Vogliamoildivorzio 350 min

Dopo 50 anni

Un prezioso diritto conquistato nel 1970 e difeso vittoriosamente nel 1974

di Rossana Germani
Vogliamoildivorzio 350 minEra il primo dicembre del 1970 quando l’ordinamento giuridico italiano introduce la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. La legge n.898 fu una grande conquista. Fu una conquista, mi permetto di dire, soprattutto per quelle donne che spesso, una volta sposate, si trovavano incatenate ad un uomo a volte violento, a volte padrone e impositore. Nel 1974 tentarono di abrogarla col referendum ma fortunatamente vinse il NO. Sono passati 50 anni da quella legge e mi sento di dire un profondo grazie a quelle donne e a quegli uomini che si batterono per donare a tutti un diritto in più.
La storia di Anna è frutto della mia fantasia ma credo che ce ne siano di reali molto simili.
Tratto dal libro “Storie in Centrifuga” di Lorenzo Rossomandi e Rossana Germani. Temperatura edizioni.

Tutti i giorni la stessa routine. Si alzava all’alba, cominciava a riassettare la casa mentre tutti ancora dormivano e intanto teneva d’occhio l’orologio. Doveva svegliarlo alle sette in punto, altrimenti avrebbe passato la giornata a piangere per quei lividi che l’ira del marito le avrebbe di certo procurato. Anna non stava mai con le mani in mano ma era soltanto una casalinga, una madre e una moglie. E questo dava a suo marito l’autorizzazione a trattarla come uno straccio vecchio. Stava tutto il giorno in casa, in quella grande casa. Troppo grande per quattro persone. Troppo silenziosa quando i figli andavano a scuola. Troppo rumorosa quando restava da sola con lui. Era uno di quei mariti che dicono di amare la propria moglie scambiando il sesso per amore. Di quei mariti che invece di essere compagni di vita sono padroni di vita. Padroni e direttori della vita della propria moglie. Di quei mariti che pretendono a suon di botte, o violenze verbali, che tutto vada secondo il loro modo di vedere. Maschilisti per natura. Egoisti e crudeli. Anna stava cominciando ad abituarsi a quelle violenze. Cominciava ad accettarle. Si colpevolizzava. Pensava che, in fondo, aveva ragione lui. Era lui quello che portava i soldi a casa. Era grazie a lui che i suoi figli potevano permettersi di fare una vita agiata.

Lei veniva da un’umile famiglia di contadini e allevatori. Non le era mai mancato nulla ma non era mai uscita fuori dalla sua provincia. Caserta, in fondo, aveva tutto ed era sempre piena di turisti. Quella reggia, poi, aveva dato lavoro ai suoi tre fratelli mentre lei, ispirata proprio dal Vanvitelli, voleva studiare per diventare un bravo architetto. Ma quel giorno, proprio in quel giardino inglese della reggia, quell’incontro con il bel napoletano cambiò le sorti della sua vita. Si sposò quasi subito e dopo sei mesi abbandonò l’università e quindi il suo sogno. Non fu una sua decisione, se ne rendeva conto, ma era innamorata. O credeva di esserlo.

La sua vita cambiò drasticamente. Andò a vivere in quell’enorme casa a Napoli. Catapultata in un nuovo ambiente e senza la sua calorosa famiglia, Anna si sentiva sola. Non si sentiva abbastanza amata. Non era così che l’aveva immaginata la vita di coppia. I primi tempi forse suo marito l’aveva anche un po’ coccolata, ma ben presto la magia finì e lei si ritrovò accanto un uomo diverso, freddo, cinico e anche violento. Soprattutto dopo l’arrivo dei figli, lui alzava spesso la voce, offendeva, ordinava e pretendeva. E poi, cominciarono le violenze fisiche: prima lievi ma poi, via via sempre più pesanti tanto che spesso doveva recarsi al pronto soccorso accompagnata dal marito stesso che la minacciava costringendola a fare le solite dichiarazioni da casalinga sbadata: “sono caduta per le scale, sono scivolata in cortile, sono inciampata sul tappeto, sono scivolata in bagno, ecc…”.

Non c’era più complicità o forse non c’era mai stata. Forse lei, troppo ingenua, troppo giovane e innamorata di un uomo più grande, quella complicità l’aveva solo immaginata nella sua testa.
Ora si sentiva umiliata da quell’uomo.
Si sentiva sola. Stava vivendo una vita che non le piaceva.
Usciva solo per fare la spesa. Andava al negozietto del quartiere, a piedi. Già, a piedi. Il marito non le aveva permesso nemmeno di prendere la patente di guida. Non le serviva, diceva. Quando dovevano fare acquisti eccezionali l’accompagnava sempre lui. Aveva il controllo su di lei. Nell’ultimo anno anche le uscite domenicali per andare a trovare la famiglia a Caserta si stavano sempre più diradando. Lei ne soffriva molto e anche i suoi figli, che a casa dei nonni ritrovavano quella serenità che la vita in campagna, tra i cavalli, i cani, i gatti e le galline nell’aia, offriva.

