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UCRAINA

Trattare per raggiungere la pace è condizione inscindibile per costruire un futuro migliore

di Ermisio Mazzocchi
la guerra 350La guerra in Ucraina è una tragedia umana ed economica che ha già causato migliaia di vittime tra i civili. Un conflitto che infuria nell’Europa e che produce angoscia e incertezze.

E’ certo il conflitto più vicino alle nostre frontiere e pertanto ci colpisce maggiormente tanto più che compromette i nostri interessi economici e finanziari. Ma quanto avviene in Ucraina non può e non deve distrarci da altre immani tragedie, dai genocidi che imperversano sull’intero pianeta.

Il 2022 vede un mondo disseminato di morti.
Sono passati 77 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ma i conflitti armati sono tutt’altro che una realtà lontana.
L’Acled (Armed conflict location end event data project) stima in 10 le guerre presenti in tutto il mondo.
E altri studi (Globat conflict tracker) rilevano 869 conflitti e guerriglie.
– In Africa ci sono 31 Stati che sono in guerra e si annoverano 291 guerriglie, in Medio oriente 7 Stati con 266 guerriglie, in Europa 9 Stati nei quali si contano 83 guerriglie. Questo solo per citare alcuni casi.
In Etiopia 2milioni di persone sono state costrette a lasciare il loro paese.
– Nello Yemen si assiste a un immenso disastro umanitario. Stupri, violenze, aggressioni, uccisioni di migliaia di donne e di bambini.
Sono informazioni e dati offerti da Globat, casi drammatici verso cui si mostra l’indifferenza più assoluta dei media e dell’opinione pubblica.

Sembrerebbe che le guerre non siano uguali in tutto il mondo e che manchi la volontà di porre fine ai conflitti e di ristabilire la pace. E’ invece necessario intervenire in ogni parte del globo con azioni mirate che evitino il ricorso alle armi e che si avvalgano del dialogo e di risoluzioni soddisfacenti per tutti i contendenti.

L’intervento militare di Putin, prevedibile da lungo tempo, si sarebbe potuto evitare se solo si fossero messe in atto iniziative, a cominciare da quelle che avrebbe dovuto assumere l’UE in modo deciso e autonomo, mirate a trovare soluzioni che potevano essere condivise da ambo le parti.
Il mancato impegno ha dato vita così a una guerra che ha già prodotto migliaia di vittime tra i civili e ha sconvolto la vita di milioni di persone.

L’Ucraina, già prima dell’invasione russa, aveva vissuto momenti drammatici in seguito al colpo di Stato con il quale era stato destituito Yanukovich. Sconvolta da scontri violenti e armati aveva visto la morte di oltre 13 mila persone. Questa carneficina compiuta sistematicamente ha lasciato indifferente l’opinione pubblica di tutto il mondo ed è stata scarsamente trattata dai media.

Questa è una guerra dietro cui si cela un conflitto tra i paesi più forti Russia, Cina, USA per il dominio economico del pianeta. Il che significherebbe arrivare alla divisione del mondo in aree di loro influenza con un tentativo, soprattutto da parte degli USA, di limitare e indebolire il ruolo della Russia.

Tale tragedia ha evidenziato i limiti degli attuali sistemi di equilibrio geopolitico ed economico e la debolezza di una Europa troppo spesso silente e inerme per la composizione di una stabilità nell’area centrorientale.
E’ abbastanza evidente che, una volta risolto il conflitto russo-ucraino, le condizioni delle relazioni mondiali dovranno trovare un nuovo assetto che salvaguardi la pace in ogni parte del mondo e nello stesso tempo garantisca condizioni di sicurezza e di progresso civile ed economico.

L’UE, che ha fallito nelle sue strategie di centro di equilibrio tra USA, Russia e Cina, dovrà reimpostare tutta la sua politica estera ed economica. Appare abbastanza chiaro che il conflitto russo-ucraino non ha posto solo questioni di relazioni tra gli Stati, ma ha aperto una revisione dei rapporti di tutto il sistema finanziario e l’utilizzo e rifornimento delle materie prime.

La guerra in Ucraina è anche una lotta per il controllo sulle sue immense risorse, dall’uranio al carbone, dal ferro alla grafite, dal gas al grano, dalle patate al girasole. Gli interessi finanziari sono immensi e, in un’economia globale, il controllo delle fonti energetiche resta fondamentale e prioritario. Per esse si sono combattute e si combattono le più atroci e violente guerre e si provocano artificialmente quelle più utili a salvaguardare o a conquistare il dominio delle risorse naturali del pianeta.

La libertà e la democrazia vengono dopo e spesso sono una variante.
Obiettivo prioritario è la pace.

