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DIBATTITO

Pier Giorgio Ardeni e Gianni Cuperlo

Sul quotidiano Domani è uscita una lettera di Pier Giorgio Ardeni critica verso il mio articolo sulla sinistra e la guerra che avete letto e commentato qui sopra nei giorni scorsi.

Mi pare utile pubblicare anche la lettera (con relative critiche) e a seguire la mia risposta.

Lo faccio (e torno sul punto) perché in questo clima di “verità assolute” continuo a pensare che sia buona prassi non smettere di ascoltarsi e ragionare assieme anche quando su alcuni punti le opinioni sono diverse, direi soprattutto quando le opinioni sono diverse.

Come scritto ieri, nel pomeriggio la presentazione del libro a Modena nel ricordo di Angela.

Un abbraccio (Gianni Cuperlo)

*

Ecco la lettera di Pier Giorgio:

“Sulle armi che l’Italia ha deciso di inviare in Ucraina si sono avuti diversi interventi. L’articolo di Gianni Cuperlo su questo giornale merita alcuni commenti. Intanto, Cuperlo critica chi dice che l’invasione dell’Ucraina «affonda le radici negli errori che l’Occidente e la Nato hanno compiuto dopo la fine dell’Unione Sovietica (1991)», arrivando però a dire che ciò porterebbe a riconoscere a Putin alcune ragioni. Il fatto è che, tuttavia, ciò è innegabile. Che poi queste «ragioni» siano abominevoli e condannabili non toglie che esse vi siano. Come hanno argomentato sia William Perry, ex segretario di Stato USA, e Bill Burns, attuale capo della CIA ed ex ambasciatore americano a Mosca – entrambi citati sia da Thomas Friedman che Bernie Sanders in un intervento al Congresso – l’espansione della Nato è stata sempre percepita dalla Russia come una minaccia. Che poi questa abbia conflagrato, nella mente di Putin, con l’idea che «l’Ucraina non esiste» e che bisogna rovesciare il governo ucraino eletto, è un altro discorso, che però – se davvero crediamo che la Russia e il suo «zar» attuale abbiano sempre covato ambizioni imperiali – non si capisce perché mai avremmo dovuto stimolare e dare «corda» a quegli impulsi. Tra l’altro, ha argomentato Sanders, come avrebbero reagito gli Stati Uniti se Messico, Cuba o altri Paesi avessero aderito ad una alleanza militare con la Russia? La «dottrina Monroe» – ancora più che mai viva e vegeta – li avrebbe fatti intervenire immediatamente, con le buone o le cattive.

Il fatto è che l’Europa, dopo il crollo del muro di Berlino, l’unificazione tedesca, il crollo dell’Urss e la (ri)nascita delle repubbliche indipendenti – tra le quali, oltre a quelle baltiche, l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldova – avrebbe dovuto spingere per un nuovo multi-lateralismo, «attirando nella propria orbita la Russia, costringendo gli Usa ad accettare la fine della guerra fredda e ridimensionare la Nato», come giustamente argomenta Piero Bevilacqua sul manifesto. E invece, ipocritamente, abbiamo accettato che i new-comers in Europa, pur continuando a coltivare pulsioni autoritarie, chiedessero subito di proteggersi sotto l’ombrello atlantico, proprio in chiave anti-russa. E, ancor più ipocritamente, abbiamo fatto lauti affari con l’Orso, dichiarandolo amico (un nostro presidente del consiglio, un nostro ex ministro, moltissime nostre aziende, anche di stato).

Ora, Cuperlo afferma che, in questo caso, è un popolo sovrano a chiedere aiuto, cui non possiamo sottrarci. È chiaro che ci sono molti modi per aiutare un popolo ed è tutto da dimostrare che inviare armi sia quello migliore. Abbiamo forse inviato armi ai bosniaci che difendevano Sarajevo dall’esercito di Mladic e Milosevic? Anche loro chiedevano aiuto e un intervento militare. Perché non abbiamo aiutato i curdi dalle incursioni turche in territorio siriano? Forse perché Erdogan è membro della Nato? Se abbiamo sbagliato allora, dice Cuperlo, non è ragione per sbagliare oggi. Vuol questo dire che, d’ora in poi, manderemo armi a tutti i popoli invasi da dittatori e autocrati senza scrupoli? Ma poi, quelle armi, a chi vanno? Alla «resistenza» ucraina, si dice.

In Ucraina, per anni, di armi ne sono circolate anche troppe. La guerra «strisciante» che c’è nel Donbass da almeno otto anni è stata condotta dalle truppe regolari come da miliziani ben armati. Sono le popolazioni russe di quelle regioni – fomentate da Mosca, certo – che non hanno accettato «l’ucrainizzazione» linguistica e culturale in atto. Conflitti le cui radici si perdono nella storia. L’antichissima terra culla di tutte le russie (Kievan Rus), peraltro, il conflitto lo porta già nel nome – l’Ucraina – dove l’articolo determinativo è importante perché in slavo «u krajna» sta per «territorio di confine», come le varie «krajne» nei Balcani.