Sembrava essersi rassegnata a quella vita, finché un giorno arrivò quella lettera. Non ci sperava più ormai. Erano mesi che aveva fatto la domanda e alla fine, dopo tutto quel tempo, ci aveva perso la speranza. E invece… invece arrivò la risposta positiva. L’aspettavano per un colloquio in quella grande fabbrica di elettrodomestici. Alla Ignis aspettavano proprio lei, Anna, quella madre amorevole, moglie maltrattata e umiliata ma donna capace di lavorare. Donna con braccia, gambe e un cervello perfettamente funzionanti. Quella lettera la risvegliò da quel limbo in cui era finita, in cui si era lasciata cadere. Quel lavoro l’avrebbe riscattata, l’avrebbe fatta rialzare, l’avrebbe resa indipendente economicamente ma soprattutto indipendente da quel marito che ogni giorno che passava la umiliava sempre di più.

Così, quella mattina del giorno stabilito, Anna si presentò puntuale all’appuntamento e la sua voglia di lavorare bastò al responsabile del personale per assumerla quel giorno stesso senza dover passare tutto l’iter. Era felice, avrebbe cominciato a vivere, finalmente.
Le cose cominciavano ad andare per il verso giusto, anche il marito cominciava ad avere un atteggiamento diverso nei suoi confronti, ma Anna non dimenticava tutti i lividi. Forse ora non erano più visibili ma rimanevano impressi nella sua mente e nella sua anima.
Non poteva dimenticare tutte le offese, le brutte parole e le umiliazioni.
Non poteva dimenticare tutte quelle volte che l’aveva posseduta contro il suo volere.

Erano passati cinque anni dalla legge 898, quella sul divorzio, e appena uno da quel referendum che quelliNO NO al Referendum min come suo marito avevano cercato di utilizzare per abrogarla. Lei aveva votato per il NO contrariamente a quello che il marito le aveva detto di fare, e ne andava fiera.

Ora aveva la possibilità di liberarsi.

Sì, doveva proprio farlo, era giusto, ma ci voleva quella spinta, quel coraggio e quel distacco che a lei mancavano. Non aveva nemmeno un’amica con cui sfogarsi e alla quale chiedere consiglio. In fabbrica, sì, aveva legato con molte colleghe ma non al punto da poter confidare cose personali così pesanti.

Con Nico, però, era diverso. Lui era molto simile a lei, sempre disposto ad ascoltare e mai a criticare. Le parlava non solo come un amico ma anche come un fratello o un padre. Era sempre pronto a consolarla e a consigliarla. Le aveva detto che c’era un’associazione a tutela delle donne maltrattate che avrebbe potuto aiutarla. Le aveva persino procurato il numero di telefono. Molte volte, quando si ritrovava da sola in casa, dopo l’ennesimo maltrattamento subito, Anna aveva preso la cornetta e composto quel numero ma quando la voce all’altro capo cominciava a fare domande, chiudeva la telefonata. Non si sentiva pronta per affrontare tutte le conseguenze che quella sua iniziativa avrebbe portato. Anche nell’ultimo colloquio avuto con la dottoressa del pronto soccorso, per un momento pensò di fare quel passo e dire la verità ma non ce la fece.

“Sono caduta dalle scale”. Questa era una frase che aveva usato troppe volte, ora le toccava inventarne altre. Ma quando raccontò di aver battuto lo zigomo all’anta dell’armadio, la dottoressa la portò in un’altra stanza, lontano dal marito che l’aveva accompagnata. Poco dopo si trovò a rispondere al maresciallo dei carabinieri che nel frattempo era stato avvisato. Travolta da tutte quelle domande, alla fine, Anna crollò in un pianto liberatorio. Raccontò tutto. Tra le lacrime sue e della dottoressa che non riuscì a rimanere impassibile, si liberò di quel peso che si portava dentro da troppi anni. Scattò subito la denuncia e dopo qualche udienza in cui dovette rivivere tutte quelle brutte scene, Anna riuscì ad uscire da quell’incubo che la teneva incatenata ad una vita che non era la sua.

Con i suoi due figli andò a vivere in un piccolo appartamento vicino la fabbrica. Certo non era la bella casa in cui il marito le aveva, quasi per gentile concessione, permesso di vivere. Ma questa era frutto del suo lavoro, un lavoro dignitoso, di tutto rispetto: operaia addetta al controllo dei cestelli. Era un lavoro ripetitivo ma non troppo pesante e a fine mese le permetteva di poter pagare l’affitto e far fronte alle esigenze primarie dei suoi figli prima che delle sue.

Era rinata. Stava vivendo una nuova vita, era serena, attiva e felice. Aveva fatto anche una specie di concorso interno e lo aveva vinto. Era passata di grado, ora era responsabile del settore controllo meccanico: capo area. Il lavoro non era più noioso e ripetitivo. Era di responsabilità. Guadagnava di più e si sentiva gratificata.

E poi, aveva sempre in testa il suo Domenico. Era stato il suo primo e forse unico vero amore. E ora che era tornata libera e soprattutto che lo aveva ritrovato, Anna sognava di tornare ad amare e di essere amata.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

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Di Rossana Germani

Rossana Germani nata a Sora il 5 Maggio 1975. Amante della scrittura, prima ancora che della lettura, ho coronato il mio sogno pubblicando il libro "Storie in centrifuga - Napoli non molla!" scritto insieme a Lorenzo Rossomandi.Sono a bordo della redazione di CiesseMagazine dove scrivo articoli e curo anche la rubrica di cultura, libri e poesia. Collaboro con UNOeTRE.it

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