L’UE dovrebbe avere questo compito, svolgere una funzione umanitaria non solo in Ucraina, ma in tutte le aree del mondo anche le più lontane. Ora è urgente che l’UE impegni tutte le sue energie in tempi strettissimi per evitare un’eventuale recrudescenza dei combattimenti. I rischi di un conflitto con le armi nucleari deve essere scongiurato.
Bisogna dirlo chiaro e forte.
Non si deve parlare di una Terza guerra mondiale, perché questo significherebbe che si arrivi a una guerra termonucleare.
L’ultima.
Perché essa produrrebbe la distruzione dell’intera umanità e di tutto il pianeta Terra.
Nessuno potrebbe sopravvive.
O qualcuno immagina di rivivere la storia del film “Codice genesi”?
La fantasia non appartiene a questa epoca.

Occorrono più “grido” di pace e una forte pressione di milioni di persone che scendono in piazza per reclamare la pace in Ucraina e in tutto il mondo.
Le sanzioni possono anche essere giuste per giungere a una risoluzione, ma senza dubbio esse incideranno nel profondo dell’economia mondiale e saranno deleterie in paesi con un assetto strutturale economico più critico come quello italiano. Già la pandemia ha inferto colpi durissimi alla vita sociale e alle condizioni economiche del nostro paese con effetti devastanti sulle fasce più deboli. Le sanzioni hanno dato un ulteriore colpo alla fragilità del paese e aggravato le condizioni di profonda e irreversibile criticità di tutto l’apparato produttivo.

Si sono evidenziate con maggiore drammaticità le differenze tra il nord e il sud del paese, con un Mezzogiorno ancora più indebolito e precario.  Si è innestato così in un tessuto socio-economico, già di per sé in difficoltà, un processo prodotto dalla pandemia e dalle sanzioni nei confronti della Russia ancora più devastante.

Il Paese subisce un aggravio delle sue già precarie condizioni sociali ed economiche con il conseguente allargamento del solco delle disuguaglianze.
Il Mezzogiorno resta il luogo delle disparità per eccellenza se si tiene conto che le disuguaglianze dei redditi sono cresciuti a favore dell’1% più ricco che paga proporzionalmente meno tasse rispetto al 99% dei contribuenti.
Il 5% più ricco detiene oltre il 40% della ricchezza nazionale e il numero dei miliardari italiani è passato da 36 a 49, mentre la loro ricchezza complessiva è aumentata del 56% durante la pandemia.
Se il trend è questo è facile ritenere che le manovre e le speculazioni finanziarie per l’applicazione delle “sanzioni” accentuano le differenze tra ricchi e poveri.
E aumentano le disuguaglianze.

Non si può pensare di contrastarle con le sole politiche redistributive e con interventi occasionali e provvisori. Esse sono il risultato di precise scelte della politica e sono espressioni di interessi, di bisogni diversamente soddisfatti e non soddisfatti in un contesto di rapporti di forza e di potere.
A essere colpiti nell’era della globalizzazione e delle veloci trasformazioni tecnologiche non sono solo i più deboli, i poveri, i precari ma anche coloro che si trovano in posizioni più agiate e più consolidate nelle consuetudini di vita, ossia quel ceto medio che verrebbe trascinato verso condizioni di basso livello sociale e economico cui è preclusa qualsiasi possibilità di migliorare la propria condizione.

Il Mezzogiorno è sull’orlo di questo baratro e rischia di portare tutto il paese in un arretramento sociale ed economico dagli incerti esiti. Eclatante la condizione della scuola in questa area del paese, dove risulta che gli studenti di famiglie più abbienti riescono a reggere l’urto pandemico e gli effetti delle sanzioni che producono l’aumento dei costi, molto più di quelli di basso reddito concentrato nel sud del paese, dove le gravi condizioni hanno fatto emigrare negli ultimi anni un milione di giovani.
Basta dire che si assiste a un abbandono della scuola che sfiora il 20%, in Campania il 17% contro l’11% della Lombardia e il 9% dell’Emilia Romagna.
Nel Lazio la dispersione scolastica sfiora il 25%.

Non ci si può concedere di rimanere permanentemente in bilico tra soluzioni provvisorie determinando una situazione di grande incertezza che si riverbera sulle criticità del paese. Questo dato di fatto dovrebbe indurre la sinistra, e per primo lo stesso PD, a impostare un progetto riformista su cui promuovere una vasta unità democratica di forze progressiste proiettate in dimensione politica e morale. Un riformismo non di facciata ma rivolto a nuovi assetti delle strutture sociali in grado di produrre una moderna qualità dello sviluppo.
Si apre un orizzonte in cui la sinistra e le forze progressiste devono tornare a presiedere i valori dell’uguaglianza su cui poggiare la democrazia a salvaguardia della dignità di tutti, liberi da vincoli di dominio.

La pace è condizione inscindibile per costruire un futuro migliore.

 

 

 

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Di Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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