MAROCCHINATE E STUPRI DI GUERRA
Intervento di Angelino Loffredi all’iniziativa dell’Anpi “MAROCCHINATE E STUPRI DI GUERRA IN ITALIA 1943-1945. RIFLESSIONI E PROSPETTIVE”, svolta il 13 novembre ’21 nel salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale di Frosinone.
Il contributo lasciato da chi mi ha preceduto è prezioso e valido non solo per la riuscitissima operazione “verità e conoscenza” e per le considerazioni che l’accompagnano, ma anche per le sostanziali sollecitazioni ad avviare ulteriori sviluppi di discussione.
Intervengo pertanto per provare ad approfondire ulteriormente questioni già anticipate, per esprimere alcune preoccupazioni e per aggiungere alcuni temi che meritano di essere conosciuti ed esaminati.
Sperando di interpretare le aspettative di tutti, ritengo che l’iniziativa promossa dall’ANPI di Frosinone serva non solo per far conoscere ma anche ed in particolare modo per individuare strumenti e aspetti culturali da utilizzare, oltre che temi specifici in grado di fronteggiare, se non eliminare il ripetersi nel futuro di tali tragedie.
Insomma, conoscere, capire, contestualizzare per evitare.
Ritengo che la giusta e necessaria ricognizione di quanto avvenuto nel nostro territorio fatta da chi mi ha preceduto e le conseguenti considerazioni meritino nello stesso tempo di essere direttamente connesse con le violenze che ancor oggi vengono procurate in altre realtà europee e mondiali. Quanto è avvenuto Ieri, oggi, e avverrà domani hanno un filo nero che mette insieme tali tragedie. Sarebbe un errore se le separassimo, le tenessimo disunite o provassimo a sezionarle.
E’ sempre necessario ricordare e precisare, e’ vero, ma se vogliamo dare un contributo per prevenire che oggi o domani si ripropongano i disastri avvenuti nel passato dobbiamo essere attenti nel non refluire in un dolore che si limiti alla comprensione di quella che fu la nostra sofferenza territoriale. Questa è la preoccupazione che nutro, questa è l’insidia che vedo dietro l’angolo. In mondo sempre più globalizzato ed interconnesso noto anche il riproporsi di un nazionalismo sempre più aggressivo e minaccioso e che non mi sembra, purtroppo, adeguatamente contrastato. Ed i nazionalismi proprio per loro natura non vedono la sofferenza degli altri, anzi la ricercano. Se si vuole evitare che l’insieme di tali aspetti prevalga e si riproponga è urgente creare un’intesa, un’alleanza, una rete che metta al centro la lotta ed il contrasto contro tutte le violenze in qualsiasi parte del mondo esse avvengano. Non mi stancherò quindi di ricercare e di riproporre con convinzione l’internazionalizzazione del dolore e non limitarci, come spesso avviene, solo al pianto ed alla commiserazione delle persone a noi vicine. O si fa un grande balzo in avanti in questa direzione oppure temo che le cose non cambino e inevitabilmente si ripropongano. Accanto o meglio insieme a tale ipotesi poi bisogna mantenere aperte l’utilizzo e le opportunità offerte dalla Dichiarazione 1820 del consiglio di sicurezza dell’ONU del 21 giugno 2008, che ritiene lo stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Una presa di posizione che non elimina il problema ma che alza il livello di attenzione e che comunque può servire da deterrente.
Inoltre in modo sistematico e continuo è necessario mantenere aperta una battaglia culturale.
Perché le donne sono sempre state premio del vincitore? Perché ogni esito di battaglie militari si risolve, si conclude sul corpo delle donne? Quali sono le cause, da dove provengono l’idee che portano a tale conclusioni?
Bisogna partire dal fatto che le donne non sono mai state soggette di diritti, non hanno mai avuto riconosciuto un ruolo di governo reale. Nel corso dei secoli c‘è stata una lunga stratificazione di pensiero e di norme giuridiche direttamente interconnesse che hanno legittimato la sottomissione delle donne. Dai tempi dell’antica grecia, nei “secoli d’oro”, attraverso Platone e Aristotele prima e successivamente passando per Padri della chiesa abbiamo assistito ad una continua predicazione, accompagnata da una violenza inaudita, nei confronti del genere femminile. Già Paolo di Tarso nelle sue lettere invitava gli uomini a non toccare le donne, esse, infatti, con il loro corpo tentatore, allontanano l’uomo dal desiderio di Dio, nega altresì alle donne la possibilità di insegnare. La donna secondo Paolo deve starsene in silenzio. Non è mia intenzione approfondire e sviluppare oggi tale tema in modo compiuto, però in una sede di approfondimento, di studio e di conoscenza come questa mi permetto di sottoporlo alla vostra attenzione, riprendendo quanto già anticipato dalla professoressa Taricone, e vi chiedo se sia degno per essere successivamente sviluppato per aiutarci a comprendere i motivi ancora presenti del pensiero antifemminile.
Perché nelle religioni monoteistiche le donne ancor oggi non hanno funzioni di grandi responsabilità, mi limito ad osservare che non possono essere ordinate nemmeno sacerdotesse, rabbine o mullah?
