Una nuova leva di quel fiume carsico dell’antifascismo che riappariva alla superficie ogni volta che l’Italia ne aveva bisogno…
di Aldo Pirone – Sessant’anni fa, il 7 luglio 1960, a Reggio Emilia caddero sul selciato fucilati dalla polizia cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI. Tre, Serri, Tondelli e Reverberi, ex partigiani. Fra questi caduti è da annoverare anche Giuseppe Malleo, sedici anni, reggiano, apprendista edile, militante della gioventù comunista che morì sei mesi dopo. Aveva ricevuto un colpo alla nuca.
Partecipavano a una manifestazione antifascista indetta dalla Cgil per protestare contro il governo del democristiano Tambroni che si reggeva con i voti determinanti del Msi, il partito erede diretto dei repubblichini di Salò, collaborazionisti dei nazisti. Fu il momento più tragico del moto antifascista che in quei giorni scuoteva l’Italia da Genova a Roma, da Napoli a Palermo e Catania in Sicilia. Due giorni dopo morirono, in queste città siciliane: Andrea Gangitano, Francesco Vella, Rosa La Barbera, Salvatore Novembre. A Licata, il 5, era stato ammazzato in una manifestazione contro la disoccupazione, Vincenzo Napoli. La polizia aveva avuto ordine di sparare contro i “perturbatori dell’ordine pubblico” dopo la grande manifestazione antifascista di Genova del 30 giugno (altre ce n’erano state nei giorni precedenti) contro l’annunciato Congresso del Msi di Michelini e Almirante nella città medaglia d’oro della Resistenza. A presiederlo, nel Teatro Margherita a cinquanta metri dal sacrario dei partigiani, doveva essere quel Basile che era stato prefetto della Repubblica sociale e che gran parte di quelle vittime aveva sulla coscienza. Il Congresso del Msi a Genova era il prezzo che Tambroni pagava ai fascisti per il loro sostegno. I genovesi, guidati dalla camera del lavoro, che indisse lo sciopero generale antifascista del 30, e dal ricostituito Consiglio Federativo della Resistenza (Pci, Psi, Psdi, Pri, la Comunità Ebraica ed esponenti liberali e cattolici), erano stati attaccati a piazza De Ferrari dalla polizia. Lì, avevano ingaggiato un’epica battaglia contro la celere del ministro degli Interni Spataro. Il Congresso fu impedito. La rivolta si era poi estesa a Roma il 6 luglio. A Porta San Paolo, dove nel ’43 era iniziata la Resistenza, si era acceso un altro scontro popolare. La questura aveva vietato all’ultimo momento, dopo averla autorizzata nei giorni precedenti, una manifestazione indetta dai partiti antifascisti della sinistra (Pci, Psi, Pri e radicali) che avevano anche nella capitale ricostituito un Consiglio federativo della Resistenza. I manifestanti reagìrono alle cariche della polizia a cavallo. Gli scontri si erano poi estesi ai vicini quartieri popolari di Ostiense e Testaccio. Tambroni disse alla Camera che era tutto un piano preordinato dai comunisti, non capendo che la ribellione aveva una radice antifascista estesa e profonda. A Genova, dove tutto era cominciato, era andato il socialista Sandro Pertini a sostenere le manifestazioni contro il provocatorio Congresso dei neofascisti e si aspettava l’arrivo di Ferruccio Parri.
