di Aldo Pirone – Il 12 dicembre di cinquant’anni fa ero un giovane e inesperto segretario della sezione del Pci di Cinecittà. Appena ascoltata la notizia della strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano e della bomba all’Altare della Patria a Roma, andai a via dei Frentani, dove c’era la federazione comunista romana, per saperne di più. Ma anche lì le notizie erano quelle che aveva trasmesso la TV di Stato.
Nei giorni seguenti apparve subito il tentativo, da parte della questura di Milano, di scaricare sugli anarchici la colpa dell’eccidio. Il “suicidio” dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della Questura, già diceva di quale scelleratezza fosse in atto. Cominciava l’era dei depistaggi sulle stragi e gli assassini che avrebbero insanguinato l’Italia.
L’era degli apparati di sicurezza dello Stato deviati, e delle scorrerie dei servizi segreti esteri nel nostro Paese. Il clima politico in quei mesi era incandescente. Si era nel pieno dell’“autunno caldo” con il contratto dei metalmeccanici ancora aperto. Qualche settimana prima c’era stato un grandioso sciopero generale per la casa, dove, in uno scontro con i dimostranti appartenenti a gruppi extraparlamentari, l’agente di polizia Annarumma era stato ucciso in via Larga a Milano. L’allora Presidente Saragat aveva stigmatizzato con parole durissime l’accaduto, suscitando molte polemiche a sinistra.
Girò voce che il Capo dello Stato volesse dimettersi per significare la drammaticità della situazione e i pericoli che correva la democrazia, causati, secondo lui, dai disordini delle manifestazioni operaie e studentesche. Il governo in carica era un monocolore democristiano diretto da Rumor, in attesa di ricostituire il centrosinistra andato in frantumi nel luglio precedente a seguito della scissione fra socialisti e socialdemocratici. A dirigere la Questura di Milano c’era Marcello Guida, al quale il Presidente della Camera Pertini si rifiutò di stringere la mano perché lo aveva avuto come occhiuto custode del regime al confino di Ponza e Ventotene durante il ventennio fascista. Le bombe terroristiche in cerca di strage erano già iniziate a deflagrare – ben otto – nell’agosto precedente sui treni. Per fortuna senza vittime ma con 12 feriti e molti danni. Furono solo un preavviso.
A capire subito la natura antidemocratica dell’attentato fu la classe operaia milanese che il 15 dicembre fece massicciamente ala al passaggio dei feretri delle vittime in Piazza del Duomo, in una giornata tanto plumbea e nebbiosa che il Comune aveva acceso perfino i lampioni.
Come ho detto, da giovane segretario di sezione mi posi subito il problema del che fare? Allora le sezioni comuniste non erano comitati elettorali alla corte di questo o quel candidato, erano organismi il cui compito, considerato ovvio, era quello di fare politica sul territorio su qualsiasi problema, grande o piccolo, che potesse interessare gli abitanti del quartiere. Mi venne in aiuto, un aiuto che ricordo determinante, l’amico e compagno Massimo Prasca, ex segretario di zona del partito. Prendemmo subito contatto con le altre sezioni dei partiti antifascisti: quelle socialiste del Psi, del Psiup e del Psu, quella del Pri e, con poca fiducia, anche della DC per fare un manifesto insieme.
Invece la DC, allora guidata, se non erro, da una persona seria, di cognome Lo Bosco aderì prontamente all’intento unitario. Negli anni a seguire, Lo Bosco, divenuto consigliere di Circoscrizione, si dimostrò sempre aperto verso il Pci anche se sempre orgogliosamente democristiano. Tanto da subire gli attacchi e i sarcasmi di alcuni suoi amici di partito che lo chiamavano “comunistello da sagrestia”.
Ci ritrovammo tutti la domenica mattina del 14 dicembre nella sede del Psi di via Messala Corvino. Fummo d’accordo che il testo del manifesto dovesse essere breve, fermo nel respingere l’aggressione alla democrazia repubblicana, invitante i cittadini a vigilare, a mobilitarsi e a stringersi attorno alla Repubblica. Dopo qualche polemica, condita da qualche battibecco fra i compagni socialisti del Psi e del Psu, rimasuglio della separazione da poco avvenuta, il testo fu definito.
Dovevamo scegliere il titolo. Un titolo, però, e anche qui fummo tutti consenzienti, che non trasmettesse paura ma fiducia nella Repubblica e nella democrazia. Alla fine decidemmo. E il giorno dopo sui muri di Cinecittà, per la prima volta apparve un manifesto firmato da tutti i partiti antifascisti (meno il liberale che non avevamo trovato perché non aveva una sede nel quartiere) il cui titolo principale a tutto campo era: LA REPUBBLICA E’ PIU’ FORTE.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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