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PRC-SE  CIRCOLO “5 APRILE” CECCANO

“Non si può più vivere in questo modo”

di Luigi Mingarelli e Gino de Matteo
bandiera prc 350 min”Grande è la confusione sotto il cielo”, affermava Mao Ze Dong, “quindi la situazione è eccellente!” agli inizi degli anni sessanta mentre si preparava a guidare la Rivoluzione Culturale Cinese che avrebbe dovuto rilanciare il processo rivoluzionario in Cina.

Una citazione che ci pare appropriata per definire sotto un unico comune denominatore la complessità della situazione nazionale ed internazionale resa ancor più complessa dai tanti commenti, analisi e dichiarazioni politiche più o meno illuminanti e a volte scontate.

Poi ci si mettono anche le elezioni dei presidente di Camera e Senato con il teatrino dei voti dati e negati con relative dichiarazioni e smentite. Si sa la “stampa” su i fiumi di parole “ci campa”. Detto questo a noi, comuni mortali, non resta che provare a perlustrate percorsi nuovi per mettere all’ordine del giorno i temi da affrontare con urgenza per il paese ed in particolare per gli umili, i vecchi e nuovi poveri, per i giovani, per le donne, per le famiglie, per i lavoratori, per i deboli in generale.

Le elezioni sono state celebrate e non possiamo certo continuare a sacramentare contro la mala sorte che ci ha consegnato un risultato che, mettiamola così, non ci aggrada. Qualcuno sarà pure capace di assumersi le proprie responsabilità una volta tanto.

Ha vinto la Meloni. Una vittoria che possiamo sminuire quanto vogliamo ma in una “democrazia matura” è un risultato che “ci sta”. Non si pensi che sia, la nostra, sadica soddisfazione. Va preso atto che s’è verificata proprio quell’alternanza di governo tanto cara al fronte progressista governista. Il voto all’americana è segno di modernità anche se come in America e in mezza Europa, Italia compresa, al governo c’è la destra.

Ed ora, fatto sta che il paese e purtroppo i cittadini tutti dovranno fare i conti con quel che ne verrà ed insistere sull’idea fanciullesca dell’uomo nero, del bau bau serve a poco visto che è stato, a dirla tutta, il risultato di un altro errore tattico del fronte cosiddetto progressista. Insomma continuare a lanciare chiamate alle armi contro il pericolo fascista è un trucco oratorio assurto negli anni a tattica elettorale è, non da ora, spuntato. Non è così che si fa opposizione rigorosa ed intransigente checché ne dicano i nostri campioni governisti del Centro Centro.

È alla sinistra, agli insorgenti, ai collettivi, alla moltitudine desiderante insomma che tocca “far politica” o meglio ritornare finalmente a fare politica. Per cui mettendo, per il momento, da parte i numeri elettorali avviamoci a ripensare, noi di RC, possibilmente insieme ai tanti che ci staranno, su cosa e come intendiamo “far politica”.

Il risultato del voto mette in chiaro, in tutta la sua interezza, che l’elettorato ha espresso un giudizio non appellabile sulle strategie politica di ogni singolo partito in lizza. Accettare questa non banale verità ci permette di evitare di scivolare nel dettaglio su questo o quel gruppo parlamentare attaccato alle poltrone.

Fronte largo o fronte popolare
A mettere in crisi i partiti che, per quanto poco credibili oramai si autodefiniscono “di sinistra” non sono stati i ben noti – per la loro perenne litigiosità – partitini, i gruppi e gruppetti che hanno rifiutato di aderire allo scellerato “Campo Largo” di Letta.
Semmai quella visione strategica è, e a quanto pare resta, il punto di ricaduta di un lungo percorso che ha visto l’organizzazione erede del glorioso Partito Comunista Italiano, scivolare verso la riedizione della Balena Bianca.2.
Un risultato oramai convalidato anche da crisi interne e che il congresso prossimo a venire farà emergere in tutta la loro virulenza.

Ammettere quella verità della Balena Bianca.2 non è cosa da poco sia per i comunisti, residui, ancora presenti negli organici del gruppo dirigente del PD che per quei compagni che ancora continuano ad arrovellarsi su come “riportare a sinistra” un intero partito. Ma è proprio difficile capire che quel partito e dunque quel corpo militante, si fa per dire, è consolidato, da oltre un ventennio, su una visione strategica ed una conseguente pratica politica governista ultraliberista?

Evitiamo dunque gli inutili discorsi moralisteggianti sulla sete di potere o sulla corruzione, che pure ha una propria evidenza strutturata anche nella parte progressista a Frosinone: a determinare la crisi dei partiti, è la scelta strategica di porre al centro della propria ragione di esistere lo stare al governo, nonostante la perdurante emorragia di consensi, e in aggiunta traducendo la propria azione di governo nella difesa degli interessi dei pochi, i sempreterni ricchi, bloccando ogni speranza di vita dignitosa al resto della popolazione. Non si spiega altrimenti il voto operaio e popolare raccolto dalla destra ed in particolare da Meloni unica leader che si è opposta a Draghi ed al Governo dei Migliori.

Tanto ardire disturba? Ma qualcuno deve pur affermare con serena schiettezza che “il Re è nudo!”. O no?
E ce ne è anche per “i litigiosi partitini e gruppi e gruppetti di sinistra” di cui sopra che, costretti ad emergere in questa inattesa campagna elettorale, hanno solo potuto consolidare, in termini di voto, l’entità e l’estensione dei loro rapporti con le comunità ed i territori di riferimento.
A loro tocca riconoscere che puntare alle elezioni per avere visibilità o puntare alla propria visibilità per andare in Parlamento è un circolo vizioso che serve solo … a perdere voti e credibilità. Anche per loro tocca dunque riflettere sul cosa intendono e come rilanciare la discussione sul “fare politica”. A poco serve rifugiarsi in pratiche stantie di modelli organizzativi più o meno unitari e rischiare di ripetere come paranoici masochisti la medesima strada per le prossime elezioni regionali del Lazio.