Grazie a quel moto di popolo, animato da una nuova generazione di giovani antifascisti, i “ragazzi dalle magliette a strisce”, indumenti estivi allora di moda, viene liberata la strada per un nuovo equilibrio politico: il centro-sinistra. La Dc, il cui centrismo era stato battuto nelle elezioni politiche del 1953, e che non era risorto in quelle del 1958, aveva dato luogo a sette anni di contorcimenti politici di cui il governo Tambroni sorretto dai fascisti era stato l’ultimo e più pericoloso. Il fatto è che l’Italia era cambiata. Il boom economico aveva rafforzato l’aspirazione al progresso sociale, al cambiamento dei costumi, alla modernizzazione culturale. Il clericalismo, con le interferenze della Chiesa e un’ottusa censura, incombeva ancora. A febbraio
, per dire del clima imperante, alcuni deputati democristiani se l’erano presa con il film di Fellini “La dolce vita” perché, dicono, getta “un’ombra calunniosa sulla popolazione romana e sulla dignità stessa della capitale d’Italia e del cattolicesimo”. Ad aprile, il presidente della provincia di Milano, il democristiano Casati, non permise le riprese dell’Idroscalo del film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli” perché ritenuto opera “non molto morale e denigratoria”. Qualche giorno dopo il sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli, su esortazione dell’arcivescovo Alfonso Cataldo, vietò la rappresentazione del balletto “Il martirio di San Sebastiano” di Debussy perché era sconveniente che a interpretare il santo fosse la danzatrice sovietica Ludmilla Cerina.
Nella DC non c’erano solo i renitenti all’ “apertura a sinistra”, c’erano anche i suoi due cavalli di razza Moro (segretario) e Fanfani che lavoravano per aprire politicamente al Psi di Nenni. E c’era una larga parte del partito, soprattutto al nord, che non sopportava il connubio con il Msi. Dopo la fiducia ottenuta con i voti fascisti da Tambroni alla Camera, in seguito confermata al Senato, tre ministri democristiani, Bo, Pastore e Sullo, tutti della sinistra democristiana, si erano dimessi. L’11 aprile la Direzione della Dc aveva affermato che quel voto “aveva assunto un significato politico in contrasto con le finalità e la obiettiva funzione politica della DC nella vita nazionale”. Al che, il 14, la parola era passata a Fanfani che fallì la costituzione di un governo tripartito (Dc, Psdi, Pri). Gronchi, allora, aveva ingiunto a Tambroni di completare l’iter della fiducia al Senato. Stesso risultato politico: i voti fascisti determinanti. Dopo la reazione popolare, il 18 luglio sessantuno intellettuali cattolici avevano fatto appello contro le tentazioni autoritarie e la collaborazione con i neofascisti. A quel punto Tambroni si dimise. Solo che ci vollero i morti comunisti e antifascisti nelle piazze per dare una spinta in avanti alla situazione politica.
Il vento del moto antifascista soffiò per spazzare l’Italia non solo da vecchi e conservatori equilibri politici ma per portare aria nuova in tutti gli aspetti della vita sociale. E’ da lì che prese avvio il secondo tempo della Repubblica antifascista segnato da lotte epiche, sindacali, politiche, civili, e da conquiste che nel ventennio successivo avvicineranno la realtà sociale ai princìpi della Costituzione. Molti giovani allora, sull’onda del moto popolare e dell’emozione, decisero di militare nella sinistra. Ricordo ancora, il giorno dopo l’eccidio emiliano, il titolo a tutta pagina de “Il Paese”: “La polizia spara a zero sulla folla-Cinque morti a Reggio Emilia”. Ebbe l’effetto, anche per me, di una chiamata alle armi dell’impegno politico. Qualche giorno dopo chiesi la tessera della Fgci (Federazione giovanile comunista italiana) a consegnarmela fu un mio compagno di scuola alle medie, Bruno Pizzorno. Era il figlio di Amino che era stato comandante partigiano nella VI zona ligure. Eravamo, appena adolescenti, una nuova leva di quel fiume carsico dell’antifascismo, come lo definiva Luigi Longo, che scorreva nelle viscere di una parte grande del popolo italiano e che riappariva alla superficie ogni volta che l’Italia ne aveva bisogno, trasmettendosi da una generazione all’altra.
A settembre a Roma si svolsero le Olimpiadi. Le ultime del dilettantismo, le prime in TV. Ad accoglierle fu una città festosa che respirava a pieni polmoni un clima nuovo, di fiducia e di speranza.
Era come se l’Italia si fosse liberata di un peso, anzi di un rigurgito, quello fascista.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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