Nel dopoguerra la risposta alle violenze sono conosciute sufficientemente?
La rimozione è avvenuta non solo da parte delle donne violentate ma anche da parte delle istituzioni nazionali e locali. In una società sessuofobica e maschilista non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno Stato che non prese mai le loro difese.
Il silenzio viene incrinato dalle iniziative dell’Unione Donne Italiane, organizzazione che dal 1948 in provincia di Frosinone riesce a stabilisce un rapporto diretto con le donne violentate. Cosa non facile perché era necessario trovare un linguaggio e una credibilità che permettesse di stabilire una relazione prima di tutto emotiva. Fra le animatrici di queste iniziative meritano di essere ricordate Maria Maddalena Rossi, deputata del pci e presidente della stessa UDI, Lea Locatelli, Adriana Molinari e la ciociara Lina Paniccia.
Il tema principale posto a favore delle donne violate riguardava la cura per le stesse e per i propri familiari, i sussidi e le pensioni. In seguito a tali iniziative nel territorio ci fu nel 1949 un incontro fra i sindaci di Ceccano, Sant’Elia Fiumerapido e Pontecorvo ed il Sottosegretario Giulio Andreotti. Ma il momento più alto a favore delle “marocchinate” viene raggiunto nel 1951.
E’ in questo periodo che l’UDI tiene riunioni a Sant’Elia Fiumerapido, Pontecorvo, Ceccano e San Giovanni Incarico. Una manifestazione promossa il 14 ottobre 1951 presso il Supercinema di Pontecorvo, relatrice Lina Paniccia, componente la presidenza provinciale dell’UDI, presenti i deputati Aldo Natoli e Domenico Marzi, viene ostacolata dalla questura per motivi d’ordine morale. Di violenza sessuale, e quindi di sesso pubblicamente non si poteva parlare. Le donne provenienti in autobus da paesi vicini, in particolare da San Giorgio a Liri, Castro dei Volsci, Amaseno, Esperia, Vallecorsa, Pico, Pastena, vallemaio e ceccano vennero fatte scendere dagli autobus, fuori dal centro abitato, duramente spintonate e disperse. Ma nonostante ciò riuscirono ad arrivare a piedi all’appuntamento ed alcune di queste presero la parola rendendo la manifestazione drammatica ed appassionata.
L’incontro di Pontecorvo fu un punto di svolta perché di fronte all’opinione pubblica le donne furono in grado di trasformare la violenza da fatto privato a questione politica pubblica. Eppure ci vollero sei mesi prima che la camera dei deputati discutesse una interpellanza di Maria Maddalena Rossi, principale organizzatrice della manifestazione di pontecorvo nella quale venivano poste tante questioni legate agli stupri. Era il 7 aprile 1952 quando l’interpellanza venne portata in discussione, ma in seduta notturna perché il tema era ritenuto peccaminoso e non consono alla istituzione
In generale si può dire che dal 1952 il Movimento delle violentate rifluisce. Il tema si riapre ma con motivazioni diverse con l’uscita del libro di Moravia “La Ciociara“.
Nello stesso tempo credo sia necessario mettere in evidenza come alla vigilia della pubblicazione del libro, la cultura sessuofobica fosse ancora presente e dominante. E’ importante sapere infatti che l’11 settembre 1957, il Vescovo di Veroli e 6 parroci della Diocesi sollecitano, attraverso un testo di 5 pagine, al Prefetto ed al Procuratore della Repubblica di Frosinone affinchè “vogliano attentamente considerare se essi ravvisano- come noi ravvisiamo- nel romanzo di Moravia elementi tali da incorrere nella censura, come opera contenente pornografia“.
Fortunatamente il libro venne pubblicato e qualche anno dopo attraverso il film con lo stesso titolo, Sophia Loren riceve l’Oscar e conseguentemente il tema viene conosciuto anche fuori dal nostro territorio.
Non posso concludere senza ricordare che le prime istituzioni che rompono il muro del silenzio sono l’Amministrazione Comunale di Castro dei Volsci, sindaco Berardi, e l’amministrazione provinciale di Frosinone, presidente Lisi. Il 3 giugno 1964 infatti dopo un intervento di Giacinto Minnocci, sulla rocca del comune ciociaro viene innalzato il Monumento alla Mamma Ciociaria.
Una comunità dunque non sente più vergogna, con coraggio esce dal cono d’ombra e dice al mondo, proprio attraverso il Monumento, che tante donne del paese sono state violentate. In ogni parte della terra fanno sapere che la vergogna non deve essere di chi ha subito la violenza ma dei violentatori.
Nel 2015, bisogna ricordare, che sui muri di Villa Santo Stefano ed Amaseno, per volontà delle rispettive amministrazioni comunali, vennero apposte delle targhe a ricordo delle terribili sofferenze vissute dalle donne di questi due paesi. Termino per far presente che sempre nel 2015 inoltre è uscito un libro patrocinato dai comuni di Amaseno, Vallecorsa e Villa Santo Stefano, edito da EDI, curato da Simona la Rocca dal titolo ”Stupri di guerra e violenza di genere“ opera che ancor oggi ritengo essere necessaria a far conoscere l’argomento e la sua complessità.