bruxelles parlamento europeo

bruxelles parlamento europeodi Francesco Garofani – L’Europa unita rimane una grande idea e fin qui è riuscita a garantire molti decenni di pace al vecchio continente, dopo secoli di guerre. E questo nonostante le classi dirigenti e le élite burocratiche europee dell’ultimo trentennio abbiano dedicato più energie alla moneta unica che non alla costruzione dell’unità politica.

Negli ultimi anni, precisamente dall’esplodere della crisi più pesante del secondo dopoguerra e forse dell’età moderna, però, il difficile equilibrio del compromesso europeo ha subito due forti scosse che hanno finito per alimentare l’anti europeismo e l’euro scetticismo: le politiche di austerity e quelle migratorie.

Le prime concentrate sul debito pubblico hanno finito per coinvolgere negativamente l’economia reale fino a compromettere la coesione sociale. Le seconde – in presenza di un moto migratorio di dimensioni epocali che di certo non si arresterà ora davanti alle ricette securitarie di alcuni Stati- hanno deciso che ad occuparsi dei confini dell’EU rimanessero da sole Spagna, Grecia ed Italia come se ancora si trattasse dei vecchi confini nazionali.

Questo ha alimentato quello che tutti chiamiamo di continuo, purtroppo senza troppi distinguo, sovranismo o populismo.

Ma l’Europa non è solo questo.

Si potrebbe parlare di molti campi in cui l’Europa si è rivelata utile alle genti europee, ma qui prendo ad esempio solo i temi del riscaldamento globale e dei conseguenti cambiamenti climatici, e più in generale dell’ambiente.

In questi ambiti l’UE ha fatto bene e continua a fare bene, al netto di alcune critiche particolari, anche condivisibili, che tuttavia non sono in grado di alterare il giudizio generale positivo.

Ad esempio in materia di salvaguardia ambientale la VIA, la valutazione di impatto ambientale, è nata con una direttiva comunitaria del 1985, anche se noi l’abbiamo introdotta solo nel 1996. Il che non vuol dire aver risolto i problemi, ma solo che grazie alla VIA e alle successive evoluzioni legislative e ai nuovi strumenti è più difficile inquinare rispetto a prima.

Anche in tema di rifiuti e discariche la disciplina si avvia in sede europea. La prima direttiva arriva nel 1975, noi la recepimmo nel 1982. Una seconda direttiva arriva nel 91, noi la recepimmo nel 1997 con il decreto Ronchi. Tra luci e ombre, d’allora la materia dei rifiuti nel nostro paese ha iniziato ad uscire dal medioevo.

Il 4 luglio scorso per sostenere la politica di transizione verso “economiacircolare” – cioè il nuovo paradigma che, se davvero si vuole tener conto dei cambiamenti climatici, della esiguità delle risorse e dalla difesa dell’ambiente, è necessario assumere fino in fondo per passare dal concetto di rifiuto a quello di risorsa – sono entrate in vigore le nuove 4 direttive europee che modificano le sei precedenti in materia di rifiuti, imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile. Alcuni degli obiettivi di riciclaggio in esse previsti sono: per i rifiuti urbani il 55% entro il 2025, il 60% entro il 2030 e il 65% entro il 2035; rifiuti in discarica fino ad un massimo del 10% entro il 2035; per il riciclaggio degli imballaggi il 65% entro il 2025 e il 70% entro il 2030; mentre i rifiuti tessili e rifiuti pericolosi delle famiglie dovranno essere raccolti separatamente dal 2025. Gli stati membri hanno tempo fino al 2020 per recepire tali direttive.

Anche per questo argomento non voglio dire che abbiamo risolto i problemi, ma solo che le regole esistono e producono già i loro effetti: si pensi soltanto all’innalzamento della percentuale di raccolta differenziata figlio diretto del recepimento delle direttive europee di questi anni.

Molto c’è ancora da fare, come la cronaca quotidiana di masse di rifiuti per le strade delle città e di incendi nei capannoni di raccolta della plastica dimostra. Ma queste ed altre deficienze sono attribuili solo alla miopia delle classi politiche, soprattutto regionali, alla criminalità e alla scarsa sensibilità di pochi singoli.

Anche in tema di “cambiamentoclimatico” il ruolo dell’Europa è stato determinante nel decennio scorso con i famosi obiettivi 20-20-20 al 2020 – cioè riduzione del 20% dell’emissioni in atmosfera rispetto al 2005, 20% di penetrazione delle rinnovabili nei consumi finali di energia e 20% di riduzione dei consumi di energia – con i quali il vecchio continente si è candidato ad assumere la leadership nella lotta al riscaldamento globale.

Oggi sono in discussione i Piani nazionali energia e clima figli del nuovo quadro di obiettivi che l’UE si è data per il 2030. Quadro che rafforza ancor più il ruolo di driver mondiale che l’Europa già ha nella lotta ai gas serra. Si tratta dei cosiddetti obiettivi 40-32-32,5, cioè meno 40% di emissioni di CO2 rispetto al 1990, più 32% di penetrazione delle rinnovabili e un più 32,5% di efficienza energetica.

Penso, in conclusione, che tali questioni vadano tenute presenti nel giudicare l’Europa il prossimo maggio in occasione delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, dal momento che, senza troppe distinzioni tra le diverse generazioni, gli italiani si dichiarano in grandissima parte favorevoli alla lotta al cambiamento climatico e alla difesa dell’ambiente. Materie e questioni, queste, sulle quali è sicuramente necessario fare di più, perché determinanti per la sopravvivenza della specie umana più che del pianeta, e che, però, senza l’Europa di questi anni sarebbero rimaste relegate al livello nazionale, con il rischio concreto di essere affrontate anche in modo blando o non integrato. Come ad esempio accade oggi negli USA di Trump.

15 novembre 2018

 

 

 

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Di Francesco Garofani

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