Piazza del Campidoglio 350 260

Piazza del Campidoglio 350 260di Aldo Pirone – Sabato mattina in piazza del Campidoglio c’è stata una manifestazione di protesta contro l’attuale amministrazione capitolina pentastellata, promossa da un gruppo di sei donne su facebook, ammiratrici dei “Tre moschettieri”: “Tutti per Roma. Roma per tutti”. La partecipazione, stando ai giornali, è stata di qualche migliaio di persone, per lo più di una certa età e provenienti dalle zone centrali dell’urbe. Un ceto medio riflessivo e delle professioni, si potrebbe dire, alquanto arrabbiato per lo stato in cui versa la città. La sindaca Raggi, naturalmente, è stato il bersaglio principale delle contestazioni il cui filo conduttore era la richiesta di dimissioni di Virginia.

La sindaca non l’ha presa bene e, un po’ stizzita, ha commentato che era tutta roba del PD mascherata da società civile: “Quelli del Pd – ha replicato – erano riconoscibilissimi: signore con borse firmate da mille euro indossate come fossero magliette di Che Guevara e – accessorio immancabile – i barboncini a guinzaglio (ovviamente con pedigree)”. Insomma i soliti radical chic “che non hanno mai preso un autobus in vita loro o fatto la spesa al mercato”. Poi, digrignando i denti, ha concluso: “Non mi lascio incantare dalle sirene degli orfani di ‘mafia Capitale’ “.
Eppure la sindaca, non dovrebbe dormire sonni tranquilli e non solo per le sue vicende giudiziarie in corso. Al di là delle polemiche su quelli di prima che per ripresentarsi si debbono mimetizzare – ma sarebbe bene che non sottovalutasse anche quel segnale di vitalità oppositoria – la Raggi dovrebbe immedesimarsi proprio in quelli che prendono l’autobus tutti i giorni e fanno la spesa al mercato, soprattutto nelle periferie. Si accorgerebbe allora che le cose, le opinioni, le sensazioni non sono più quelle che l’hanno portata al trionfo nel ballottaggio del 2016.

Sono passati 27 mesi dall’insediamento dell’amministrazione pentastellata e, a metà del guado, si può fare un bilancio parziale delle sue capacità. Partendo non dalle polemiche politicanti ma da quello che il cittadino normale, anche quello che ha votato la Raggi, riscontra, e soffre, giorno per giorno.
Nessuno, che avesse un minimo di discernimento politico, si aspettava che la nuova amministrazione potesse risolvere con un colpo di bacchetta magica i problemi di Roma lasciati incancrenire da anni di mala amministrazione, compendiati dalla vicenda di “Mafia capitale”. Ma continuare a giustificare la condizione degradante in cui versa l’urbe con la pesante eredità ricevuta, o le proprie défaillance con le faziose campagne di stampa delle cronache dei “giornaloni” romani, che pure non mancano, comincia a mostrare la corda mano a mano che i mesi e gli anni scorrono implacabili.virginia raggi m5s 340 250

Il punto essenziale è che sulle questioni più elementari e più impattanti nella vita quotidiana dei cittadini non si vedono miglioramenti sensibili. Vediamone le tre più importanti e generali. La questione dei rifiuti continua a essere appesa al filo dell’emergenza. Basta un nonnulla, cioè il fermo di un impianto di smaltimento per rotture o manutenzioni, che i cassonetti tornano a traboccare su strade e marciapiedi, sia in centro che in periferia. Si può dire che su ciò ci sia stata non una risoluzione del problema – cosa che sarebbe stato demagogico attendersi -, ma almeno un miglioramento? Non pare.
Manutenzione del verde. Anche qui, a parte le azioni di gruppi di cittadini volenterosi per la cura di piccoli giardini e aree verdi, quanto a sfalcio dell’erba non c’è stato un miglioramento sensibile. Quest’anno solo un’estate meno calda ci ha salvato dai roghi. Quanto alle potature degli alberi provvede a farli il vento quando, come oggi, tira forte.
Trasporti. La cura del ferro langue. All’attivo c’è il prolungamento subito attuato del tram 3 alla Stazione Trastevere e poi, dopo tanti rinvii, la congiunzione della linea C con la A a San Giovanni e l’apertura della relativa stazione che è un gioiello. Un po’ pochino se confrontato alle continue rotture delle linee del metro per difettosa manutenzione e gli allagamenti, con relativa chiusura, di varie stazioni quando piove sopra la media. L’eredità negativa è stata pesante, è vero, ma, in tutti questi mesi, non si è andati migliorando. Dei tram promessi, finora non si è aperto un solo cantiere. Si è invece notato un passaggio dei “cinquestelle” sui binari scivolosi dell’ “annuncite”, malattia epidemica grave e diffusa nelle amministrazioni precedenti. Si annunciano tram su viale Marconi, su via Tiburtina da piazzale del Verano verso l’omonima stazione, e da Piazza Vittorio su via Cavour fino ai Fori. Tutti per gli anni a venire. L’unico, quello strategico su viale Togliatti e richiesto dai cittadini con un’apposita delibera d’iniziativa popolare e approvato dal Consiglio comunale all’unanimità, rimane nel cassetto. Dissero che non c’erano i soldi. Ma ora, con i pentastellati al governo, qualcosa dovrebbe cambiare. O no? Se dal ferro si passa alla gomma, la disperazione non s’attenua. Gli autobus non passano più frequenti che ventisette mesi fa, al contrario si sono fatti più radi e vanno a fuoco più spesso. Prenderli e uscirne illesi è come vincere un terno al lotto.
Buche e manutenzione stradale. Anche qui le cose, in generale, non sono migliorate granché.