Ora, di fronte all’aggressione russa, la nostra decisione ci porta a contrapporre armi ad armi, invece di percorrere ogni altra via risolutamente. La Polonia, memore dei suoi legami (e dominii) ucraini spinge per un «salto di livello» nella risposta della Nato. Certo, accoglie i profughi a milioni – forse perché fratelli – ben guardandosi, però, dall’accettare sul proprio suolo poche migliaia di siriani e afghani intrappolati in Bielorussia.

Questo atteggiamento bellicista ci riporta indietro di decenni e poco vale stringersi nelle spalle dicendo che «è colpa di Putin». Abbiamo repentinamente aumentato la nostra spesa militare, quando ben altre dovrebbero essere le nostre priorità e le linee guida per «stare nel mondo» consapevolmente, contribuendo al multi-lateralismo, all’inclusione e alla pace e non alle contrapposizioni.

Il coro contro che dissente contro il bellicismo guerrafondaio di molti media e giornali è divenuto in un attimo assordante. Rifiutare l’invio di armi e il riarmo in casa nostra non vuol dire «stare dalla parte di Putin» e non c’è nulla di «autoritario» in questo. Ben altre armi avremmo potuto usare, se avessimo voluto, sul piano economico e diplomatico se lo avessimo voluto, prima dell’invasione. E ben altre armi possiamo ancora usare adesso. Basterebbe volerlo, rifiutando la logica del nuovo atlantismo che oggi ci pare di nuovo l’ombrello che ci riparerà dalla pioggia nucleare ma che il giorno che «uno dei nostri» cambierà idea su quali sono i «baluardi della democrazia» da difendere ci farà piangere lacrime molto amare.”

*

Adesso qui di seguito la mia risposta:

“Vorrei ringraziare Pier Giorgio Ardeni per la risposta argomentata al mio articolo sulla sinistra e la crisi ucraina. Vi ho trovato conferma dell’utilità di un confronto che ci aiuti a cogliere il tanto di giusto presente nelle ragioni dell’altro. Per prima cosa sgombero il campo da un equivoco, penso che non vi sia dubbio alcuno circa gli errori gravi che Stati Uniti, Europa e Nato hanno compiuto dopo la fine dell’Urss.

L’ho scritto a chiare lettere (spero) aggiungendo i due corollari sull’ipocrisia occidentale dopo il 2014 (annessione della Crimea) col primato degli interessi economico-energetici sul rispetto dello stato di diritto e, peccato persino più grave, la doppia morale di farsi alfieri della democrazia quando lo si ritenga conveniente o obbligato senza per questo disdegnare rapporti proficui e affari redditizi con regimi uguali se non peggiori alla Russia odierna.

Ho anche aggiunto che l’oggettività di queste premesse in nessun modo può giustificare l’invasione di un paese sovrano, il bombardamento delle città, l’uccisione di civili, sino alle notizie di stupri e trasferimenti coatti. Dinanzi a un evento di tale portata e tragicità il popolo aggredito ha diritto a difendersi – sul punto credo tutti convergano – ma si pone il tema eticamente e politicamente rilevante del come supportare quella resistenza.

La richiesta giunta da subito da Kiev è stato di un supporto anche militare da sommare alle sanzioni economiche verso Mosca, ad aiuti umanitari e all’accoglienza dei profughi (milioni). Ardeni, come altri, contesta radicalmente la scelta di aderire alla richiesta di invio di armi e lo motiva sommando il timore di un’escalation bellica (cito dalla sua replica: “E’ chiaro che ci sono molti modi per aiutare un popolo ed è tutto da dimostrare che inviare armi sia quello migliore”), il non avere agito parimenti in altri teatri di guerra e tragedia (Sarajevo o i curdi in territorio siriano) sino a chiedersi se da ora in avanti manderemo armi a tutti i popoli “invasi da dittatori e autocrati”.

Sulla prima obiezione credo sia difficile anteporre la nostra valutazione di quali siano i modi migliori per aiutare un popolo alla scelta del popolo stesso impegnato da un mese in un’opera strenua di resistenza. Le sanzioni fanno male a Mosca, ma non hanno purtroppo la forza nell’immediato di bloccare missili e tank. Nei mille dubbi che attanagliano ciascuno di noi la domanda quindi rimane la stessa: come aiutare quella gente dalla vita travolta e in fuga per la salvezza a non capitolare di fronte all’aggressore? Intendiamoci, come farlo ora, nell’urgenza immediata del conflitto.

Quanto alla seconda e terza obiezione credo di averlo scritto nell’articolo e ripetuto qui: l’Occidente, se vogliamo usare questa sintesi, ha la coscienza macchiata dalle sue contraddizioni e ipocrisie, ma ciò non può esimere una democrazia come la nostra e l’Europa tutta dal farsi carico della tragedia in atto. Sul dopo (perché un dopoguerra vi sarà, anche se è da capire in quale condizione ci arriveremo) non credo che la via possa essere un riarmo incondizionato nello schema di una nuova guerra fredda.

Penso che la strada, ammesso che le élite del continente siano effettivamente illuminate, debba diventare una nuova Helsinki. Ma su questo avremo tempo e modo di discutere ancora.”

 

 

 

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