Senza aver chiaro chi si è, dove e come si vuole andare avanti non c’è alleanza che possa tenere e poi con la destra al governo che preme non c’è proprio tanto da sperare su una maggiore visibilità mediatica.
Riprendere la vecchia litania sull’essere uniti perché si è più forti serve a poco. Bisogna aver chiaro, ed insieme per quanto possibile, da che parte stare in questa fase così complessa.
Si è così. Qualcuno ha scritto che “la fase è complessa ma non è complicata. Basta scegliere da che parte stare”. Ed è appunto questo il problema che si presenta anche ai tanti pensatori liberi allo sbando perché non hanno ancora elaborato il lutto della perdita del grande partito comunista.

È comprensibile. L’aver vissuto nell’alveo rassicurante di una strategia che assicurava il sol dell’avvenire alla capacità di trasformare il popolo indolente, quello delle fabbriche e dei quartieri, in “Massa Critica” capace di lanciare nel soffio del voto d’opinione i parlamentari giusti guidati dal giusto partito al governo del paese, rende difficile fare i conti con la lotta di classe e con la lunga sconfitta che si è sviluppata nell’ultimo ventennio.

Nel 2006 Warren Buffett – imprenditore, economista e filantropo statunitense, soprannominato «oracolo di Omaha» per la sua abilità di previsione negli investimenti finanziari – ebbe a dire “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.” Solo il fronte progressista planetario ed italiano, ovviamente, non s’è misurato con tale affermazione. D’altra parte era più che complicato affrontare la questione perché si trattava di rinnegare anni di battaglia ideologico – politiche interne, per rinnegare proprio la lotta di classe come concetto strategico.

Ma il tempo è galantuomo … purtroppo in questo caso; si può tentare con straordinaria pervicacia a dichiarare con cadenza ciclica che Marx è morto, salvo poi ritrovarsi con altrettanta ignominiosa faccia tosta a ripescare, ogni volta, passi, testi, alla ricerca di una qualche tesi e indicazione utile alla comprensione di quanto capita sul piano continentale e planetario a questo nostro mondo.
Ritornare a studiare Marx non sarebbe male non per inverarlo ma per adeguare ai tempi odierni la profondità della sua analisi e critica del sistema capitalistico odierno. Però c’è bisogno che si faccia una scelta di campo, bisogna voler ritrovare con la “politica” quel coraggio di scegliere da che parte stare per capire e trovare con i “subalterni” gramsciani, riscoperti come soggetti e non oggetti del cambiamento, risposte ed indicazioni sia sul piano della partecipazione che sul piano dello sviluppo socio economico delle nostre terre.

Da che parte stare e con chi ricostruire relazioni e confronto è determinante. Ignorare i bisogni emergenti non è miopia politica ma atto criminale perché ne va della vita materiale delle tante persone costrette a vivere con salari di fame, dovendo spesso decidere di non curarsi mentre si privatizza la Sanità, costretti spesso ad accettare lavori mal pagati e spesso senza nessuna sicurezza per la propria vita…

Si può continuare a ciacolare sui Diritti Negati, sulla Inciviltà del Lavoro Nero ma bisogna avere la coscienza e l’onestà intellettuale di riconoscere di non aver capito ancora come mai e il perché di un intero sistema industriale, sotto la pressione della crisi, con un spregiudicato intreccio di licenziamenti e riduzioni a singhiozzo delle esternalizzazioni, stia trasformando il mercato del lavoro in diffusione sistematica e digitale del Caporalato. Come definire altrimenti la pratica in via di consolidamento avviata dalla Stellantis nel Cassinate di licenziare o di convocare a lavoro tramite sms?

Non si tratta di rispondere ai tentativi di portare in dietro la storia. Quello che è in atto, e proprio a fronte degli ultimi progressi informatici e della finanziarizzazione dell’economia mondiale, è il tentativo di estendere in termini anche biologici il controllo dei “subordinati”.
A proposito dei quali bisogna riconoscere che non sappiamo, noi di sinistra, in che modo i lavoratori disoccupati “s’arrangiano” per portare a casa anche recuperando piccole fette, il salario perso. La classe operai non è scomparsa, è spalmata sul territorio e con molta probabilità anche nei più reconditi interstizi della nostra economia. Anche nella nostra una volta fertile Ciociaria, nel basso come nell’alto Lazio, si nasconde un terzo mondo e non ci riferiamo ai migranti “che vengono a rubarci il posto di lavoro”. Eppure ci si diletta a scrivere dei danni che provoca o provocherà il prossimo incidente mortale sul lavoro alla nostra economia o alla fiducia nel futuro dei giovani.
Gli elettori hanno dimostrato quanto pesa sul piano politico, per il momento solo elettorale, la diffusione dell’idea “Non si può più vivere in questo modo”.

Per la sinistra far politica vuol dire anche questo come raccogliere quell’idea che denuncia bisogni ad ampio spettro e da li partire per sviluppare con le comunità di riferimento, l’altra idea a quella connessa: definiamo e costruiamo in quale mondo e quale modo vogliamo vivere.

Ceccano, 16 ottobre 2022

 

 

 

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