Stupri di guerra

Stupri di guerradi Stefania Catallo – Sulla pelle delle Marocchinate è stata fatta l’Italia. Sul dolore taciuto e sconosciuto di queste donne si è fatta la Liberazione. Su queste Resistenti dimenticate è passato il fragore della guerra; i loro occhi hanno visto miseria e devastazioni, il loro corpo è stato tirato a sorte, la loro Passione è stata cancellata dalla Storia.

Ben più importante era stata la liberazione di Roma, avvenuta neanche venti giorni dopo quei terribili giorni di maggio del 1944. A chi importava frugare tra le macerie umane lasciate dai goumiers nordafricani, gli irregolari al seguito della V Armata del generale francese Juin, che si erano dati allo stupro e al saccheggio, avallato se non concesso dalla famosa Carta bianca delle 50 ore, mentre a qualche centinaio di chilometri a nord il generale Clark entrava vittorioso a Roma?
Danni collaterali. Niente altro che questo, un prezzo da pagare per liberare il Paese dal nazifascismo. Corpi barattati, puntini quasi invisibili su una carta geografica distesa sul tavolo, laddove si decide il destino della guerra.

Il passaggio delle truppe nordafricane nel basso Lazio e in Ciociaria, nel maggio del 1944, aveva prodotto devastazioni inimmaginabili.
Questi irregolari erano stati impiegati dagli Alleati come una testa d’ariete per lo sfondamento della Linea Gustav, che passava per i Monti Aurunci, dividendo l’Italia in due. Al Nord e al Centro i Tedeschi, al sud gli Alleati. Nessuno era stato in grado di far retrocedere l’esercito nazista dalle montagne sulle quali si era arroccato, respingendolo verso nord; si era quindi deciso di mandare i goumiers, le truppe nordafricane al seguito della V Armata del generale Juin, in quanto specializzati nella guerra di montagna. Col tacito accordo che dal loro sacrificio sarebbe dipesa l’indipendenza del Marocco e dell’Algeria, ammantandoli così della gloria degli eroi.
Tutto questo era costato ai goumiers un prezzo altissimo in vite umane, ma altrettanto alto era stato quello pagato dalle popolazioni locali che erano state depredate, sottoposte a violenze e saccheggi e soprattutto ai loro stupri sistematici. Interi paesi erano stati travolti da questa furia inarrestabile, che si era abbattuta non soltanto sulle donne, ma anche su uomini e animali.

Alla devastazione della guerra si era aggiunta anche questa tragedia, rendendo pesante la ricostruzione delle comunità, colpite al cuore dalla violenza immotivata e inaspettata di coloro che erano stati considerati quali i liberatori dal nazifascismo.
Per tanti anni questa dolorosissima vicenda umana è rimasta semisconosciuta; le popolazioni hanno ricostruito i paesi e le case, ricominciando la loro esistenza senza parlare di quello che avevano subito. Ma la memoria è una forza potentissima, non può essere cancellata, e alla fine i racconti di questa pagina di Storia sono emersi prepotentemente dai ricordi di coloro che prima avevano subito l’onta delle violenze, e poi l’indifferenza dello Stato.
Nonostante le proteste, le manifestazioni, nonostante le accorate interrogazioni parlamentari della deputata PCI Maria Maddalena Rossi, nulla venne fatto. La legge non considerava la violenza sessuale quale crimine contro la persona, bensì quale reato contro la morale. Le cose cambieranno nel 1995, vent’anni dopo i fatti del Circeo, a cinquant’anni dalle Marocchinate. Ed è da notare l’orario in cui le interrogazioni parlamentari venivano svolte: gli atti riportano “alle ore 21”, in quanto non era consentito né reputato conveniente parlare di stupro nelle ore antimeridiane. Sarebbe stato uno scandalo.

Le Marocchinate sono ancora vive. Pochissime, certo, quasi tutte oltre i novant’anni. Le ho incontrare lungo la mia ricerca durata dodici anni, scaturita dalla curiosità e dalle mie origini ciociare. Da ciò è nato il mio ibro “Le Marocchinate” (2015, Universitalia), giunto alla sua terza edizione e presentato in numerosissimi comuni ciociari e non; nelle Università, tra le quali quella di Cassino, assieme alla professoressa Fiorenza Taricone; nelle associazioni, dove ho avuto l’onore di sedere accanto a studiosi del luogo, come Angelino Loffredi e Lucia Fabi; nella Biblioteca della Camera, dove ha partecipato una rappresentanza diplomatica francese. La politica che ho perseguito è stata volta alla raccolta della memoria storica di quei giorni, e al rifiuto assoluto di qualsiasi strumentalizzazione politica, che ho ritenuto vergognosa e squallida. Sono stata accolta nelle loro cucine odorose di aglio e di erbe aromatiche, mentre le ascoltavo e contemporaneamente mi occupavo di preparare il pane o servire a tavola. La loro fiducia in me è passata attraverso il mio essere come loro, attraverso l’ascolto del cuore, con dialoghi silenziosi fatti con gli occhi e le mani. Ne hanno da vendere, di dignità. Ti guardano dritto negli occhi, e raccontano senza rancore cosa è loro successo, facendoti udire il rumore delle porte sfondate a calci, delle risate e delle parole in una lingua incomprensibile. Facendoti percepire la puzza di guerra e di sporco di quelli che esse credevano fossero il liberatori. Facendoti promettere che lo scriverai e lo racconterai, che sarai il loro strumento. E così ho fatto, creando il primo libro-testimonianza italiano dedicato alle loro memorie.

Abbiamo programmato, assieme alla Taricone e ad altre personalità, un grande convegno che avrà luogo tra poche settimane. Abbiamo raccolto nuovo materiale storico cartaceo, grazie alla collaborazione con Marcello Remia, che presenteremo durante l’evento. Ed è pronta l’edizione francese del libro, che verrà distribuita contemporaneamente al convegno.

Le Marocchinate sono tra le Resistenti più coraggiose. Non è giusto dipingerle solo come vittime, perché hanno continuato a vivere, ad allevare i loro figli, ad essere le nostre nonne. I carnefici, erano quelli con le medaglie appuntate al petto, fieri e impettiti nei ritratti ufficiali, seduti sugli scranni del Parlamento, e perché no, anche sulle sedie solenni nelle cattedrali, dopo la guerra. E che, forse, oggi stanno ritornando sotto le mentite spoglie di giustizieri senza giustizia sulla pelle delle Marocchinate.

Di Stefania Catallo

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

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