E’ evidente che la scelta giusta e doverosa di ricondurre le manutenzioni e gli acquisti dentro le gare di appalto non sta dando i frutti sperati. Le gare, spesso, sono bocciate o vanno deserte e i lavori urgenti vengono rimandati. L’impressione è che la sindaca e gli assessori non riescano a padroneggiare una macchina comunale, soprattutto nei gradi apicali, infiltrata dalla corruzione, che si difende con lo scudo burocratico avvolto dal ginepraio di leggi, regolamenti, norme e cavilli. Tutte cose che già si sapevano e che non si prestavano alle promesse palingenetiche che hanno contrassegnato la campagna elettorale grillina.
Il discorso si potrebbe allargare ad altri temi meno elementari ma non meno importanti. La politica urbanistica che non si sa che fine abbia fatto. La sola scelta di un certo peso – per altro sbagliata perché speculativa e in contraddizione non solo con il Prg ma con gli impegni programmatici pentastellati –, il famigerato Stadio della Roma, è diventata, con gli scandali giudiziari e l’intervento provvidenziale della magistratura, la nemesi pentastellata di quello che non si ha da fare. Il decentramento amministrativo è stato dimenticato. Gran parte dei Municipi – anche se non mancano alcune brave Presidentesse grilline – si dibattono nelle medesime difficoltà finanziarie e amministrative delle precedenti amministrazioni. I rapporti con i Dipartimenti comunali, decisivi per far funzionare la macchina del decentramento, lasciano a desiderare. Il che significa che a poteri vigenti gli assessori pentastellati non riescono a controllare la produttività e la sollecitudine degli uffici. La Raggi sarebbe anche sindaca della città metropolitana, con tanto di consiglio, assessori delegati, assemblea, commissioni e gruppi consiliari, ma nessuno se n’è accorto finora. Forse perché, per cotanta istituzione, i cosiddetti politici “competenti” che l’hanno varata nel 2014 non hanno previsto gli elettori. Ma lei potrebbe darle una svegliatina.

Ora, a queste succinte constatazioni Virginia Raggi risponde che la città sta cambiando ed elenca sempre una serie positiva d’interventi fatti. Sembra un po’ come il Renzi d’antan, che ancora non si rende conto del perché è stato ripetutamente suonato dagli elettori nonostante i suoi magnifici provvedimenti governativi. Antonio Padellaro, dal canto suo, su “Il Fatto Quotidiano” cerca di mettere in guardia i critici della sindaca sul pericolo che se la Raggi cade, a Roma arriva Salvini. Che è un po’ l’argomento della disperazione politica, già usato spesso senza alcun risultato da quei politici del vecchio centrosinistra a trazione renziana che il giornalista ha criticato in passato. Inoltre invita ad aspettare il termine dei cinque anni per giudicare l’operato della sindaca di Roma. Anche questo, un argomento già usato ed abusato negli anni trascorsi un po’ da tutti e per tutti. Se uno, o una, non riesce a guidare una macchina dopo un congruo periodo di tempo e diversi kilometri percorsi, non bisogna aspettare che finisca contro un muro per dirgli che sta andando a sbattere. Si cerca di far comprendere che bisogna cambiare marcia, girare il volante nel verso giusto, adoperare meglio il gas, la frizione, il cambio. Soprattutto se a sbattere non ci va solo lei o lui ma anche i loro amministrati.

La cosa più toccante, però, è l’autodifesa di Virginia: ce la sto mettendo tutta, faccio del mio meglio, dice a un dipresso. E’ vero, basta vedere quel viso smunto, quegli occhi incavati, privi di gioia e di serenità, per comprendere lo sforzo per lei sovrumano.
Solo che gli elettori l’hanno votata per migliorare la città, non per vederla peggiorare, avendo “fatto del suo meglio”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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