativo di tenere il passo nella corsa agli armamenti. Le privatizzazioni selvagge degli anni di Yeltsin avevano fatto il resto provocando il drammatico impoverimento della popolazione. Poi, gradualmente, sotto il ventennale dominio di Putin l’economia russa era migliorata e con essa le ambizioni nazionalistiche a riconquistare almeno una parte dello spazio ex-sovietico. Di queste risorgenti ambizioni fa parte il tentativo di riannettere in tutto o in parte l’Ucraina alla Federazione russa.

Ma è con lo scoppio di questa guerra che molti nell’establishment di politica estera americano hanno pensato che, come ai tempi della guerra fredda era stata la corsa agli armamenti voluta da Reagan a provocare il crollo del regime sovietico imponendo un insostenibile peso sulla sua economia, così oggi i massicci aiuti militari ed economici all’Ucraina, insieme alle durissime sanzioni nei confronti della Russia, allungando indefinitamente il conflitto e rendendolo sempre più oneroso, possono portare al crollo del regime putiniano o, come minimo, alla fine una volta per tutte della minaccia russa.
Insomma, la guerra in Ucraina come secondo e ultimo atto della guerra fredda. Se così fosse ci sarebbe di che essere preoccupati.

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StefanoRizzo2CFotodiOlivieroToscani 200 minStefano Rizzo. Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

 

 

 

 

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Di Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. GGiornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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